H O M E P A G E

Rockstar retrograde, mormoni progressisti e indiani prodighi

Difficile pensare di poter affrontare un viaggio di quasi un mese sulla strada senza musica. La musica mi ha sempre accompagnato, seguendo nel bene e nel male le principali fasi ed esperienze della mia vita. Siccome il tema del viaggio è uno di quelli che ricorrono più di frequente nell'immaginario della musica folk americana ed è forse la metafora stessa del più radicato sogno a stelle e strisce, fin dal giorno in cui io e la mia compagna abbiamo deciso di metterci "in cammino", ci siamo dati da fare per scoprire se lungo una delle probabili tappe del nostro percorso non ci fosse per caso qualcuno di interessante da andare a vedere e sentire. Per una serie sfortunata di circostanze, avremmo quasi sempre mancato, seppur di poco, esibizioni di artisti di nostro gusto. Avevamo quasi deciso di andare a un mega-raduno di star del country, soprattutto per assistere al concerto di Merle Haggard, quando abbiamo scoperto che a Goldendale, Oregon, il 30 luglio si sarebbe esibito Bob Dylan. Io l'ho già visto sette volte ma la mia ragazza, che invece non ha ancora avuto il piacere, ha presto avuto ragione della mia invero debolissima resistenza. Un raduno di rednecks in cambio di un concerto del più grande artista americano del '900? Così, per la prima e unica volta, abbiamo deciso di prenotare una stanza in un albergo non lontano dal luogo del concerto.
Attraverso Internet - che Dio benedica chi l'ha inventato - siamo riusciti a riservare una camera in un Bed & Breakfast nella Contea di Klikitat, a una quarantina di miglia da Goldendale. Un tiro di schioppo, per gli americani, anche perché gli schioppi qui non mancano. Una vera bazzecola anche per chi avrebbe voglia di mettere subito la testa sul cuscino, dopo un paio d'ore di buona musica. Arrivarci è stato meno facile del previsto. Soprattutto meno facile di quanto ci avevano promesso i padroni del B & B. Dopo aver costeggiato il fiume Columbia su una bellissima strada panoramica che si snoda fra vigneti, boschi e cascate, ripercorrendo la pista tracciata agli inizi del 1800 dagli esploratori Lewis e Clark, due figure quasi mitiche da queste parti, abbiamo attraversato la valle sul lungo ponte di ferro di Hood River e ci siamo diretti a Husum, dove ci era stato detto che avremmo agevolmente trovato lo Husum Highlands Bed & Breakfast. Evidentemente, Carol e Jerry, i due gestori, non sono altrettanto famosi quanto Lewis e Clark perché la prima persona a cui abbiamo chiesto di indicarci la strada ci ha confessato di non aver mai sentito nominare questo posto nei 30 anni trascorsi a Husum che, credetemi, non è certo una metropoli. Così, ci siamo recati all'ufficio postale - un baraccotto di pochi metri quadrati - e una solerte signora ci ha sorriso - non so se per cortesia o per solidarietà - fornendoci le indicazioni necessarie ma mettendoci in guardia sul fatto che ci saremmo presto trovati in mezzo al nulla, su una strada sterrata aperta nella foresta. Come se Husum non fosse di per sé in mezzo al nulla… Ma non le si può certo dare torto. Siamo realmente in mezzo al nulla e tutta questa natura selvaggia ci intimidisce non poco. Prima di incontrare il tratto di strada bianca, però, passiamo da BZ Corner che, all'americana, si pronuncia nello stesso modo in cui, all'inglese, si pronuncerebbe l'aggettivo "busy", ovvero indaffarato, trafficato. Ora, chi abbia avuto la felice idea di chiamare questo posto così deve essere una specie di anacoreta che mal digerisce persino i ritmi della società medievale perché, in realtà, da qui ci passeranno sì e no tre macchine al giorno.
Finalmente, giungiamo a destinazione. Carol e Jerry ci accolgono e si dimostrano subito molto simpatici. Il loro Bed & Breakfast è una stupefacente casetta di legno che Jerry si dichiara orgoglioso di aver costruito con le sue mani. E lo sarei pure io, visto che non saprei neppure dove andare a comprare i chiodi. Ci ha messo tre anni, dopo aver tagliato gli alberi per strappare un fazzoletto di terra alla foresta che ci circonda. Dietro la casa c'è un bel giardino con un gazebo da cui si gode una vista mozzafiato su Mount Hood, uno dei monti più alti della zona. Jerry, sempre con grande orgoglio, dice di aver fortemente voluto questa casa insieme a sua moglie, a cui si deve la progettazione delle sue semplici ma eleganti forme. L'elemento più distintivo è rappresentato dalle tantissime finestre, volute per dare a tutti gli ospiti la possibilità di condividere con i padroni di casa lo straordinario scenario naturale in mezzo al quale questo tranquillo edificio si colloca. Ci sono persino due cavalli - i cavalli di Jerry - che pascolano beatamente a una ventina di metri da noi. Vita da bestie? E chi l'ha mai detto? Anche l'arredamento è stato scelto con cura, nel tentativo di donare all'ambiente un tocco vittoriano. La verità è che qui sembra di stare in paradiso. Ma poi a chi verrebbe voglia di andare in paradiso dopo aver visto un posto come questo? E se si prendesse una fregatura? Tutto sommato, a dispetto dell'isolamento di questo posto, la civiltà è a una ventina di minuti di automobile. Sempre che uno rispetti i rigorosi limiti di velocità.
Jerry cammina a fatica. Gli hanno da poco impiantato una placca di titanio in un ginocchio ma, con l'aiuto del figlio e di un amico del figlio, riesce comunque a svolgere tutti i lavori necessari a mantenere in ordine un posto a cui altrimenti la natura chiederebbe indietro ciò che le è stato tolto. Non che le sia stato tolto granché. Questa costruzione e tutto quello che le sta intorno sono estremamente rispettosi dell'ambiente. Da buon italiano, mi risulta quasi impossibile credere a quello che i miei occhi vedono. Questo sembra un mondo incantato. Mi pare di essere stato paracadutato in un ambiente da film della Disney, uno di quei film per le famiglie tipo Zanna Gialla.
Il figlio di Jerry - che scoprirò essere in realtà figlio di sua moglie - si chiama Max e studia in Utah. Ora però è a casa per le vacanze. Appesa al muro scorgo una stampa che riproduce uno stranissimo edificio pieno di guglie. Chiedo se per caso non è il tempio di mormoni di Salt Lake City. Mentre la domanda mi esce di bocca, mi maledico per non essere riuscito a starmene zitto ma la curiosità è più lesta della mia mente, ancora ottenebrata dalla bellezza incantata del posto. Infatti, ricordo di aver visto una foto di quel tempio molti anni fa. "Sì," mi dice sottovoce, "noi siamo L.D.S.". E meno male che ora sono ben desto perché altrimenti mi verrebbe da pensare che questa strana gente sia una specie di comune di hippie sballati dagli acidi. Individuando una discreta dose di costernazione nei miei occhi, aggiunge, "siamo mormoni." A questo punto, mi prende sottobraccio e mi elargisce, insieme al figlio, un breve ma esauriente excursus sulla storia dei mormoni. Intorno al 1825, Joseph Smith Junior, un adolescente dello stato di New York, ha una lunga serie di rivelazioni che lo porteranno a trascrivere un antico testo tramandato da un'oscura tribù di indios del Sudamerica, un testo giunto per qualche motivo nelle mani di un'altra oscura tribù del Nordamerica. Questo testo, scritto in una lingua ancor più strana e oscura, diventa il Libro di Mormon, testo sacro ai mormoni, insieme alla Bibbia di Re Giacomo. Jerry e Alex me ne donano una copia - non si sa mai che un po' di evangelizzazione abbia successo e gli guadagni un posto privilegiato nell'olimpo dei santi - e io, a questo punto, non posso esimermi dal porre la classica domanda idiota. Vorrei avere la lingua meno veloce ma, ancora una volta, mi trovo a constatare che la mia dabbenaggine è quasi un riflesso condizionato oppure che il mio cervello si è adeguato ai nuovi limiti di velocità americani. La domanda, dunque, precede il pensiero: ma è proprio vero che voi mormoni siete poligami? È Alex a rispondere.
Quando il secondo padre dei mormoni, Brigham Young, guidò l'esodo del suo popolo a ovest e decise di stabilirsi a Salt Lake City, la situazione era molto diversa da quella attuale. I mormoni erano stati perseguitati e sterminati attraverso dei veri e propri pogrom e per questo non c'era stata altra via che la fuga, anzi l'esodo, verso ovest. Siccome molti degli uomini erano stati uccisi, molte donne con prole erano rimasta vedove, senza alcun mezzo di sostentamento, visto che al tempo la loro occupazione esclusiva era badare alla famiglia. Così, si era deciso di darle in moglie agli uomini che una sposa l'avevano già. Alex sottolinea come Brigham Young stesso avesse tredici, dico tredici, spose ma, come documentato in maniera inequivocabile da diverse immagine dell'epoca, anche come molte delle spose non fossero affatto attraenti. Per farla breve, non si tratterebbe di una specie di harem cristiano creato per soddisfare la insaziabile libidine di qualche americano superdotato dagli appetiti incontenibili, visto che le racchie non mancavano di certo. E poi, a onor del vero, questa pratica richiama anche un'usanza in voga tra gli antichi ebrei e tramandata dalla Bibbia. Insomma, per avvicinarsi ulteriormente alla santità, guarda che razza di prove un uomo deve superare.
Oggi, la pratica della poligamia sta scomparendo del tutto, tanto che la sorella di Alex si rifiuta di partecipare ai riti della sua chiesa proprio perché i suoi rappresentanti locali non si sono ancora espressi in favore di un bando chiaro e deciso di tale usanza. Ma, così mi dice Alex, chi ufficialmente fa ostentazione della poligamia si pone quasi automaticamente fuori di un'ortodossia molto rigorosa che viene custodita da una rigida struttura gerarchica ai cui vertici stanno i cosiddetti 12 apostoli, tra i quali, quando giunge il momento, viene scelto il nuovo padre, una sorta di papa mormone. Alex tiene a sottolineare come Papa Wojtyla e il precedente padre dei mormoni intrattenessero stretti rapporti di amicizia e intensi scambi diplomatici e come spesso mormoni e cattolici uniscano i propri sforzi per compiere opere caritatevoli.
Ma certo noi non siamo qui per studiare teologia e dunque chiedo a Jerry se la fauna selvatica locale è ricca. Jerry sfodera un sorriso compiaciuto e dice che gli animali selvatici certo non mancano. I cervi - ci risiamo, penso - sono abbondantissimi e se non chiudi la cancellata di sera finiscono per venire a brucarti in giardino, cosa che d'altra parte fanno le numerosissime vacche libere di pascolare e di sconfinare nel suo territorio. Immaginate un branco di quadrupedi che scorrazzino allegramente nel vostro giardinetto, dopo essersi nutrite abbondantemente di erba fresca, e che decidano di liberarsi davanti alla porta di casa vostra. Una seccatura. Immaginate che la stessa cosa la facciano anche i cervi, bestie simpatiche, certo, ma sempre… ingombranti.
Orsi ce ne saranno? Mi domando e poi glielo chiedo. "Noo, beh, ora che ci penso, sì," dice Jerry grattandosi la testa. "Orsi neri. Ce ne sono parecchi. Però di solito stanno nel bosco e non si fanno vedere." Quel "di solito" non mi tranquillizza particolarmente, anche perché noi siamo proprio in mezzo al bosco. "E poi ci sono molti leoni di montagna. Puma!" Un'aggiunta confortante. "Un paio di mesi fa, un puma mi ha ucciso il cane. Sapete, sono una specie super protetta e così si sono moltiplicati. Non puoi ammazzarli, dannaz…" Si mangia l'imprecazione. È un mormone. "Dicevo che il governo non ti permette di ammazzarli, a meno che non entrino nella tua proprietà. In tal caso, sei autorizzato a farlo." Non riesce a trattenere un bel sorriso compiaciuto. "Ora vi racconto una bella storia divertente." Sua moglie Carol scuote la testa e dice, "Jerry, la smetti di terrorizzare i clienti? Questi signori sono appena arrivati e non vorrei che pensassero di essere piombati in un monda da incubi." Macché, penso, il suo maritino ci sta solo aiutando ad armonizzarci meglio con il territorio. Ed ecco la storia di Jerry.
"Il nostro medico di famiglia stava facendosi il bagno nella tinozza davanti a casa, all'aperto," - eh già, nella opulenta America c'è chi ama tornare indietro nel tempo - "quando ha sentito il vicino gridare. Si è allarmato non poco, temendo che qualcosa di spiacevole fosse successo a pochi metri da casa sua e così si è voltato dalla sua parte, scorgendo appunto il vicino che gli indicava di guardare in alto. Così ha alzato lo sguardo e indovinate cosa si è visto davanti? Un bel puma appollaiato su un ramo sopra di lui, intento a decidere se spiccare un balzo per farne un boccone o meno. Naturalmente, il vicino ha preso il fucile e ha sparato mettendo in fuga la bestia. Ma non c'è da aver paura. L'importante è tenere chiusi cani, gatti e bestiame la notte."
Già, niente paura. Peccato che la zona sia infestata da serpenti a sonagli che però, essendo animali intelligentissimi ed educati, prima di attaccare avvertono sempre. Non ci si può sbagliare: il loro richiamo è inconfondibile. Eh già, ora sì che ci siamo tranquillizzati.
Meno male, poi, che ci sono anche bestie meno preoccupanti: orsetti lavatori, opossum, scoiattoli, tacchini selvatici, persino lama e vigogne che, strano a dirsi, qui stanno da dio, pur non essendo questo il loro ambiente naturale. Che quella animale sia la nuova frontiera del turismo?
Insomma, a parte tutto e a parte il fatto che da queste parti tutti sono armati fino ai denti, qui si vive bene.
Siamo esattamente a metà strada tra i picchi innevati di Mount Adams, nello stato di Washington, e quelli di Mount Hood, nell'Oregon, per molti versi montagne gemelle. È uno spettacolo della natura che non ha eguali nella vecchia Europa. Sono questi gli spazi aperti che l'epopea del West ci ha tramandato attraverso pellicole su pellicole. Direi che, nell'immaginario collettivo europeo, il West è la Monument Valley oppure una qualsiasi di queste distese di prateria, delimitate da foreste di conifere che lambiscono le pendici di monti dall'innevamento perenne. E la gente ci vive oggi come ci viveva un tempo. O quasi. È terra di cowboy, questa, e di ranch e pascoli. Cowboy veri, non finti vaccai dagli abiti firmati. Si potrebbe dire che in questa zona non ci abitano dei fighetti travestiti da mandriani. In Texas, a molte centinaia di miglia di distanza, i finti cowboy vengono indicati con la spregiativa locuzione, "big hat no cattler" (ndt. Cappello grande ma niente vaccaio). Proprio come George W. Bush, per molti taxani una vera vergogna nazionale, anche perché pare che sia nato nel Connecticut. Della serie "vado a vivere in campagna"?
Ma qui il Texas non c'entra. Però non mancano certo cavalli pezzati e bestiame. Sembra di vedere gli scenari dei film "Silverado" e "Terra di confine". Ogni tanto si incontra un gruppo di case, con un ufficio postale, una stazione di rifornimento del carburante con bar annesso, e il classico General Store. Se questo non è vecchio West?
Ma che cos'è un General Store? Un negozio in cui si vendeva e si vende tuttora praticamente di tutto. Nel West non si bada tanto alle differenti tipologie merceologiche. Qui si guarda al lato pratico.
Ci fermiamo a Trout Lake, ai margini di una riserva indiana per accedere alla quale si devono versare 3 dollari di obolo. Il fatto è che i 3 dollari li versi se l'indiano preposto alla riscossione del tributo c'è. Se non c'è, entri e non versi niente. Questa è la mentalità dei nativi americani degli Stati Uniti. Quanto meno, secondo Jerry il mormone.
È sabato e a Trout Lake c'è un mercatino all'interno di una specie di salone civico. Niente di elegante e ricercato. Una cosa autenticamente americana. Molto interessante e, in un certo senso, toccante. Coppie di anziani vendono oggetti da loro confezionati oppure articoli alimentari di produzione domestica. Pensare che tutto questo avvenga nell'emancipata e modernissima America mi commuove un po'. Forse è proprio questo uno degli elementi che sfuggono all'europeo medio: la grande genuinità del popolo americano, una genuinità che lo conserva allo stato quasi virginale. Solo in posto come Trout Lake, in mezzo a boschi e monti remoti, ti può capitare di captare per caso la conversazione che sta avvenendo al tavolo accanto al tuo - mentre ti mangi un hamburger di bisonte coperto da una montagna di patatine - conversazione che verte sull'antica attività della ricerca dell'oro. In questi luoghi lontani, c'è ancora chi, più per gioco che per convinzione, passa la setaccio l'acqua purissima dei torrenti di montagna nella speranza di trovarsi tra le dita una bella pepita. E, a giudicare da quanto le nostre orecchie hanno captato al tavolo, sembra che qualche sassolino giallo lo abbiano trovato. Sono felice quasi quanto se a trovarlo fossi stato io. Ho un'altra storia da raccontare, l'ennesima, e so per certo che saranno in tanti a non credere alle mie parole. Nemmeno io ci credo troppo, ma anche questo fa molto vecchio West!

U.S.A. & GETTA di Seba Pezzani

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  Depressione canina e festa della birra (Cerbero e Cervogia)


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ultimo aggiornamento 26/12/2016