H O M E P A G E

Pavarotti, Buonaccorti e figli dei fiori

Da queste parti, la polizia è quanto mai servizievole. Se hai bisogno di una mano, certo non si tira indietro. Ho assistito a una stranissima scena che dalle nostre parti non si sarebbe mai verificata. Su un tratto molto ripido dell'autostrada, una macchina della polizia spingeva letteralmente la macchina di uno sfortunato automobilista rimasta in panne. Naturalmente, qui le macchine della polizia sono dotate di respingenti creati per la bisogna ma la vera differenza è che da noi se una macchina si fermasse in mezzo alla strada nessuno riuscirebbe a spingerla e nessuno proverebbe a farlo, rischiando di restare travolto. Ma questa è l'America e questa è la California.
San Francisco ha in un certo senso consacrato i valori di libertà, tolleranza e gioia di vivere che da sempre rappresentano il faro di attrazione dello stato più popoloso degli USA, pur discostandosene per molti aspetti. La città ci accoglie con una delle sue inquietanti nebbie estive. Non so nemmeno se definirla nebbia, visto che si tratta piuttosto di nubi bassissime sospinte verso terra da forti venti oceanici. Il risultato è davvero sorprendente e sinistro e il paesaggio cambia con grande rapidità. Il traffico, invece, è lento e abbondante e la cosa mi infastidisce subito. Da quando sono sbarcato in America, mi sono abituato male. Sono troppi giorni che godo di ampi spazi. Quella che provo in questo momento è una vaga sensazione claustrofobia. Meno male che la prima persona che incontro mi tira su il morale. Norbert "Dynamite" Yancey è un cantante e chitarrista afroamericano atipico. Atipico non come cantante ma come afroamericano, oppure entrambe le cose. Staziona con la sua seggiola e la sua chitarra su Ghirardelli Square, uno dei centri nevralgici della città, e non si può proprio fare a meno di notarlo, visto che indossa un cappello piumato nero che spiccherebbe persino in mezzo a un branco di pavoni. Con la sua simpatica gigioneria da consumato frequentatore della strada, mi strappa subito un dollaro. Mi chiede di dove sono, invece che guadagnarsi il dollaro cantando e, quando glielo dico, si rivolge a me dandomi del paisà e dicendomi di essere stato in tour in Italia e di adorare Reggio Emilia, per la sua cucina. "Tortelini," dice baciandosi la punta delle dita. "Belisimo!" Forse la mia espressione più che inebetita gli sembra dubbiosa e allora mi fa vedere un enorme collage di centinaia di fotografie che lo ritraggono in compagnia di centinaia di personaggi più o meno famosi. "Enrica Buonaccorti…" - maledizione, proprio lei, tra tutte le decine di personaggi televisivi più o meno scarsi che popolano le scene italiche. "Ci ho fatto uno spettacolo televisivo," ci dice, stavolta in inglese. "E poi, guardate qua, questo è Luciano Pavarotti, proprio lui e io insieme" - intona una improbabilissima "La donna è mobile", storpiandone le parole e, naturalmente, gli accordi, ma tanto sfido chiunque ad afferrare il testo di una romanza eseguita da un cantante lirico. Mi chiede l'indirizzo - tranquilli, anche se siamo a San Francisco, la capitale mondiale del movimento gay, penso di poter sostenere con certezza che non sia omosessuale - perché dice che fra qualche mese tornerà in Italia, dove spera di incontrare Andrea Bocelli. Per farsi ritrarre insieme a lui e aggiungere la foto al collage promozionale, penso. Io aspetto sempre la canzone che dia un senso al dollaro sborsato. Lui, invece, per il dollaro non ha dovuto attendere e, mentre mi mette tra le mani la sua chitarra, inizia a sgranocchiare allegramente una ciambellina che gli ha offerto la mia ragazza. Addirittura, lo sfacciato mi chiede di suonargli un pezzo. Faccia tosta! Quasi quasi gli chiedo un dollaro. Poi riprende la chitarra - ammesso che la si possa definire tale - e mi fa vedere un trucco. "Vedi," mi dice, "io non sono un vero chitarrista." Come se non me ne fossi accorto… "Siccome non sono molto bravo a suonare, sono costretto a usare sempre il capotasto, perché conosco solo un paio di accordi…" In effetti, lo avevo intuito. Mi rendo conto che qualunque canzone interpreti, Norbert suona sempre e solo gli accordi maggiori di Re e La, tanto per no sbagliare. Perché, comunque, la sua voce un po' sguaiata li sovrasta e nessuno vi presta eccessiva attenzione. Che personaggio! Staziona fisso dalle parti di Fisherman's Wharf, che un tempo era un posto molto "in" e che oggi, invece, è l'ennesimo baraccone per turisti di massa. Da questo punto di vista, mi pare di essere tornato dalle parti di Las Vegas, non fosse che questo posto pullula di cinesi. La Chinatown di San Francisco ha radici antiche e i cinesi anche qui stanno prendendo il sopravvento. Davanti all'imbarcadero per Alcatraz, il mitico carcere che sorge sull'isolotto nel mezzo della baia di San Francisco, ora avvolta nella nebbia, mi faccio una porzione di patatine fritte e merluzzo. "Fish and chips" fa più figo, ma sempre di pesce e patitine fritte si tratta. Qualcuno mi aveva giurato che questi cinesi ci sanno fare e che mi sarei fatto una bella frittura per pochi dollari. Insomma, che mi attendeva una vera delizia. Una delizia per cinesi, forse, visto che sono loro a monopolizzarne la vendita a Fisherman's Wharf. A me, per poco non fanno venire un conato di vomito. La mia ragazza, più saggia e soprattutto più americana di me, non ci pensa neanche ad assaggiare quella porcheria bisunta e, impietosita, mi porta in uno Starbucks. Starbucks è una catena che per certi versi assomiglia a McDonald's, solo che invece sugli hamburgers ha fondato le sue fortune su un prodotto banalissimo: il caffè. Ne puoi bere alcune migliaia di miscele diverse, più o meno aromatizzate. Alcune veramente improbabili. E quale italiano - sano di mente - desidererebbe mai assaggiarle? A ogni buon conto, quello che, persino da Starbucks, non riuscirai mai a bere è un buon caffè italiano. Almeno a quanto si dice, visto che io il caffè non lo bevo mai. Sarei potuto anche restare ad aspettare la mia ragazza fuori dal locale, visto che Starbucks, come chiunque altro in America, ti serve un comodissimo coffee to go, ovvero ti mette il caffè in una tazza di polistirolo con tanto di coperchio, cosicché tu te lo possa assaporare sempre caldo, mentre te ne vai in giro. Geniali, come sempre, questi americani. Geniali e previdenti. Infatti ti danno anche una fascetta di carta da mettere sopra il bicchiere, per non ustionarti le dita, e ti avvertono che il liquido contenuto nel bicchiere di polistirolo è bollente, perché non si ripeta più il caso della vecchietta che, dopo aver inopinatamente trangugiato un caffè bollente, ha fatto causa al bar che gliel'ha venduto e gli ha spillato un sacco di soldi. Ma io, benché detesti il caffè e benché in quel momento avessi ancora una forte nausea da fish and chips, da Starbucks ci sono entrato comunque. Il motivo è presto detto. Incredibilmente, la catena Starbucks vende in ogni esercizio anche dei CD e per giunta dei CD griffati "Starbucks", appunto, ovvero dei CD non reperibili da nessun'altra parte. Facciamo un piccolo esempio. Bob Dylan, sissignori, proprio lui, ha firmato un contratto (non oso pensare a quanti soldi gli abbiano sborsato) per la distribuzione in esclusiva di un inedito concerto registrato al mitico folkclub Gaslight di New York nel 1962. Non a tutti però è piaciuta l'idea avuta da Starbucks. Una grossa catena di negozi americani, per esempio, ha boicottato Alanis Morissette per aver scelto di mettere in vendita un suo CD dal vivo solo da Starbucks e così ora non vende più nessun CD della cantante canadese. Ma, udite udite, mi sorprendo ancor più quando scopro che uno dei titoli trattati da Starbucks è un disco di duetti del nostro Zucchero. Consentitemi di sospendere il giudizio. E meno male che non bevo caffè. Anche perché, con tutti i su e giù di questa strana città - che mi fanno tanto venire in mente la serie televisiva "Sulle strade di San Francisco", con Karl Malden e un giovanissimo Michael Douglas - probabilmente mi andrebbe di traverso.
Visto che si parla di musica, perché non farci un giro dalle parti di Haight Ashbury? Non si tratta di un quartiere vero e proprio, bensì di una manciata di strade che devono la loro fama al fatto che, in pieno Flower Power, gran parte degli artisti della Bay Area la elessero a tempio della cultura alternativa di fine anni '60. Tutto era dichiaratamente alternativo al punto che mi sono domandato se per caso le macchine non passassero col rosso e si fermassero col verde. Ma forse gli automobilisti erano troppo fatti per cogliere la differenza, obnubilati da una sorta di daltonismo da trip. Già, perché questo è un posto che aveva le sue stranezze e che, almeno in parte, le mantiene. E poi, San Francisco non gode forse della fama di città più stravagante, liberale e tollerante del mondo? Non a caso, a pochissima distanza dal paradiso degli hippie, prospera il primo grande quartiere gay del mondo, una specie di città nella città. Si tratta del quartiere di Castro, un universo gay annunciato da un'enorme bandiera della pace. Già, perché non tutti sanno che il vessillo del movimento pacifista e no global, ovvero la bandiera arcobaleno, in realtà è nato come vessillo dell'orgoglio gay. Chissà cos'hanno pensato i non pochi turisti americani sbarcati in Italia all'indomani della chiamata no global a esporre la bandiera della pace in tutte le case? Forse che la figura del latin lover in Italia era finita fuori moda e che aveva ceduto il passo a una società lassista e farfallona. Fatto sta che qui si respira senz'altro un'atmosfera di pace. Devo ammettere, però, che preferisco la pace di Haight Ashbury a quella con tanto di baffoni e uniformi sadomaso che fanno tanto Village People. Così, bandiera della pace o vessillo arcobaleno che sia, a Castro non ci fermiamo e tiriamo dritto, alla volta di Haight Ashbury. Frammenti di Peace & Love, fragranze orientali, abiti stinti per creare l'effetto psichedelico che il minor uso di sostanze psichedeliche oggi non riesce più a imprimere nelle menti con la stessa forza, negozi che richiamano i nomi esotici che un tempo andavano di gran moda: Dreams of Kathmandu, Pipe Dreams e Love of Ganesha. A Haight Ashbury c'erano comuni di hippie e laboratori di sperimentazione clinico-comportamentale. Famosa la comune di Ken Kesey, sedicente scienziato che testava gli effetti dell'LSD sulla creatività dell'uomo. Le sue cavie erano noti rappresentanti delle varie muse. Non potevano mancare per la musica i Grateful Dead di Jerry Garcia, uno che di espansione artificiale della percezione ne sapeva qualcosa, visto che si è fatto tutte le droghe immaginabili, quasi a voler ripercorrere il cammino fatto diversi anni prima da un altro grande intellettuale americano, stavolta sulla costa atlantica, quel William Burroughs che, pur vestito da dandy britannico, era più drogato di un eroinomane del Parco Lambro. E Jerry Garcia è tuttora il nume spirituale del quartiere: ancor oggi non ti puoi girare senza vederne l'immagine in una vetrina o su un muro. D'altra parte, i Grateful Dead avevano fissato la loro residenza - ovviamente una comune con tutto a disposizione di tutti, droghe e donne facili comprese - proprio in una residenza di fine '800, al 710 di Ashbury Street. Come dicevo, lo spirito di Jerry Garcia aleggia ovunque, benché il suo sia un modello quanto meno opinabile. La droga, infatti, si è portata via i due Dead Ron "Pigpen" McKernan e Keith Godchaux (morto in un incidente automobilistico ma vittima di una forte tossicodipendenza) prima di lui. Ma alla gente va bene così. D'altra parte, la scelta del nome è quantomai evocativa: "Il morto riconoscente". E poi, un mito per essere tale non può che essere passato a miglior vita, non importa come, neppure se a portarti via è stato un conato di vomito andato di traverso dopo l'ennesima notte di stravizi.
Oggi, anche Haight Ashbury ha perso il suo fascino storico e sembra piuttosto una copia sbiadita e commercializzata di se stessa. Barboni - baroni veri e non gente che si veste e atteggia come tali, perché, ahimè, ci sono anche quelli - no-global che assomigliano tanto ai nostri punkabbestia - non che ne sentissi la mancanza - rasta e hippie fuori tempo massimo, tra sventolii di foglie a cinque stelle e bandiere del movimento gay che, come si diceva, sono straordinariamente diventate le bandiere della pace nel vecchio continente o, quanto meno, in Italia. Haight Ashbury mi ricorda in un certo senso Amsterdam. Entrambe hanno qualcosa di interessante e molto di fatuo, finto.
Passo davanti a uno dei tanti negozi che vendono di tutto ma dove non trovi mai niente che ti serva davvero e non posso evitare di sorridere. Su una parete campeggia una grande immagine al neon del presidente George W. Bush, con la scritta "American Psycho". Se mai ci fossero stati dei dubbi in proposito, non è certo da queste parti che Bush ha costruito il suo successo elettorale. Serve aggiungere qualcosa?
Mi domando cosa ci stiamo a fare in mezzo alle foglie di marijuana e agli incensi orientali. Mi viene presto in mente, quando esco da un negozio di dischi in cui ho lasciato l'equivalente di 50 euro. Volente o nolente, sono anch'io un figlio del capitalismo. Meglio andarcene subito, prima che torni in quel negozio - un negozio straordinariamente fornito - e dia fondo alle nostre scorte di dollari, riducendo drasticamente la durata del nostro soggiorno.
Così ripartiamo e superiamo il mitico Golden Gate da cui, davvero, si gode di una vista eccezionale. La nebbia si è diradata, sospinta da una frizzante brezza marina. Sulle note di un pezzo di Willie Nelson, che in galera credo ci sia finito un paio di volte, scorgiamo prima Alcatraz e poi San Quentin, due dei più noti carceri del paese. Si vede che a San Francisco la gente delinque! Tolgo il CD di Willie e ne metto uno più rassicurante, un CD che contiene i due album country registrati da Dean Martin. Più passa il tempo e più mi convinco che fosse meglio lui di Frank Sinatra. Pare che Dino Crocetti il suo vero nome - fosse un uomo molto semplice e disponibile con tutti ma, purtroppo, anche votato alla bottiglia fin quasi all'autodistruzione. Una storia già sentita, questa. Ma questa è la California e non possiamo rattristarci e poi la voce di Dean è così sublime da farci scordare quali tribolazioni devono averla animata.
Ci sfilano accanto vigneti, olivi e cipressi. Sembra quasi di essere sulle colline del Chianti. Ci fermiamo a cenare in un paese dall'aspetto elegante. Per me un hamburger è sempre un hamburger - e, comunque, perché non l'hanno chiamato polpetta, visto che quello è? - ma quello che mangiamo stasera è molto buono e molto costoso. Nel ristorante, in verità non molto grosso, ci sono cinque schermi e, per ironia della sorte, una stazione televisiva via cavo mostra le immagini di un vecchio film, "Endless Summer", il film che ha lanciato nel mondo la moda del surf. Siamo in California e il surf lo vediamo alla TV, mentre l'oceano ancora non lo abbiamo scorto, visto che la baia di San Francisco è un'insenatura chiusa e protetta. Così decidiamo di porre rimedio e andiamo sulla spiaggia di Fort Bragg, a circa duecento miglia dall'Oregon, per vedere il tramonto. Ne vale la pena. Ci arriviamo appena in tempo e così cerco di cogliere l'attimo in cui il sole si tuffa definitivamente - per oggi, si spera - nel Pacifico, consacrandolo con la mia nuova macchina fotografica digitale. Il sole, o quel che resta, è nell'obiettivo. Scatto? Macché! Compare il segnale di batterie scariche e la macchina si spegne sul più bello.

U.S.A. & GETTA di Seba Pezzani

  Ma quali giganti?
  Carne secca e cimiteri infestati


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ultimo aggiornamento 26/12/2016