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Il rap dei Navajos

L'aeroporto di Denver è una efficiente costruzione la cui architettura fa subito venire in mente un accampamento indiano: una serie di tensostrutture (una parola molto in voga nell'Italia in cui tutto deve fare figo, persino il termino usato per designare un comunissimo tendone) bianche a forma di tepee che spuntano quasi per incanto dal nulla della brulla prateria. Uno si aspetterebbe di scorgere i bisonti nel tragitto che separa l'aeroporto dalla città e invece l'unico animale bene in vista, oltre agli immancabili corvi, è proprio il cane della prateria che un cane non è, bensì una sorta di marmotta anoressica. Mi aspettavo di trovare un paesaggio alpino a Denver, dato che la città sorge a ridosso delle mastodontiche Montagne Rocciose, invece ambiente e clima sono quasi di tipo desertico: vegetazione brulla e bassa e sole caldissimo, asfissiante. Si vede che non piove da tanto tempo.
Non posso dire che Denver sia una brutta città ma i centri urbani americani si assomigliano un po' tutti e io non vedo l'ora di lasciarmela alle spalle. Prima però, come sapete già, voglio farmi un salto a Red Rocks e poi al vicino Rocky Mountain National Park, un parco maestoso. Denver è già a un'altitudine di 1600 metri e quando raggiungo i 3700 del passo, quasi non me ne accorgo. Scoiattoli, cervi e strani uccelli di un blu fluorescente popolano i pendii. Una meraviglia, non c'è che dire, e tutto molto ordinato e pulito. O quasi. Facciamo una breve sosta a Grand Lake, una splendida località che si specchia su un bel lago alpino: il posto ideale per scrivere, se solo avessi i dollari, o meglio gli euro, per acquistare una bella casetta di legno oppure per svernarvi in attesa di ispirazione. Peccato che noi non ci si possa fermare. Ci fermiamo però abbastanza a lungo perché un mio compagno di viaggio tocchi con mano - scusate, con scarpa - come la natura e la sconsideratezza dell'uomo spesso vadano di pari passo. Qualcuno, infatti, ha pensato bene di far fare i bisogni al proprio cane su un'aiuola vicina a dove abbiamo parcheggiato la macchina e il mio povero amico non ha la fortuna che si merita, nonostante metta il piede su un bell'escremento di cane che, a giudicare dalla portata del danno, ci verrebbe da credere sua, piuttosto, di un orso. Ma non è certo questa la scena di un film dell'orrore anche se a poche miglia di distanza sorge il noto Stanley Hotel, un'elegante albergo bianco di legno in stile coloniale che Stephen King ha scelto come ambientazione del suo inquietante "Shining". Stanley Kubrick scelse un'altra località perché al momento delle riprese non c'era abbastanza neve. Immagino, però, che d'inverno, con la luce velata dalle nubi e la pressoché totale assenza di turisti, questo posto possa davvero risultare sinistro.
Un segnale stradale punta in direzione dell'"Arrapaho National Forest". Ma la foresta dov'è, visto che è brullo e riarso? Considerata la classica pettinatura di questa tribù indiana, la loro foresta non poteva che essere spelacchiata. Poveri indiani, anzi poveri nativi americani. Il paese, anzi il continente, è sempre stato loro, almeno finché un genovese di dubbia sanità mentale non giunse sulle coste di un'isoletta caraibica pensando di aver raggiunto il Giappone. Forse perché i nativi avevano la pelle scura e gli occhi leggermente a mandorla. Fatto sta che da quel giorno le cose presero una piega ben diversa e sappiamo bene che le varie popolazioni indigene del continente americano subirono vessazioni e soprusi. È una ferita ancora aperta e, tutto sommato, se il cittadino americano medio di razza bianca avverte un discreto senso di colpa per aver sfruttato e bistrattato la popolazione di colore, lo stesso disagio non si manifesta nei confronti dei pellerossa. Confinati all'interno di riserve, spesso quelli che una volta erano fieri guerrieri e prodi cacciatori oggi sono sbiadite caricature di sé, relitti umani consumati dalla depressione, dall'alcol e, soprattutto, dalla mancanza di un futuro chiaro. Schiacciati dal peso di un passato ormai andato per sempre e relegati all'interno di territori che spesso il governo federale ha concesso loro nelle zone meno ospitali di un paese dalla geografia solitamente ospitalissima, i nativi americani degli Stati Uniti lottano per il mantenimento del proprio patrimonio culturale. Qualcuno ha persino fatto affari con i visi pallidi e, più spesso, si è fatto nuovamente fregare da loro. È una storia che si ripete. Infatti, solo agli indiani viene concessa la licenza di aprire una sala da gioco, licenza prontamente "svenduta" a qualche avventuriero di pelle più chiara e di animo più spregiudicato che ci ha lucrato sopra. io nella riserva Lakota di Pine Ridge non ci sono stato e purtroppo, almeno stavolta, non ci potrò andare. Però ho attraversato la Ute National Forest e la Monument Valley, sede della nazione dei Navajos, e devo dire che due posti più ingrati l'America non glieli avrebbe potuti trovare. Il deserto, persino il deserto della generosa America, è pur sempre una terra inospitale. A Four Corners, nella riserva degli Ute, là dove si incontrano Arizona, New Mexico, Utah e Colorado, il suolo di sabbia e sassi è incandescente: 40° centigradi all'ombra sono la regola, non l'eccezione. In queste lande abbondando solo serpenti a sonagli, topi di campagna e bottiglie vuote che lordano il ciglio di strade fin troppo grandi per i pochi veicoli che le percorrono. A poco servono i frequenti cartelli che invitano a non mettersi al volante dopo aver bevuto. Chi beve, prima beve e poi legge i cartelli ma, siccome ha bevuto, non distingue più un'indicazione stradale da un cactus. E meno male che anche di cactus nel resto del mondo occidentale ce ne sono pochi perché se altrimenti anche lì, Italia compresa, molta gente rischierebbe di far confusione tra nozioni di botanica e di educazione stradale. L'alcolismo è una piaga della modernità ancor più di quanto lo sia stata in passato, una piaga che non conosce confini, ma da queste parti è davvero un flagello biblico. Lo è sempre stato, fin da quando l'uomo bianco ha fatto conoscere "l'acqua di fuoco" al "popolo degli uomini". Per questo, i programmi di istruzione per i giovani delle riserve sono volti tanto alla conservazione della lingua e del patrimonio culturale del popolo indiano quanto alla preparazione di un futuro concreto per chi, altrimenti, non ne vede uno davanti a sé. Stanchi, dopo centinaia di miglia di strade ampie e solitarie in mezzo a deserti dai nomi più disparati ma dalle fisionomie non tanto diverse, ci siamo fermati in un ristorantino di un paese di poche case, o meglio poche baracche, all'uscita dalla Monument Valley.
Abbiamo chiesto una birra ed è stato con grande piacere - e potete davvero credermi - che ci siamo sentiti rispondere che in quel locale non si servivano bevande alcoliche. Peccato che qualche chilometro più avanti, quando il sole era tramontato da un pezzo, abbiamo intravisto la sagoma di un pellerossa indecorosamente addormentato sul ciglio di una strada. Evidentemente era andato a farsi un goccio in un altro posto. Fortuna che ci passano poche macchine da quelle parti ma certo non mancano serpenti, roditori, insetti e altri predatori che è sempre meglio non incontrare in solitaria, a notte fonda, nel loro ambiente naturale e, magari, pure nel proprio territorio di caccia. Va anche detto che se una scena del genere l'avessi vista in Emilia o lungo qualsiasi altra strada italiana, quel tizio avrebbe fatto una brutta fine. A ogni buon conto, nulla di paragonabile alla strada che attraversa la riserva degli indiani Ute, una strada che se anche non avesse delimitazioni ufficiali sarebbe comunque tracciata dalle infinite bottiglie di birra vuote che stuoli di guidatori imprudenti devono aver lanciato da tempo immemore, facendone una vera e propria abitudine tribale. È triste vedere certe cose e ancora più triste quasi toccarle con mano. Le cose, non le lattine vuote che - mi si perdoni lo sfogo - fanno un po' schifo. Ti immagini di vederti spuntare davanti un fiero discendente di Nuvola Dipinta o di come diavolo si chiama un vecchio capo Navajo e invece da un pickup scassato o nuovo di zecca - a seconda che il possessore del veicolo appartenga alla categoria degli indiani poveri e tristi o di quelli furbacchioni e sorridenti - scende un Navajo che in tutto e per tutto assomiglia a uno di quei cowboy che hanno cercato di sterminare la sua razza: cappello a tesa larga, jeans e cinturone, con tanto di stivali a punta. Un cowboy con i capelli lunghi e la pelle un po' più ramata del solito, però. Oppure da una macchina giapponese dalla linea aggressiva smonta un manipolo di ragazzini - in numero rigorosamente superiore al massimo consentito dal libretto di immatricolazione del veicolo - in tenuta da rapper. Homeboys, come li chiamano da queste parti: bragoni ampi che si fermano poco sotto il ginocchio, canottiere di qualche squadra di basket NBA, scarpe da ginnastica nere e alte e occhiali da sole fascianti e, possibilmente, scurissimi, capelli rasati sotto cappellini da baseball portati al contrario. Cosa ci fanno dei neri di Harlem o di qualche altro ghetto afroamericano? Neri di un quartiere etnico urbano? Neanche per sogno. Navajos e Ute. Ma le lunghe chiome nere che fine hanno fatto? Sparite insieme a buona parte della relativa eredità culturale. Ce ne andiamo subito, delusi ma in un certo senso convinti che con gli anni i capelli rispunteranno su quelle teste lucide, riportando in superficie secoli di storia.
E secoli di storia si susseguono e si incrociano in queste lande isolate e poco ospitali. Durango, Cortez - già, proprio lo spietato assassino della canzone di Neil Young - e Montezuma sono nomi che riportano alla memoria un Messico più lontano geograficamente di quanto questo territorio desertico faccia immaginare. Pare che il sanguinario conquistador spagnolo si sia spinto fin qui alla ricerca di oro e gloria. Non so bene se sia tornato in patria con il paniere colmo, ma certo deve aver lasciato morte e distruzione dietro di sé, come ha fatto dovunque abbia messo piede. Che sia per questo che i giovani nativi di questa zona, con le loro teste rasate, assomigliano più a degli imberbi campesinos messicani che ai discendenti di una stirpe di guerrieri e cacciatori? Eppure quella del rapper è la nuova uniforme globalizzata del loser internazionale, una bandiera dietro la quale si fanno scudo ecuadoreni, messicani, neri dei ghetti, meninos de rua delle favelas brasiliane e ragazzini di strada di un qualsiasi rione popolare di Napoli o di Palermo. Ma ve lo immaginate il pronipote di Toro Seduto che ascolta le liriche sporcaccione di Snoop Dog?

U.S.A. & GETTA di Seba Pezzani

  Sogni di rock'n'roll e deserto
  Un mitra nel carrello della spesa


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ultimo aggiornamento 27/12/2016