H O M E P A G E

Forche olimpiche

Dormire davanti all'oceano, con lo sciabordio delle onde nelle orecchie e l'odore della salsedine nel naso, è un'esperienza irrinunciabile. Soprattutto se quando ti svegli tutto è inondato da una foschia che i venti del Pacifico spingono a riva. Ma, evidentemente, l'aria dell'oceano mi porta appetito e così ce ne andiamo a far colazione nell'unico ristorante di La Push che fortunatamente ha riaperto i battenti. C'è tanto di totem davanti al ristorante ma il menu mi delude: niente ricette indiane, niente petto di castoro in salmì o arrosto di bisonte con ripieno di foie gras d'aquila marina. In compenso, una emittente locale irradia "My song" di Elton John. E io che credevo di poter sentire se non i canti tribali dei Quileute, almeno qualche nota di Robbie Robertson o John Trudell, due musicisti nativi americani. Niente da fare, nemmeno di ritorno da una nuova visita all'Olympic National Park dove la cosa che mi ha sorpreso maggiormente è stato un bel cartello posto sul ciglio della strada, con tanto di freccia: "Grosso abete." Cribbio! Lo vedo anch'io che è un abete e che è grosso! Ma agli americani piace la precisione, anche a costo di essere ridondanti.
Dicevo che, di ritorno dal parco, abbiamo deciso di mettere qualcosa sotto i denti e così ci siamo fermati a Forks, nel pieno di una zona di boscaioli. La cittadina mi trasmette una certa insicurezza. Nelle vetrine di un negozio, compaiono diverse fotografie di veterani di diverse guerre, accompagnate da scritte come "Dio benedica l'America" oppure "America, terra di uomini liberi grazie a uomini coraggiosi." Nel diner in cui ci sediamo, invece, tutto è a stelle e strisce, compresa la tovaglia sul nostro tavolo. La scritta dominante è "Uniti si vince", o qualcosa del genere. Qui il pallido dubbio che ci sia qualcosa di imperfetto nelle recenti scelte americane in politica estera non ha mai neppure lambito le coscienze. È anche su comunità come questa che George W. Bush si è costruito una risicata riconferma.
Meno male che Forks in inglese non sta a significare "forca", che in realtà si dice "gallows", perché altrimenti, con l'aria che tira, sarebbe più salutare sparlare di Cavallo Pazzo nella riserva Lakota di Pine Ridge che di Bush in questo posto.
Decido finalmente di provare il root beer float. È dall'inizio del viaggio che ce l'ho in mente. La mia ragazza, conoscendo bene le mie debolezze, me ne ha parlato come se fosse l'ultima frontiera della gola americana. Così ora posso dirlo: è una porcheria immonda, più o meno come se uno in Italia intingesse un gelato alla vaniglia in un bicchiere di Coca-Cola. Tutti lo considererebbero pazzo o del tutto privo del benché minimo senso del gusto. Infatti, si tratta di un bel gelato, servito con generosità americana, in una coppa piena di root beer, dentro la quale, appunto, galleggia, fluttua. Però io me lo mangio lo stesso e, non pago dell'abbondante razione di zuccheri, decido di fermarmi in un negozio di dolciumi e di farmi una bella scorta di Jelly Bellies. La padrona ci confessa di aver aperto il negozio solo per compiacere la nipotina, contesa da due nonne molto affettuose, e per far sì che, tra le due nonne, accordasse le sue preferenze proprio a lei. Immagino sia perfettamente riuscita nell'intento. Io non avrei avuto dubbi!
A ogni buon conto, dopo tutti questi giorni di viaggio durante il quale abbiamo frequentato tanti ristoranti diversi, ho scoperto come mai la gente americana ha paura di essere in buona parte soprappeso. Non solo perché mangia schifezze unte e zuccherose ma, soprattutto, perché mangia per tre. Personalmente, credo di aver sempre lasciato qualcosa nel piatto e non perché la qualità del cibo lasciasse a desiderare. Intendiamoci. Le schifezze non mancano ma, se per questo, anche da noi non è tutto alta cucina.

U.S.A. & GETTA di Seba Pezzani

  Antichità, suicidi e teletrasporto
  No sex no problem (a La Push non si tromba?)


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ultimo aggiornamento 30/10/2017