H O M E P A G E

Vulcani, cetriolini e Gesù Cristo

Si va a nord. In fondo, è fin dall'inizio che ho in mente di esplorare l'ovest del nord. Detta così, sembra quasi una contraddizione o, piuttosto, un giochino di parole invero poco geniale. In realtà, l'ovest, o meglio, il West, che è pur sempre un inverso a sé, presenta delle differenze tra il sud e il nord, differenze se non altro fisiche.
Siccome non siamo molto lontani, decidiamo di allungare leggermente il percorso e di transitare dalle parti del Vulcano St. Helens, protagonista di un'eruzione catastrofica, gigantesca, un'eruzione all'americana, insomma, 25 anni fa. la geniale governatrice dello stato di Washington in carica al tempo si rifiutò di proclamare lo stato d'allerta e di emergenza assoluta e di far conseguentemente evacuare la zona circostante il vulcano, nonostante gli avvertimenti pressanti degli esperti. Il motivo? Non si poteva certo bloccare la macchina produttiva di un'area vasta e ricca. Ebbene, la macchina si dovette fermare, suo malgrado. L'eruzione fu infatti di proporzioni apocalittiche e l'area pagò un pedaggio economico che avrebbe potuto essere molto meno pesante. Inutile dire che la governatrice non venne rieletta. Gli americani non sempre sono avveduti in politica ma, certo, godono di ottima memoria.
Sembra che tutta la zona ancor oggi viva del ricordo di quei tristi giorni, tanto che ogni esercizio commerciale si rifà in maniera più o meno evidente - e sinistra, aggiungerei - all'eruzione. "Bar dell'eruzione", "Hamburger esplosivi", "Patatine del cataclisma", "Souvenir originali della grande eruzione, in lava purissima" e via discorrendo.
Non ci spingiamo fino alle falde del vulcano. Non ne abbiamo il tempo. La zona circostante, come sempre, è verdissima e noi non facciamo altro che imbatterci in cervi, vacche e bisonti al pascolo, cavalli pezzati, scoiattoli e lama. Avete capito bene, proprio lama e alpache che qui pare abbiano ritrovato il proprio ambiente naturale. Chissà come se la cavano con la lingua.
Ci fermiamo a mangiare un boccone in un diner. Si respira ancora l'atmosfera degli anni '50, forse perché tutto è rimasto identico a qui giorni. Spero abbiano cambiato l'olio della friggitrice, almeno. Non si può certo dire che i gestori abbiano speso molti soldi per rimodernare il locale. Fa tutto molto Happy Days. Ordino il classico frappè alla vaniglia e scopro con piacere che mi ci mettono sopra una cascata di panna montata e una bella amarena. In Italia, solo questa guarnizione mi costerebbe il prezzo dell'intero frappè. Il che mi fa sentire ancora meglio. Sono di un umore talmente buono che assaggio persino un cetriolino sottaceto. Qui li chiamano pickles e sono davvero immancabili. Per evitare di trovarseli in ogni piatto ordinato, bisogna specificarlo a chiare lettere.
Il cibo americano è migliore di quanto si creda. Non esiste una vera cucina autoctona ma, come sempre succede in America, ci si trova di fronte a una raccolta sparsa di piatti provenienti dalle tradizioni culinarie di molti paesi, europei e non. Certo, hamburger, patatine fritte, torte di mele e hot fudge, annaffiati da litri di bevande gassate e dall'alto contenuto di zuccheri e caffeina, sono il primo indizio per cercare di capire l'altissima incidenza dell'obesità di questo popolo. Ma io problemi di linea non ne ho mai avuti. Ben venga, dunque, il bombardamento di zuccheri.
Poco più avanti del diner, un cimitero semplice ma molto curato affianca un campo da golf, tanto che si fa fatica a distinguere dove finisca uno e cominci l'altro. Immagino la vera differenza la facciano le buche. Per il resto, si tratta pur sempre di prati verdi all'inglese, anzi, all'americana.
Due cavalli pezzati brucano l'erba nel giardinetto di una villa. Anche questa è l'America. E lo si capisce da un cartello posto sul ciglio della strada: "Se credete in Gesù Cristo, sarete salvati." Gesù Cristo e la salvezza sono una vera ossessione nazionale.
C'è un ingorgo sull'autostrada che porta a Seattle. Lavori in corso, forse? oppure un incidente? Macché, solo una vettura in grado di catalizzare l'attenzione di tutti gli automobilisti che, incuriositi, rallentano, provocando una inopinata congestione del traffico. "Dio è la vita. La morte è l'inferno." E via discorrendo. Ce n'è da leggere solo che si dà il caso che siamo su un'arteria stradale molto trafficata. Non mi sembra il momento più opportuno per farlo, anche perché se la morte è l'inferno, qui si rischia tutti di finirci prima del dovuto. Non ho molta voglia di spalare carbone prima del tempo. Meno male che passa un'altra macchina, che riscuote decisamente meno successo della precedente, e che esibisce un divertente adesivo di stampo altrettanto messianico: "Dio non è repubblicano". Vallo a dire a Bush e alla sua cricca e vallo a spiegare ai milioni che lo hanno rieletto.
Il traffico procede senza intoppi. Persino là dove un'area di sosta è stata ricavata in posizione panoramica su una valle all'interno della quale sorge un istituto di correzione. Insomma, un carcere di montagna. Meno male che nessuno si ferma a godersi la vista. Con tutti gli splendidi panorami di questo angolo di mondo, sarebbe irrispettoso. Ve li immaginate i miseri carcerati come si sentirebbero osservati nel corso della fatidica ora d'aria. La legge sulla privacy vale per tutti.
Mentre ascolto Merle Haggard e Willie Nelson duettare sul sempiterno Pancho and Lefty del compianto Townes Van Zandt, una triste storia di fuorilegge in fuga dal mondo e dalla giustizia, davvero un inno alla vita sulla strada, scorgo l'indicazione per un posto che si chiama Salmon Creek. Che fantasia. Queste località contengono quasi immancabilmente un riferimento ai seguenti animali: salmoni, orsi, cervi, trote o procioni. E i poveri lupi? E le lontre e le linci? Le solite discriminazioni. Io queste distinzioni non le vorrei mai ma quando una squadra di bikers - una vera realtà americana, un marchio di fabbrica come la bandiera a stelle e strisce e il guantone da baseball - rallenta la mia andatura per un centinaio di chilometri, pardon miglia, provo l'istinto del killer. Non posso nemmeno protestare, visto che sono in una ventina e che hanno tutti dei fisici e delle facce preoccupanti. Mi conforta solo il fatto che in America, oltre a essere molto severi con coloro che superano i limiti di velocità, non concedono niente neppure a chi procede a una velocità che intralci il traffico. Se si forma una fila di almeno cinque vetture dietro la macchina che sta davanti, quest'ultima per legge è tenuta a dare strada oppure rischia di beccarsi una bella multa. Credo che su queste cose l'America si distacchi un bel po' dal nostro paese.
Non mi resta che sperare di imbattermi in una pattuglia della polizia stradale e che davvero la velocità di questo drappello di motociclisti barbuti e panzuti sia bassa a sufficienza perché ci siano gli estremi per una sanzione. Altrimenti, temo proprio che andrò in un Wal-Mart a fare acquisti.

U.S.A. & GETTA di Seba Pezzani

  Il nord e l'Ovest si incontrano
  Uno sport pericoloso


V i a g g i | K u r d i s t a n | F o t o I t a l i a | P r o v e r b i | R a c c o n t i
C i n e m a & v i a g g i | L i n k s | F i d e n z a & S a l s o | P o e s i e v i a g g i a n t i
B a n c o n o t e | M u r a l e s & G r a f f i t i | L i b r i O n l i n e | P r e s e n t a z i o n e
H O M E P A G E

English HomePage

scrivi


Creative Commons License
Questa opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons
1998 - 2017 Marco Cavallini


ultimo aggiornamento 27/12/2016