H O M E P A G E

Depressione canina e festa della birra (Cerbero e Cervogia)

Portland, città più importante dell'Oregon, sorge sulle rive del fiume Columbia che, a parte un nome altisonante, sono in pochi a conoscere. Io stesso l'ho scoperto solo ora. Eppure è un fiume dalla portata considerevole. Direi, più o meno tre volte quella del nostro Po. Tanto per ricordare che in America tutto è più grande. Anche il cane dell'amica della mia ragazza e compagna di viaggio, da cui ci fermiamo a passare la notte. Max, si chiama così, è un enorme meticcio. Di sicuro, uno dei suoi genitori era un mastino inglese. È pacioso ma la padrona di casa ci raccomanda di non lasciare nulla in giro perché è pure molto vorace e, quando viene lasciato solo in casa, la compagnia di Satan, gatto nerissimo, non gli basta e così sfoga la sua frustrazione addentando tutto quello che gli capita davanti. Insomma, una specie di cane bulimico e depresso. Ci mancava pure questa.
La prospettiva di lasciare le valige e, soprattutto, la mia chitarra in balia di questo poco rassicurante cerbero non mi sorride ma gli ordini in questo caso non li detto io. Stasera si va a una festa della birra, nei pressi del centro cittadino, dove il Columbia incontra le acque di un affluente. C'è un'area recintata, con tanto di tensostruttura per la mescita. Ci accoglie all'ingresso una ragazzona che è certo più arcigna di Max. Penso che stia prendendosi gioco di me quando mi chiede di esibire un documento di identità. Per la questione del limite minimo per la vendita degli alcolici, dice: 21 anni di età. Va bene che tutti mi dicono che non dimostro i miei anni, ma da 41 a 21 ne passano 20. Forse farei meglio a rallegrarmi di questo fuori programma, visto che in Italia nessuno si fa troppi scrupoli quand'è il momento di vendere una birra a un minorenne. Comunque, questo mastino fa le cose con scrupolo e mi mette attorno al polso un bracciale bianco che è una sorta di lasciapassare senza il quale non ti fanno nemmeno accedere ai bagni da campo. Visto che si consumano ettolitri su ettolitri di birra, l'accesso ai bagni diventa prezioso. Davanti all'ingresso, staziona un gruppetto di giovani che mi mettono tristezza. Non mi era praticamente ancora successo da quando sono giunto negli Stati Uniti. La devastazione umana non ha confini: sporchi, trasandati, sdentati e dediti all'accattonaggio molesto. La ricca America non ghettizza gli scarti della sua società e questi non si mimetizzano certo. Se questo è il principio di una buona serata, c'è poco da stare allegri. Cerco di non pensarci e, finalmente, seguo l'onda. Da qualche anno a questa parte, in America vanno di moda le cosiddette microbreweries, piccole case che producono birra a livello locale e che globalmente si sono allargate, sottraendo progressivamente quote di mercato ai tre giganti Budweiser, Miller e Coors. Per poter accedere agli stand non basta il bracciale bianco. Bisogna prima munirsi di un simpatico boccale di plastica. Te lo compri, a un prezzo modico, e resta tuo, se vuoi portartelo a casa come ricordo. Se lo perdi, peggio per te, perché se vuoi continuare a bere, te ne devi comprare un altro, visto che gli stand non dispongono di bicchieri. A meno che non si accettino le bevute a collo. Dalla spina, naturalmente. A quanto pare, non si accettano. Ti devi inoltre munire di un gettone per ogni "ricarica". Un vero gettone di metallo con sopra stampigliato il simbolo della festa, l'anno e il valore in dollari. Un peccato doversene privare.
Non sono dell'umore migliore. Quel gruppetto di junkies mi ha trasmesso vibrazioni pessime e, a ogni buon conto, pur non avendo affiliazioni con movimenti islamici o mormoni, non sono un grande sostenitore dell'alcol. Al contrario, penso che l'alcol sia la prima e la peggiore delle droghe e che sia un potentissimo mezzo di controllo sociale. Però, siccome questo non è un trattato di etica, eviterò di addentrarmi in spiegazioni che finirebbero per tediarvi e per mettere me stesso in grave difficoltà. Certo, anche la vista di molta gente ubriaca - d'altra parte, siamo a una festa della birra, non a una festa della birra analcolica - mi mette un po' di tristezza. C'è una band scalcinata che suona un misto di country e bluegrass. Si chiamano "Freak Mountain Ramblers". Mi sembrano davvero in tono con l'ambiente: scalcinati e un po' stonati, così come i numerosi e divertiti fan che li ascoltano e che sembrano conoscere bene le loro canzoni ma che, non so se per l'elevato tasso alcolico o per altro, non padroneggiano altrettanto bene il sistema per ballare seguendo il ritmo della musica. Una scena pietosa. Però, quando il violinista-chitarrista intona "You're gonna make me lonesome when you go" di Bob Dylan, mi commuovo e, siccome è l'ultimo pezzo, decido di promuovere la band con un bell'otto tondo. Ma sì, siamo generosi. E poi, in uno slancio di entusiasmo che mi riporta indietro di qualche anno, vado a complimentarmi di persona con l'esecutore del pezzo di Dylan che, quando scopre che sono italiano, mi dice che noi europei abbiamo molto più gusto degli americani. Pericolo scampato! Temevo si mettesse a cantarmi "O sole mio!"
In fondo, Bob Dylan è una specie di costante in questo viaggio. O forse è una voce talmente radicata nella tradizione americana da essere diventato un'icona popolare vivente, una leggenda prima del trapasso. Le uniche cose certe prima di intraprendere questo viaggio, infatti, erano le date di partenza e di ritorno, nonché il volo che da Chicago ci avrebbe portati a Denver. E, naturalmente, il concerto di Dylan a Goldendale, nello stato di Washington, sabato 30 luglio. E Portland dista solo un'ora e mezza di macchina da quel posto. Ma, nonostante tutto, assaporo già l'atmosfera del concerto. Forse perché sono tutti su di giri. Certo la birra fa la sua parte. I nomi delle tantissime marche sono di per sé suggestivi, almeno per me: Buffalo Beer, Maui Brewing Company, Mendocino Brewing Company, Durango Trail Brown Ale, Alaskan Amber Beer, Chocolate Porter. E potrei andare avanti a lungo. Ce ne sono davvero tantissime. Siccome non ho ancora bevuto e sarò costretto, per motivi "di etichetta" - è proprio il caso di dire - di farmi un sorso, prego dentro di me che la scelta non cada sulla birra al cioccolato, che ha tutta l'aria di essere una pregevole schifezza. Manco a farlo apposta, mi vedo costretto anche a fingere un entusiasmo incontenibile per il fantastico retrogusto di cacao che questa birra nera lascia in bocca, oltre che per il suo mirabile color Perugina che, a dirla tutta, mi sembra più sciacquatura di fogna. Provate a immaginare di versare un mestolo di Ovomaltina in un bicchiere di birra. Disgustoso, vero? Beh, questa chocolate porter è un po' meglio di quanto temessi e decisamente peggio di quanto sperassi.
Forse la gente è troppo sbronza per ammetterlo. Io sono più che sobrio ma mezzo boccale di questa schifezza mi fa subito girare la testa e mi fa immediatamente venire voglia di andare in bagno. Meno male che ho il bracciale del mastino, altrimenti dovrei tenermela per parecchio, a rischio di farmela nei pantaloni. Sulla latrina da campo fa bella mostra di sé la scritta "Honey Bucket", che significa grosso modo "Catino del Miele". Ora, sarà pur vero che il marketing lo hanno inventato loro, ma giuro che, se scorgo l'imbecille che ha avuto questa trovata geniale ed elegantissima, gli immergo la testa nel catino, prima di candidarlo a presidente. Del Milan, naturalmente. E che avevate capito?
Comunque, una cosa positiva all'alcol gliela devo concedere: è un forte collante. Non ci sono molti neri a Portland. Non alla festa della birra, per lo meno. Però, quelli che vedo sembrano integrarsi perfettamente con il resto della popolazione e addirittura scorgo diverse coppie miste. D'altra parte, a quanto conferma la nostra padrona di casa, Portland è una città molto aperta, una città in cui la gente è sempre pronta a fare nuove amicizie. Insomma, una città molto meno snob della vicina Seattle che, da quando Kurt Cobain si è fatto saltare il cervello santificando definitivamente la religione del grunge e la propria figura, si dà arie da gran signora. E pensare che non se le era date nemmeno all'indomani della prematura scomparsa del suo più illustre cittadino, Jimi Hendrix. Seattle sarà l'ultima meta del nostro viaggio e forse avremo modo di verificare l'attendibilità di questo giudizio severo.
Ma ora mi gira davvero la testa. Sarà la birra o la cioccolata? Non vedo l'ora di mettermi a letto. Sono stanchissimo e potrei addormentarmi mentre Max cerca di sfogare la sua depressione sulla mia vecchia e amata Gibson. Ma la serata, purtroppo, è destinata ad andare avanti. Si va a cena. E chi ha voglia di mangiare? Qualcuno ce l'ha. Meno male che in USA non è molto diffusa l'usanza di sedersi a tavola e di starci per ore. qui ci si siede, si ordina, si consuma, si paga il conto e ci si alza, il tutto senza tempi morti o quasi. So bene che per gli standard italiani questa è un'usanza barbara ma io ne sono comunque felice. Non sopporto le lunghe, interminabili cene. Purtroppo, le mie speranze sfumeranno presto perché si va a cena insieme a un amico inglese della nostra padrona di casa. In quanto europeo, benché residente a Portland da una decina di anni, non ha fatto sue le usanze locali e così a tavola ci stiamo un paio d'ore. Comunque troppo. C'è anche un suo amico della Florida che ci parla della sua barca e di quanto si ritenga fortunato: la Florida, a suo dire, è un paradiso e, in quanto tale, va preservato a tutti i costi. Così è sempre buona cosa viaggiare armati, dice, soprattutto quando si va per mare. Non si sa mai chi puoi incontrare sull'oceano. E chi mai potrai incontrare, mi domando. Qualcuno gli chiede se un'arma da fuoco gli dà un senso di sicurezza e lui, sfoderando un tono di voce e un sorrisino da far rabbrividire John Wayne di "Berretti Verdi" e l'Ispettore Callaghan insieme, risponde: "Non mi dà un senso di sicurezza. Mi dà sicurezza!" Io non sarei così sicuro, anche perché in questo momento la mia preoccupazione è di rientrare a casa e di controllare che Max non si sia divorato la mia chitarra.
Però è sempre interessante scoprire nuove cose. Per esempio, che in Florida è lecito andarsene in giro armati, purché l'arma da fuoco non sia visibile. Se per caso il tuo revolver sporge o è comunque individuabile, rischi l'arresto. Sono strani questi americani.

U.S.A. & GETTA di Seba Pezzani

  Rockstar retrograde, mormoni progressisti e indiani prodighi
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ultimo aggiornamento 01/11/2016