H O M E P A G E

La storia di Armira

Era stanca di quella vita. Aveva solo vent'anni ma non nutriva i sogni e le speranze di una ventenne. Dai lineamenti del suo volto traspariva una gioventù crudelmente bruciata in fretta. Il suo nome era Armira.
Era nata in un piccolo paesino dell'Albania ad una cinquantina di chilometri da Tirana. E proprio Tirana con quei fatiscenti casermoni di periferia, la sua immensa piazza Skanderberg orrendamente deturpata dai monumenti eretti in onore del regime, dai suoi rari negozi dinnanzi ai quali file di disperati attendevano pazientemente il loro turno, rappresentava per Armira uno dei pochi punti di riferimento della sua esistenza. Aiutava la zia in una sartoria e la domenica, unico giorno di libertà, si trasferiva in città "gustando" tutto ciò che la vita di campagna le negava ... li c'era la possibilità di fare qualche conoscenza maschile e poi c'era perfino un cinema e poco importava se il film in programmazione si ripeteva per mesi. La sua vita scorreva così, tra un lavoro non certo gratificante ma pur sempre un lavoro, le faccende domestiche da sbrigare fino a tarda sera e ... l'attesa della domenica.
Aveva vissuto l'"Albania Socialista" quella della "dittatura del proletariato" ... lei era una bambina e poco ricorda delle scuole elementari quando, in aula, più che insegnare matematica o geografia si "lavaggiava" il cervello esaltando le grandi "conquiste sociali" ottenute dal regime... Ricordava il giorno in cui i suoi genitori la portarono ad una grande festa del partito, del lungo discorso di Ramiz Alia e di quella bandierina che lei, bimba di 6 anni, doveva sventolare ininterrottamente ... non capiva, allora, che cosa significasse ... era solo un gioco, un gioco a cui i suoi genitori chiedevano di partecipare e poi ... per l'occasione c'erano tutti gli altri compagni di scuola, tutti quel giorno con la stessa bandierina in mano ed i genitori sorridenti, felici, inebriati delle parole del loro leader.
Ricordava la confusione, incomprensibile, che regnava nei giorni in cui tutti erano per le strade a festeggiare ... parlavano di libertà riconquistata, di democrazia, tutti sembravano impazziti di gioia, tutti rincorrevano qualcosa ma non capiva bene cosa, ed anche lei si sentiva felice, sentiva che la vita sarebbe cambiata e che solo il futuro le avrebbe spiegato come e perchè.
E la vita cambiò per alcuni, vide auto che non aveva mai visto, vide vestiti ed oggetti che non immaginava esistessero ma ... le sue cose restarono le stesse, improvvisamente senza valore perchè umiliate dal confronto. Ma esisteva un mondo, poco lontano, in cui tutto ciò non era appannaggio di pochi fortunati ma di tutti ... tutti felici, belli, ricchi e fortunati.
Bastava attraversare quelle cinquanta miglia di mare, in qualsiasi modo e poi anche lei avrebbe lasciato finalmente alle spalle quel mondo diventato improvvisamente troppo stretto ... oggi non c'era più nessuno a convincerla che quella era la migliore società del mondo, la più giusta, la più democratica. Quello stesso Paese, oggi, la invitava a cercare fortuna altrove e lei accettò l'invito. L'impatto con la realtà fu durissimo e Armira, come tante della sua età all'inseguimento degli stessi sogni, si ritrovò nelle mani di uomini senza scrupoli che la minacciarono, la sfruttarono, la umiliarono ... qualche volta rimpianse il suo Paese, qualche volta ne provò nostalgia, qualche volta pianse ... non tanto per la vita che stava conducendo ma per il dolore che provocano i sogni infranti.
Non si sa più nulla di Armira. Forse oggi ha capito che questo è il suo destino e che in fondo, poi, non è così brutto ... forse ha capito che molte altre persone si vendono, in altri modi, più subdolamente, eppure sono rispettate magari anche invidiate.
Forse un giorno Armira tornerà al suo Paese e lo troverà così cambiato da non riconoscerlo più ... cercherà la sua infanzia e non la troverà ... avvertirà lo stesso rifiuto che avvertì il giorno in cui mise piede nel Paese che avrebbe dovuto restituirle una dignità e continuerà nei suoi sogni sospesa fra la devastazione delle esperienze di una donna sfruttata, umiliata e le ingenue speranze di una bambina mai cresciuta.
Questa non è solo la storia di Armira, è la storia di tante persone vittime inconsapevoli di un disegno più grande di loro ... non chiedono pietà, forse neanche comprensione ... ma noi sappiamo che la loro sofferenza, un giorno, ci renderà migliori.

Antonio Liberti (Genova)


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ultimo aggiornamento 01/11/2016