H O M E P A G E

Gomme a terra, fish and chips e hot fudge sundae

Dicevo, una giornata storta. Ci accorgiamo di avere una gomma a terra. C'è entrato un bel chiodo. La facciamo dunque riparare al servizio-pneumatici di Wal-Mart. Ecco spiegata la necessità di farci una capatina. C'è pure quello negli ipermercati Wal-Mart e devo dire che è pure un servizio efficientissimo ed economico. Però è triste vedere un colosso del genere che gradualmente schianta i piccoli commercianti e artigiani, togliendo al privato la spinta alla libera iniziativa. E pensare che quello è uno dei valori fondanti degli Stati Uniti d'America. Il self-made man è sempre più un ricordo. Per fortuna che poco dopo Coos Bay si apre la "Oregon Dunes Recreation Area", una specie di parco statale creato per preservare un ambiente naturale straordinario e inusuale: enormi dune di sabbia bianchissima che sembrano le copie nipponiche delle dune del Sahara, in mezzo a foreste secolari e laghi, da un lato, e l'oceano, dall'altro. È il paradiso degli amanti delle dune buggies, macchinine dalle ruote più grosse del telaio, pensate per correre sulla sabbia. Le dune mi piacciono. Il frastuono di quei macinini infernali molto meno.
Così ci fermiamo subito dopo le dune, a Florence. Molti pensano che la città abbia preso il nome dalla nostra Firenze. In realtà, Florence era il nome di una goletta inabissatasi nelle acque di questa cittadina di pescatori. Qualcuno ne ripescò l'insegna e la utilizzò come segnale cittadino.
La padrona del nostro motel ci elargisce due buoni colazione da consumare - gratis - al casinò del posto. I casinò sono sempre lauti con i loro avventori, soprattutto in fatto di bevande alcoliche. Un giocatore brillo o dalla pancia piena è un pollo ancora più facile da spennare. D'altra parte, come anticipato, la generosità dei pubblici esercizi americani è proverbiale: dovunque tu vada, se bevi una coca o un'altra bibita qualsiasi, il secondo bicchiere non lo paghi. Questa pratica si chiama refill, rabbocco. Vi immaginate se il rabbocco - che in certi posti viene effettuato dallo stesso cliente, senza che nemmeno il barista controlli - diventasse regola a Napoli? Ogni cliente si porterebbe la famiglia oppure la tanica da riempire.
A Florence, ceniamo da "Mo's", una specie di palafitta che funge da fast-food, su un bellissimo lago, a pochi chilometri dall'oceano. Mangio fish and chips ma a intrigarmi è soprattutto una serie di fotografie che onorano i militari del luogo impegnati nella missione in Iraq. Sono tantissimi. Sopra la porta di ingresso, campeggia la scritta "Noi sosteniamo i nostri soldati" e davvero si percepisce un calore sincero che quasi commuove. Comunque la si pensi, è straordinario lo spirito unitario e patriottico che anima il popolo americano. Anche i più strenui oppositori del presidente Bush, della sua cricca di petrolieri guerrafondai e intrallazzoni e della sua politica aggressiva, prima di tutto hanno parole di elogio e sostegno per chi rischia la pelle ogni giorno. Il problema, ancora una volta, è che questo nobilissimo nazionalismo condiziona la capacità di discernere far il giusto e lo sbagliato o, quanto meno, fra la propaganda e la realtà dei fatti. La dabbenaggine e, soprattutto, la ingenua ignoranza delle masse americane è quasi imperdonabile. Dico quasi, perché anche in questa colpevole mancanza di conoscenza e in questa antistorica nebbia americanizzante che avvolge tutto domina un senso di sincerità.
Ma questa è Florence, tranquilla località di pescatori, poco più che un puntino sulla mappa, anche se meta di un turismo molto pacato e avanti con gli anni. E a Florence si respira quest'aria retrò, con le sue caffetterie rustiche e accoglienti che si affacciano sul lago. Mi ci ritirerei volentieri in pensione. Adesso. Temo però di dover aspettare ancora qualche anno, governo italiano permettendo.
Non approfittiamo della gentilezza della padrona del nostro motel e, soprattutto, del casino locale e optiamo invece per una bella colazione in una caffetteria che ci ispira. Nel tavolo accanto al nostro, una vecchia signora racconta a una coetanea un simpatico episodio avvenuto qualche ora prima. Poco dopo essersi svegliata, la signora è esca in giardino e si è trovata di fronte un orso nero. Immaginate lo spavento che si deve essere presa la povera vecchietta nel vedersi un orso che frugava nel bidone della spazzatura. Anche l'orso, però, si deve essere spaventato quando la signora ha sbattuto la porta. Probabilmente ha scambiato quel rumore secco per un colpo di fucile, tanto che si è precipitato su un albero, facendo sentire l'arzilla vecchietta in colpa. A questo punto, non saprei se dire povera vecchia o povera bestia. Certo che l'avvistamento di un orso nel suo ambiente naturale mi manca proprio, così come mi è mancato il coyote nello Utah. Non sono nemmeno riuscito a scorgere un banalissimo orsetto lavatore. E dire che ce ne sono tantissimi e che ne ho visti parecchi spiaccicati sull'asfalto. Pare che gli animali dalle tendenze suicide più forti siano proprio i procioni e le puzzole. Sono stanco invece di vedere cervi, avvoltoi e aquile. Soprattutto sono stanco di vedere dei cervi. Ne ho già avvistati abbastanza ed erano tutti felici, con i loro occhi curiosi e quell'aria trasognata, come in ogni fiaba che si rispetti. Meno male che da queste parti la fauna ornitologica si arricchisce di cormorani, abilissimi nuotatori, e pellicani.
Ma oggi si va a vedere un altro tipo di animale selvatico: il leone marino. A poche miglia da Florence, c'è la più grande grotta contenente leoni marini del mondo. Così dice l'insegna. Insomma, questi americani hanno proprio l'ossessione di dover primeggiare in qualcosa. L'ironia di tutto questo è che uno si potrebbe tranquillamente domandare quante altre grotte contenenti leoni marini ci siano in giro per il mondo, ammesso che ce ne siano, visto che a quanto pare questa è una specie a rischio di estinzione. A ogni buon conto, prendiamo l'ascensore - perché qui siamo in America, se mai ve ne foste scordati, e anche le cose più selvagge ve le servono su un vassoio d'argento o, quantomeno, placcato - e scendiamo nella grotta che è a livello dell'oceano, un centinaio di metri sotto l'ingresso. Fa un freddo boia, è il caso di dirlo. Le onde si frangono con forza inaudita sugli scogli e mi domando se non sia una vita da cani, piuttosto che da leoni, quella che conducono queste sfortunate bestie marine. Acqua fredda e impetuosa contro cui devono fare una faticaccia. E, solitamente, solo i maschi più grossi e forti hanno il privilegio dell'accoppiamento. Per gli altri, ciccia: guardare e immaginare. Non che nella società umana questa situazione sia inaudita, solo che, tutto sommato, è piuttosto rara e, comunque, non si deve normalmente lottare con le acque gelide di un oceano impetuoso. In certi casi, poi, immaginare è meglio che fare. Facciamo un esempio. Per poco, non do una spinta a una tizia extra-large - il prototipo dell'americana soprappeso nell'immaginario collettivo italico - e la faccio finire in questa grotta piena di leoni di mare, con l'acqua che ribolle di onde e piscio fetido. Mi ha rivolto una frase poco carina perché, inavvertitamente, mi sono messo davanti a lei impedendole di leggere un cartellone informativo a suo dire impedibile. La tentazione è forte ma mi trattengo e godo al semplice pensiero di schiaffarla nella bolgia dei leoni marini cosicché qualche maschietto sfigatello possa trovare finalmente il meritato sollazzo. In fondo, non credo che noterebbe la differenza. Ma, ancora una volta, l'immaginazione mi salva e così riesco a trattenermi. Se l'avessi fatto, forse lo schianto e gli spruzzi intimorirebbero questi simpatici animali, mettendoli in fuga. Per farla breve, nella grotta più grande del mondo tra quelle in cui trovino riparo dei leoni marini mi ci fermo sì e no cinque minuti. Fa un freddo da lupi e l'ambiente non si può certo definire salutare, visto che i leoni marini puzzano più dei maiali di terra.
Mentre torniamo a Florence, una radio intervista un regista televisivo che ha appena approntato una nuova serie intitolata "Over there" (ovvero, laggiù), sulla guerra in Iraq. Propaganda? Beh, siccome in Iraq i soldati americani ci muoiono davvero, un militare che torni in una cassa di zinco è buono per gli ingranaggi della guerra solo se avvolto nella Old Glory, la bandiera a stelle e strisce. Insomma, solo se ammantato di eroismo, in qualunque modo sia morto. Una serie televisiva sul conflitto in Iraq può contribuire a rinsaldare uno spirito unitario invero mai venuto meno, comunque uno la pensi. L'importante è che questi eroi avvolti nella gloriosa bandiera bianca, rossa e blu non siano troppo numerosi perché, altrimenti, anche il sonnolento popolo americano rischia di svegliarsi e di chiedere il conto alla propria amministrazione. È quello l'unico vero terrore di Bush e soci.
Di questi tempi, pare che le uniche due cose che interessano agli americani siano la guerra e Dio. Fino a un paio di giorni fa, c'era anche Lance Armstrong, ma ora il tour è finito e lui si è ritirato, anche se non mancano quelli che vorrebbero fare luce sulle sue strane fortune-sfortune, su come ha vinto cancro e Tour insieme. Prodigi della provvidenza divina, della forza di volontà, della chimica o di tutte e tre le cose insieme? Ma oggi il Tour è finito e dunque restano solo Dio e la guerra. Non esiste una Radio Mary negli USA, che io sappia. Potrei anche sbagliarmi, ma non mi pare di aver sentito parlare di Radio Maria quassù, anche se credo che nessuno ne senta davvero la mancanza, visto che ci sono più predicatori che DJ. E forse è un bene. O forse no. Siccome questo è un paese che si considera in guerra, nonostante la sua routine sia la stessa di sempre, il ricorso ai favori dell'onnipotente è quanto mai attuale e i discorsi sulla guerra pure. Secondo i più maliziosi, d'altra parte, gli USA sono sempre in guerra. Ma, come giustamente sottolinea il regista della serie televisiva "Over there", non si può essere a favore della guerra come non si può essere contro la guerra. Forse perché, e questo lo aggiungo io, o si è in guerra o si è in pace. E qui la gente pensa davvero di essere in guerra. Questo è il guaio.
E certamente in pace era il grande scrittore americano Edward Bunker, i cui libri quasi invariabilmente raccontano le sue esperienze carcerarie, esperienze tristi ma anche cariche di umanità. Ho riacceso la radio, dopo aver tentato inutilmente di scalare una duna di sabbia per raggiungere l'oceano. Il vento è troppo forte e troppo freddo e la sabbia è troppo fine e mi entra nel naso, in bocca e negli orecchi. E qui mi fermo. Però la voce di Edward, stanca e vecchia ma anche molto serena, mi rassicura. Se lo avessi avuto in cuffia mentre affrontavo la tempesta di sabbia, forse mi avrebbe dato la forza per scavalcare la duna e giungere al mare. Edward Bunker dichiara di essere un uomo sereno e di condurre un'ottima vita. L'intervistatrice gli domanda come abbia trovato le sue foto segnaletiche diramate molti anni fa dalla polizia mentre lui era latitante per una serie di furti. Forse l'intervistatrice pensa di avergli fatto una domanda brillante. Non direi, a giudicare dalla risposta. "Orribile", è la parola con cui Bunker giudica la sua foto, aggiungendo che alla gente magari è piaciuta. Un uomo in pace con se stesso e con gli altri, dicevamo. Peccato che la voce di donna alla fine dica che il povero Edward ha trovato la sua pace eterna all'inizio del mese. Ovviamente, non lo sapevo e la notizia mi rattrista, anche perché nel settembre scorso per poco non sono riuscito a intervistarlo al Festival della Letteratura di Mantova. Era già malato. E io ora sono di cattivo umore. L'intervistatrice poteva dirlo subito che Edward non c'è più. Sentirlo parlare senza sapere che non è più tra noi è stata una illusione che ora suona sinistra. Mi serve qualcosa per tirarmi su. Cosa ci può essere di meglio che un buon gelato? Un gelato americano, naturalmente. Mi faccio il famoso hot fudge sundae, una bella coppa di gelato alla vaniglia con una montagna di panna montata e una cascata di cioccolato fuso caldo. Una libidine americana. Il ragazzo della gelateria mi chiede se lo voglio grande o normale. Conoscendo ormai bene il concetto di porzione normale che vige da queste parti, non mi faccio prendere dalla frenesia - anche se la tentazione è forte - e vado per quello normale che, mi accorgerò presto, è enorme. Mi accorgo che la gelateria appartiene a una catena molto conosciuta in America: Ben & Jerry's. Una specie di gelateria hippie! Ben e Jerry sono, o meglio erano, due ragazzi come tanti altri che, per evitare di doversi cercare un lavoro come tutti i coetanei, hanno iniziato a produrre dei gelati fantasiosi, mescolando gusti a volte improbabili. Il successo è stato tale che oggi quello di Ben & Jerry's è un marchio conosciutissimo. Ben e Jerry hanno aperto la loro prima gelateria nel Vermont nel 1978, utilizzando solo ingredienti naturali e ispirandosi a valori che nel commercio sono sempre meno di moda: ecologismo, pace, creatività. Visitando il loro variegato sito, ci si può fare una cultura sui prodotti della casa ma anche su questioni di impellenza attuale come la tragedia del Darfour e il surriscaldamento del pianeta. Che abbiano deciso di produrre gelati per rinfrescare l'aria? Quel che so è che, da allora, di strada il loro gelato ne ha fatta tanta, al punto che lo si trova in vari paesi del mondo. Uno dei loro gusti si chiama "Cherry Garcia". Meno male che il leader dei Grateful Dead - ancora lui! - non c'è più, altrimenti temo proprio che ci scapperebbe una bella diffida, oppure, ipotesi molto più plausibile, un bell'accordo extragiudiziale sottoscritto a suon di dollari. Amarene o meno! Certo che agli americani il gelato piace molto. Ma a chi non piace? Pare che, se un italiano vuole farsi i soldi in breve tempo in America, aprire una gelateria - ovviamente italiana - sia una scelta quasi obbligata.
Secondo la teoria di un non meglio identificato antropologo, ci sarebbe una connessione molto stretta tra il consumo di carne e la bellicosità di un popolo. Gli spartani alimentavano i propri figli a carne e disciplina militare. Gli ateniesi - femminucce, al confronto - si cibavano d'arte e filosofia. Così si dice, almeno. Gli americani di carne ne mangiano tanta e pure di prima qualità. Infatti, sono spesso in guerra. E se mangiassero meno gelato, allora, conquisterebbero il mondo? Bisognerebbe provare a mettere la pulce nell'orecchio di Bush, sempre attento a massimizzare gli sforzi bellici del paese. Tutta colpa di quei debosciati di Ben & Jerry's, finirebbe per dire. Chissà se Napoleone andava matto per il "Cherry Garcia"? Oppure per il root beer float, un gelato affogato nella root beer, appunto, che non è affatto una birra, bensì una bevanda analcolica che sa tanto di prodotto disinfettante per ospedali? E a Giulio Cesre sarà piaciuto il dip cone, una specie di cono alla vaniglia intinto nel cioccolato fuso?
Saranno pazzi questi romani, ma anche gli americani non scherzano.

U.S.A. & GETTA di Seba Pezzani

  In lavanderia
  Ma quali giganti?


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ultimo aggiornamento 26/12/2016