H O M E P A G E

Sogni di rock'n'roll e deserto

Questo non è un vero giro turistico. Sono molte le ragioni che mi hanno spinto a tornare negli USA a nove anni dalla prima e finora unica visita a questo paese. In un certo senso, anch'io sono americano. No, non verrò qui a dirvi "Ich bin ein Berliner", anzi "I am a New Yorker" o qualche altra amenità simile. Il fatto è che sono venuto su a forza di Rock'n'Roll e di sogni a stelle e strisce. Per anni ho accarezzato l'idea di fare il classico coast to coast, naturalmente a bordo di una macchina decappottabile - magari una Cadillac rosa! - con lo stereo a manetta sintonizzato su una stazione radiofonica Country oppure sulle note di una bella compilation dei Creedence Clearwater Revival. Poi, quando mi sarei potuto finalmente permettere di farci un bel viaggio, molte cose mi hanno trattenuto dal farlo. La paura di volare, e questo ben prima del fatidico 11 settembre 2001, ma soprattutto il timore di vedere i miei sogni infranti sotto i colpi di una realtà molto diversa da quella da me sognata. Però, nel 1992, a pochi giorni dalla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Atlanta e della tragedia aerea nei cieli di Long Island - tuttora avvolta nel mistero - ho preso il toro per le corna e ho superato le mie paure: New York, Pittsburgh, Toronto e Washington DC per una ventina di giorni a bordo di un Dodge Voyager stipato all'inverosimile, visto che insieme a me viaggiavano la mia band e un paio di sostenitrici, oltre ai relativi bagagli e strumenti musicali. Una bella esperienza, purtroppo condizionata da troppe tensioni interpersonali.
Stavolta, ho deciso di lasciare a casa la chitarra, anche perché, navigando in rete, me ne sono comprata una che mi attende a Denver e vengo in compagnia della mia ragazza. Gelosie e incomprensioni preferirei evitarle. Una breve puntata a Chicago e poi subito Denver, prima di immergerci con due amici americani nella selvaggia natura del West. Perché davvero la terra qui profuma ancora di West, di Winchester e bibbie, di appaloosa e sciamani, di pistoleri e fuorilegge. Eppure è tutto così dannatamente mainstream, un termine americano nato per identificare la tendenza della massa, l'omologazione. Anch'io sono mainstream, anch'io cerco di discostarmene. Anche a me piacciono la Coca-Cola e le strade dritte da percorrere a bordo di una macchinona americana con il cambio automatico. Ma il West mantiene un fascino unico, con i suoi ampi spazi e i suoi cieli tersi o percorsi da nubi cirriformi che siano.
Partiamo da Denver alla volta del primo grande parco nazionale nel deserto: Arches National Park. Ci si sposta dal verde Colorado all'arido Utah.
La cosa buffa è che, in un certo senso, l'idea di morigeratezza e di temperanza trova una discreta applicazione pratica in quest'angolo di mondo. Logico che tra le mura di casa la faccenda possa risultare diversa da come si presenta al viandante. Ma, siccome questo non è il resoconto di un insopportabile reality show e siccome non disponiamo degli stessi strumenti avanzati di cui si fregiano gli agenti della CIA, non abbiamo la controprova, ovvero nulla che testimoni l'opposto tra le pareti domestiche.
Insomma, sembrano valere gli ammonimenti che ogni tanto ci scorrono accanto sulla strada: "Benvenuti in Utah: niente sesso, alcol e gioco." Tanto per non creare false attese. In fondo, Las Vegas e il demonio non sono lontani. Sarà pure arido lo Utah, ma qualche uomo con le sue ataviche tentazioni ci abita pure. E comunque, si tratta di una mezza verità, visto che nello stato dei mormoni ci sono anche foreste a perdita d'occhio.
Gli spazi, dicevo. Sono talmente smisurati che dentro di me si insinua una sorta di claustrofobia al contrario. Schiacciati come siamo nel caos di strade e città sovraffollate, l'emozione di trovarsi in un enorme spazio aperto è quasi insopportabile. Purtroppo, ci farò presto l'abitudine. La mia preoccupazione è per il dopo. Come farò a tornare in un ambiente che, per quanto familiare non potrà che risultare asfittico?
Arches è una meraviglia quasi indescrivibile, forse perché ci arriviamo all'imbrunire, quando all'ingresso del parco non c'è più il classico ranger con tanto di cappello ad attenderti. La poca luce del deserto dipinge quadri impensabili. I colori cambiano da un istante all'altro e, con essi, cambiano anche le forme che, l'indomani, alla luce del giorno, sembreranno appartenere a un ambiente molto diverso. Il parco si chiama Arches perché, appunto, milioni di anni di erosione dovuta a venti, acqua e cataclismi hanno scavato centinaia di archi nella roccia rossa. Qualcuno deve ricordarsi un bel film western con Burt Lancaster che fu girato in buona parte qui. Credo si intitoli L'ultimo Apache e ne consiglio a tutti la visione. Un bel film, con un gran cast e una superba ambientazione.
Ho sempre avuto la passione per gli animali selvatici nel loro ambiente naturale e da qui in poi sarà una costante gara a individuare nuove specie. Per ora, mi devo accontentare di un coniglio selvatico, uno di quelli che qui chiamano cotton tail - perché hanno il caratteristico pom-pom bianco al posto della coda - e di un geco, però posso dire di aver sentito il sonaglio di un crotalo e dunque di essermi trovato a pochi passi da un serpente piuttosto velenoso. Devo dire che ho avuto una bella strizza, anche se il rischio di morire è senz'altro più elevato sul tratto di A1 compreso tra Parma e Milano. E non per il morso di un serpente a sonagli. Fa un bel caldo e il serpente non ha voglia di sudare e di attaccare briga - forse sta facendo la siesta, visto che da queste parti molte cose parlano messicano - e così si limita a mandarmi ripetuti avvertimenti. Nemmeno io ho voglia di sfidare la sorte e così abbandono con riluttanza, ma anche con sollievo, la caccia. In fondo, non mi sono mai sentito tanto Indiana Jones. Io nel tempio maledetto ci sarei rimasto secco per la paura.
Quando ho deciso di imbarcarmi in questo viaggio, ho fatto delle scelte. A dispetto delle ben note dimensioni degli Stati Uniti d'America, solo visitandoli ci si rende conto di quanto siano grandi. Mi era capitato di provare una sensazione simile anche durante il mio precedente viaggio in America. Non avevo ben afferrato le proporzioni gigantesche di New York nemmeno quando l'inconfondibile silhouette dei grattacieli di Manhattan mi si era stagliata davanti, dal ponte di Verrazzano. Per rendermene conto pienamente, mi ci ero dovuto immergere: solo quando mi ero sentito piccolo e insignificante, col naso puntato verso le vette lontane di quelle costruzioni che sfidavano il cielo, lo avevo capito. In questo momento provavo la stessa sensazione. Sulla carta tutto sembra a un tiro di schioppo, ma quando ti metti in viaggio i chilometri diventano miglia (notoriamente molto più lunghe) e le miglia non finiscono mai, anche perché i limiti di velocità sono bassi e la gente in genere li rispetta. Altrimenti i morti sulle strade sarebbero molti di più, visto che gli americani sono degli automobilisti impresentabili. Non sorprende imbattersi in qualcuno che abbia fatto un viaggio in Italia e che ancora ricordi, atterrito, come si guida dalle nostre parti.
È lo stesso discorso delle armi, ancorché ribaltato. Se in Italia ci fosse la stessa facilità a procurarsi armi da fuoco, le liti con sparatoria sarebbero ancor più all'ordine del giorno e il conto dei morti salirebbe a dismisura. E non perché noi siamo più bravi a sparare, bensì semplicemente perché viviamo in spazi più ristretti e ci pestiamo i piedi a vicenda.
Ora, però, mi sto accorgendo di aver divagato di nuovo. Tutto è nato dal fatto che le distanze sono superiori a quello che la mappa ci suggerisce. Infatti, dovendo tagliare fuori certe mete per fare posto ad altre, stavo per commettere l'errore imperdonabile di saltare il Parco Nazionale di Canyonlands, solo perché saremmo comunque andati a visitare il Grand Canyon National Park. Sono entrambi dei parchi nazionali, entrambi sono attraversati dal fiume Colorado e presentano una successione infinita di gole, strapiombi e anfratti rocciosi, inoltre sono entrambi straordinari e, pertanto, impedibili. Ma sono anche molto diversi. Canyonlands National Park è deserto nel deserto. Il Grand Canyon è un enorme canyon, come dice il nome stesso, a ridosso di foreste secolari. Sono piuttosto lontani tra loro - o piuttosto vicini, secondo il metro valutativo americano medio - e nel tragitto facciamo in tempo a visitare il parco nazionale di Mesa Verde, sconfinando nuovamente in Colorado. Mesa Verde è una zona sacra all'antica tribù degli Anasazi, una civiltà nativa che viene presa a esempio. In un territorio verdissimo, un altopiano nel deserto a poca distanza dalla mitica Durango, sorgono alcuni antichi insediamenti indiani, eretti nella roccia in posizioni ardite e inarrivabili. Qualcuno dice che è singolare parlare di grande civiltà visto che questi insediamenti risalgono al 1600, quando in Italia l'Umanesimo era già una vestigia del passato. Qui siamo poco più avanti dell'età della pietra e dall'altra parte dell'oceano Atlantico Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti avevano già fatto il loro corso. Ma lo spettacolo di questo villaggio scavato nella pietra, un villaggio autosufficiente e calato in una vegetazione lussureggiante, interrotta solo da questa spaccatura nella roccia, resta stupefacente. Purtroppo, buona parte del parco è andata distrutta nel corso di un incendio apocalittico divampato alcuni anni fa. La vegetazione sta iniziando a ricrescere ma il paesaggio è a tratti sinistro. Mentre ci troviamo a visitare il parco, scorgiamo in lontananza un'enorme colonna di fumo sopra la quale si danno da fare diversi elicotteri. Un solerte ranger ci dice che è scoppiato un incendio nella vicina riserva degli Ute, un ambiente di per sé aridissimo e inospitale. Mi verrebbe da dire che piove sempre sul bagnato ma, in un posto come questo, mi pare proprio che si tratti di parole fuori luogo.
Ci spostiamo più a sud, come detto, ovvero ai confini fra lo Utah e l'Ariozona. Per noi italiani, questa è soprattutto la zona di Tex Willer e, quando attraversiamo la Monument Valley, la tentazione di domandare a un Navajo dove si trova la casa di Aquila della Notte è forte. Solo la convinzione di fare la figura dell'idiota o, peggio ancora, di dare la sensazione di voler prendere per i fondelli i fieri indigeni, mi trattiene dal fare l'inopinata domanda. Si dice che in Arizona se metti due uova sul cofano della macchina nel giro di pochi minuti sono pronte da mangiare. Basta aggiungere un pizzico di sale. Non so se sia vero e non ci provo nemmeno, visto che le uova del bed & breakfast in cui passiamo la notte suono buonissime, per quanto cotte col classico sistema internazionale. Quel che so è che fa un gran caldo e che, dovunque ci spostiamo, divampa un incendio.
Quando giungiamo sul North Rim (più semplicemente, la parte a nord) del Grand Canyon - un parco di dimensioni davvero gigantesche - i ranger ci segnalano che è in corso un "incendio controllato". Che questi americani fossero strambi era un sospetto che covava da tempo dentro di me. Ora mi pare di averne avuto piena conferma. Spero proprio che questa nuova moda ecologica non sia un maldestro tentativo di adeguarsi ai nuovi dettami suggeriti dal presidente Bush in tema di ambiente: tagliare e bruciare parte del patrimonio boschivo americano al fine di evitare che gli incendi se lo portino via da soli. un po' come bombardare paesi nei quali vigono regimi dittatoriali per impedire che siano i loro dittatori a farlo e per imporvi la democrazia. Un discorso un po' contorto? Già, ma non è certo la politica l'obiettivo del nostro viaggio. Non lo è mai stato quasi per nessuno. O forse sì. Bisogna sempre vedere da che parte si guardano le cose. Comunque, la teoria degli incendi controllati lascia alquanto a desiderare. Tanto per cominciare, oggi impedisce ai turisti di godere appieno dello spettacolo incredibile del Grand Canyon, velato da una fastidiosissima cortina di fumo. E poi sono più che frequenti i casi in cui degli incendi sono sfuggiti al controllo dell'uomo, creando danni ingenti e, soprattutto, irreversibili. È proprio vero che quella dell'incendio controllato non è una scienza esatta bensì un'arte, come diceva un personaggio di cui, in questo momento, mi sfugge il nome.
Qualcuno dice che il deserto è monotono. Non sono d'accordo. Di certo, è un ambiente talmente vasto e selvaggio da risultare inquietante. Però, a rompere la monotonia degli spazi illimitati ci pensano i frequenti monumenti creati dalla natura e dall'uomo. Lake Powell è uno di questi. Creato nel 1956 in una zona poverissima d'acqua, con la costruzione delle dighe di Glenwood e Hoover, oggi è un lago enorme e, a mio parere, apocalittico, essendosi creato un bacino artificiale che ha sommerso chilometri e chilometri di canyon, distruggendo completamente un habitat naturale che non ha eguali e trasformando un vasto tratto di deserto in una improbabile località balneare, con tanto di marina e di yacht. Spettacolare, certo, ma opinabile. Il centro più noto, con l'affollata darsena a fare da irreale richiamo, è Page, cittadina nata insieme al lago. Ci arriviamo a tarda sera e la prima cosa che scorgiamo è un enorme impianto non meglio identificato. L'unico cartello che troviamo indica la sinistra sigla N.G.S. ma altro non dice. L'impianto è davvero mastodontico, con tre ciminiere altissime e cosparse di lumini rossi tanto da sembrare un albero di Natale postmoderno. In realtà servono a evitare che qualche pilota incauto faccia suo malgrado la felicità di Bin Laden. Al ristorante, chiediamo lumi alla simpatica cameriera che, per tutta risposta, ci chiese se siamo dei terroristi. Naturalmente, lo fa col sorriso sulle labbra e, alla fine, si becca l'immancabile mancia - non dimenticate che in America il servizio non è quasi mai compreso nel prezzo - però resta il fatto che una curiosità innocente di un paio di ingenui turisti desta sospetti tra un popolo ossessionato dalla paura di un nuovo attacco di non meglio identificate forze del male. Sembra proprio che in questo paese si dia per scontato che prima o poi l'attacco arrivi. Ma la domanda che mi assilla è: abbiamo una faccia così poco rassicurante? Certo mai come quella del tizio ispanico che incontriamo ripetutamente nell'ascensore dell'albergo. Sono le undici di sera, eppure l'ispanico, con tanto di baffoni da Sergente Garcia e cappello da cowboy, non si preoccupa di coprire una buona parte delle sue nudità: ha il cappellone calcato in testa, la pancia - e pure una bella pancia che sarei pronto a scommettere ha appena riempito di birra - in mostra, un asciugamano intorno alla vita che, voglio sperare, nasconde un costume da bagno e, in mano, un paio di stivali a punta in pelle di serpente e un frigorifero da picnic, probabilmente pieno di quel che resta della birra. Sempre che ce ne sia ancora. ha gli occhi persi nel vuoto e mugugna qualcosa in un inglese non di Oxford. Incomprensibile. Dopo un po', sembra più interessato al fondoschiena della mia ragazza che al vuoto. Anche perché, sull'ascensore, di vuoto ce n'è poco. Certamente non pare molto interessato a intavolare una conversazione con me. Non che io sia dispiaciuto. Però, siccome fa una proposta indecente alla moglie del mio compagno di viaggio, che non è messicano e non ha toccato alcol ma che, in compenso, è tre volte più grosso del maniaco messicano, il povero campesino - o forse è un manovale o che so io, un turista o un vagabondo - capisce che non è serata e toglie il disturbo. Il mio compagno di viaggio mi confesserà che nell'ascensore non ha mai tolto gli occhi dalla mano che il messicano teneva infilata in uno degli stivali, nel timore che ne estraesse un coltello o una pistola. Evidentemente, tanti anni trascorsi negli Stati Uniti hanno fatto del mio amico un perfetto americano. A me non sarebbe mai venuto in mente di adottare una simile precauzione. Ma, a quanto pare, l'Italia è più propensa al borseggio e al furto d'appartamento, mentre negli USA ci si deve preoccupare maggiormente di fare brutti incontri con assassini seriali e violentatori abituali e di imbattersi in situazioni che rischiano di degenerare bruscamente in scene di violenza. Tutto sommato, meglio farsi scippare da un ragazzino su un motorino a Napoli. Negli Stati Uniti, con tutte le armi che ci sono in giro, non è molto raccomandabile farsi coinvolgere in una discussione di strada. Siamo sicuri che a Secondigliano o a Corsico sia molto meglio?
Detta così, sembrerebbe una situazione invivibile. Invece, tutto dipende da dove ci si trova. Mi è per esempio capitato di assistere a scene inconsuete per noi italiani, scene come quella che sto per descrivervi: nel cristianissimo Midwest, naturalmente lontano dai grandi centri urbani, spesso la gente non chiude la porta di casa a chiave e lascia le chiavi della macchina sul cruscotto. Che Dio dall'alto renda la gente più buona, visto che per la maggior parte ha timore di Lui? Non saprei. Quel che so è che, pur con tutti i contrasti che un paese di queste dimensioni presenta, negli Stati Uniti si può vivere anche senza avere grandi disponibilità finanziarie. Certo, un poveraccio è sempre un poveraccio ma, se è vero che il sistema sociale è quasi inesistente e che quello della scuola dell'obbligo lascia molto a desiderare, è anche vero che si mangia e ci si veste con molto meno e che le case, per quanto in buona parte fatte di legno e carton gesso, costano molto meno. Naturalmente, bisogna accontentarsi. Pare che acquistare una casa in una delle numerosissime zone desertiche costi pochissimo. Ma chi mai desidererebbe viverci? Gli indiani, tanto per cominciare. Ma, nel loro caso, ho il sospetto che la scelta sia più che obbligata. Credo davvero che quello degli indiani sia un problema irrisolvibile. Prima o poi verranno tutti inglobati nella società e spariranno. D'altra parte, la nazione ha già il suo bel da fare per contenere il senso di colpa insopprimibile maturato nei confronti degli afroamericani. I nativi americani sono molti meno. Dunque, che si impicchino!

U.S.A. & GETTA di Seba Pezzani

  Carpentiere e fotografo
  Il rap dei Navajos


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ultimo aggiornamento 27/12/2016