H O M E P A G E

Valle della morte, alberi di Giosuè e cowboy assetati

Comincio ad averne abbastanza di Vegas, nonostante ci abbia solo trascorso qualche ora e nonostante la serata si sia conclusa con una nota più che positiva. Sarebbe più appropriato dire con un torrente di note, visto che ci siamo fermati in un bar chiccoso all'interno di una delle infinite sale del Caesars Palace e che ci siamo beccati il concerto di un trio jazz fantastico. Non chiedetemene il nome. So solo che il capobanda, un pianista-cantante non più giovanissimo, aveva un nome da musulmano ma era più americano di Abramo Lincoln e più nero di Condoleezza Rice, anche se meno antipatico di lei. e pensare che a me il jazz non piace particolarmente e che ero convinto che le consumazioni al bar avrebbero ridotto di un paio di giorni la nostra vacanza, per aver sforato il budget con netto anticipo. Invece, il capo orchestra, pur gigioneggiando più da cabarettista che da artista del piano, ci ha concesso uno show divertente e la cameriera ha avuto pietà di noi. Forse perché si è accorta che non eravamo che dei turisti poco dotati sul piano finanziario e così non ha infierito. A ogni buon conto, la mia razione di Vegas può bastare. Ho persino provato l'ebbrezza del gioco e ho perso 2 dollari, dico 2 dollari.
C'è solo il tempo di una bella dormita all'Hotel Flamingo e poi si va a prendere la macchina all'autonoleggio. Con grande sorpresa, scopro che è una Mustang rossa, la macchina di Steve McQueen.
È ora di rompere ogni indugio e di muovere verso ovest, dopo aver salutato i miei due amici che, invece, di Vegas non ne hanno ancora avuto abbastanza.
Ci prepariamo all'attraversamento della Valle della Morte. Detto così, sembrerebbe un'impresa d'altri tempi. In effetti, oggi la Valle della Morte è un parco nazionale e offe uno spettacolo che merita il biglietto. Noi il biglietto manco lo paghiamo, visto abbiamo fatto l'abbonamento annuale che concede l'accesso a tutti i parchi nazionali. Il tesserino è intestato al nostro amico residente in USA ma nessuno fa dei controlli particolarmente accurati. Ne sanno qualcosa le due torri…
Dicevo che una volta attraversare questa valle fatta di distese di sale e pietraie riarse dal sole era pressoché impossibile. I pionieri che vi si sono avventurati con i propri convogli oppure in solitaria, a dorso di mulo o di altra cavalcatura, quasi mai sono riusciti a raccontarlo. Ci volevano diversi giorni, nella migliore delle ipotesi, e non c'era acqua. Inoltre, era facile perdersi e non c'erano sentieri degni di tal nome. Senza contare che nella Valle della Morte si raggiungono alcune delle temperature più alte del globo, dato che, per giunta, buona parte del tragitto è sprofondato nel bel mezzo di una depressione a un centinaio di metri sotto il livello del mare. Prima di arrivare all'ingresso del parco, facciamo in tempo a imbatterci in un breve ma intenso temporale desertico, con abbondanti scariche di energia elettrostatica tra i Joshua Trees, gli alberi di Giosuè, strane piante a metà tra i cactus e gli olivi che gli U2 hanno immortalato sulla copertina dell'omonimo e fortunatissimo album. Joshua Tree è anche il nome di un parco nazionale situato in un deserto della California che, nonostante vi siano state disperse le ceneri del guru della rinascita del country, Graham arsone, non avrò il tempo di visitare in questo viaggio. Nell'Area 51, l'area famosa per gli avvistamenti di extraterrestri che qui sarebbero sbarcati a partire dal 1954, si scatena una tempesta desertica. C'è tanto di museo con i resti (sic) di un alieno sotto teca. Io non ci sono andato. I cadaveri mi fanno sempre uno strano effetto, che siano umani o meno.
Finalmente, stiamo per entrare nella Valle della Morte, una zona un tempo sotto il controllo di una tribù Shoshone. Anche questi indiani devono essere un po' strani se hanno deciso di stabilirsi qui. Più facile che sia stato qualcuno di Washington a mandarceli.
L'antipasto è il mitico Zabriskie Point. Già, proprio quello dell'omonimo film di Michelangelo Antonioni, alle cui immagini fa da commento sonoro la musica altrettanto stralunata dei Pink Floyd. Fa un caldo pazzesco e per salire sulla collinetta che porta questo nome carico di suggestioni dobbiamo superare noi stessi. Fortuna che tira una discreta brezza, anche se sembra l'aria di un altoforno. Mi sento bruciare la gola. Che cosa si vede da Zabriskie Point? Niente. Solo pietraie riarse e calanchi, ma lo spettacolo è comunque di quelli che ti tolgono il respiro, se già non bastasse la calura da girone dantesco, forse perché uno si immagina chissà che cosa e non può fare a meno di autoconvincersene perché, altrimenti, dovrebbe poi ammettere la propria deficienza ad aver compiuto uno sforzo così sovrumano. Potenza dell'autosuggestione. La stessa che deve aver convinto il nostro Antonioni di essere un genio visionario e non un pazzo rincitrullito, ora peraltro pure invalido!
Meno male che ci pensa la vera Valle della Morte a rimettere i puntini sulle "i". come dicevo, nonostante i tempi siano cambiati, chiunque decida di fare questa strada per approdare alla California fa bene a prendere alcune precauzioni: controllare le condizioni della macchina; idratarsi e portarsi appresso una buona scorta d'acqua, tanto per sé quanto per la vettura stessa, nel caso sfortunato di un surriscaldamento dell'acqua del radiatore; non fare l'eroe e non abbandonare la strada.
I nomi delle varie località che si incontrano nel tragitto la dicono lunga: Funeral Mountains, Fornace Creek, Bad Water, Devil's Cornfield. Al Funeral Creek Ranch, ultimo avamposto di una società sempre più remota, i gradi all'ombra sono 52! È uno spettacolo sinistro ma al tempo stesso affascinante. All'uscita della valle, dopo esserci imbattuti in un furgone carico di ragazzi tedeschi ubriachi e fumati e in un gruppetto di ex-figli dei fiori (molto ex o molto rovinati dall'usura delle cattive abitudini) sdentati fermi a una stazione di servizio abbandonata, decidiamo di uscire nuovamente dalla Mustang e di sfidare ancora il caldo. Parcheggiamo la macchina sul ciglio della strada - tanto non passeranno che due macchine in circa mezzora - e facciamo una breve camminata in una specie di altopiano il cui terreno è un'artistica distesa di terra spaccata dalla siccità. Qualche cespuglio di quelli che si vedono nei film western e nient'altro. Quando scorgiamo tra gli sterpi quel che resta della muta di un serpente a sonagli, decidiamo che forse è meglio tornare all'aria condizionata dell'automobile, aria condizionata che per una ventina di miglia di salita ininterrotta abbiamo tenuta spenta, seguendo alla lettere un consiglio comparso su un cartello stradale. Era tanta la paura che il radiatore andasse in tilt che non ci abbiamo pensato su due volte.
Ormai, però, la Valle della Morte è alle nostre spalle. Passiamo accanto a Keeler, popolazione 50! Keeler, un tempo centro per l'estrazione del carbonato di sodio, sorge nei pressi di un vasto lago asciutto su cui, se ci fosse dell'acqua, si specchierebbero i picchi argentei della Sierra Nevada. Ma qui l'acqua è solo una sensazione, anzi un miraggio. Un passo montano è bastato a cambiare il paesaggio in maniera radicale. Non ci troviamo ancora in un ambiente alpino, visto che la prima meta dopo la Valle della Morte è il Parco Nazionale di Yosemite, però i monti incombono. Chi mai potrebbe scegliere di vivere in una zona così selvaggia? I nativi, naturalmente. Lone Pine è una riserva indiana e, sebbene selvaggia e isolata, dispone di un aeroporto e vi sventola l'immancabile bandiera americana. Così come sono immancabili i grossi adesivi gialli a forma di fiocco che portano la scritta "Sostieni Le Nostre Truppe" e che campeggiano su un'automobile su tre. Forse su due, da queste parti. L'America è una nazione in guerra e la gente ne è consapevole e convinta. Anche l'Italia è in guerra ma noi non ce ne rendiamo conto, perché per noi la partecipazione alla spedizione "alleata" anti-Saddam è un mero atto di servitù feudale, mentre il popolo americano è in larga parte convintissimo di quello che i suoi politici gli danno a credere e, comunque, fa come sempre cerchio intorno alla bandiera. In fondo, a torto o a ragione, i ragazzi che rischiano la pelle sono pur sempre americani e fanno pur sempre il loro dovere. E su questo non ci piove. Soprattutto da queste parti, dove l'acqua è un bene prezioso. Peccato davvero che un popolo così sinceramente ospitale abbia le fette di salame - o meglio, gli hamburger - sugli occhi. E peccato che quello stronzo che ha attaccato l'adesivo giallo sul retro del suo enorme pick-up mi abbia fatto una manovra così farabutta che quasi mi viene voglia di rinunciare ai miei valori da pacifista convinto e di sparargli col fucile a pompa che certamente nasconde nel suo veicolo. Anzi, forse ce l'ha pure in bella mostra nella classica rastrelliera. Perché, da queste parti, quasi tutti sono armati. Suvvia, qui siamo nel selvaggio West e prima o poi può capitare a tutti di trovarsi un orso o un coyote nel garage o, magari, un intruso nel letto. Con o senza la propria consorte.
A ogni buon conto, la fame non conosce guerra e pace e così ci fermiamo a cena in un diner alle cui pareti sono appese numerose foto in bianco e nero di John Wayne, Roy Rogers e Roy Acuff, per giunta molte autografate. Cosa diavolo ci faceva il Duca in un posto così sperduto? Immagino si trovasse nei dintorni a girare un film. In fondo, questo è il selvaggio West, se mai ci fossero stati dei dubbi in proposito.
Accanto a noi si viene a sedere una nutrita squadra di vigili del fuoco. Sono tutti affumicati, esausti ed emanano pure un effluvio che certo non sa di violetta. Scopriremo più tardi che erano stati impegnati a lottare con le fiamme di un grosso incendio sprigionatosi a circa un miglio dalla strada che da Lone Pine porta a Bishop. Bishop, Vescovo, un gran bel nome per un altro paese di montanari e di vaccai. Cowboy, li chiamano qui. Mentre mi facevo un giro nella locale libreria - una sorta di rito che compio in ogni località in cui io mi venga a trovare - adocchio un titolo interessante nella sezione "Religioni Occidentali": "The faith of George W. Bush". Ma a chi può mai fregargliene qualcosa della fede del 43° presidente americano? Purtroppo, da queste parti sono in molti a essere preoccupati ed è proprio grazie all'interesse di questa gente per le sue convinzioni religiose e, soprattutto, per le sue frequenti professioni pubbliche di fede, che Bush è stato rieletto. Anche se non sono in pochi, specie nella comunità letteraria americana, a dubitare che anche l'ultima campagna elettorale e le relative elezioni si siano svolte nel rispetto delle regole. Comunque, la fede di Bush sembra essere argomento abbastanza pregnante da dedicargli un intero saggio, per giunta corposo. Potrei anche riderci sopra se, proprio in quell'istante, non mi investisse con tutta la sua forza deprimente la notizia dell'ennesimo attacco terroristico di matrice fondamentalista araba, nella località turistica di Sharm El Sheik. La stupidità umana non ha confini. Forse chi ha avvistato un alieno nell'Area 51 non ha fatto altro che aprire gli occhi e trovarsi davanti un esponente del nostro stesso genere: la bestia umana. Chiunque sia così pazzo e disperato da farsi saltare per aria insieme a tanti innocenti pur di conquistarsi un posto più elevato nella gerarchia dei santi e dei martiri è ancora più pazzo e più disperato di chi pensa che dare il voto a un candidato che probabilmente sta bombardando un paese avendone in mente un altro e non sapendo nemmeno dov'è - a giudicare dai risultati scolastici del presidente attuale che, a quanto sembra, non ha mai svettato - sia meglio che darlo al vice di un altro presidente che ha pubblicamente negato di essersi fatto fare un servizietto da una stagista un po' leggerina, quando tutti sanno benissimo che in realtà se l'è fatta ripetutamente.
Sto divagando? Forse sì, ma in questo modo la rabbia si stempera. E si stempererà ancor più una volta raggiunto il parco nazionale di Yosemite che tutti dicono sia meraviglioso.

U.S.A. & GETTA di Seba Pezzani

  Carne secca e cimiteri infestati
  Las Vegas


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ultimo aggiornamento 26/12/2016