H O M E P A G E

Meu Brasil

Novembre 2003

Qualche tempo fa, ascoltando un’intervista al grande compositore Ivan Lins, mi colpì una frase: é melanconia que dança (è tristezza che balla) - disse - descrivendo nell’insieme i toni, i temi e le ritmiche della musica brasiliana. E’ una citazione che indubbiamente rispecchia cogliendo in pieno l’essenza e l’anima di una nazione che da sempre si fonda su elementi fortemente contrastanti; le difficoltà del presente e l’incertezza del futuro mitigate da un incredibile ottimismo e spirito festoso, la consapevolezza delle proprie enormi risorse e potenzialità sommate all’incapacità o impossibilità di tradurle in un progressivo benessere tale da eliminare, almeno in parte, i terribili squilibri sociali che hanno reso tristemente famosi termini come "favelas" o "meninos de rua".
Ma capire bene il Brasile, dalla lontana Europa, non è semplice!

Una certa curiosità verso questo grande paese nasce in me già all’inizio degli anni ’80 e non è sicuramente dovuta agli stereotipi classici mare/calcio/carnevale, ma piuttosto legata alla frequentazione di locali alternativi che al posto della melensa dance elettronica di gran voga in quell’epoca proponevano, miscelati al classico groove nero americano, brani di musicisti del calibro di Jorge Ben, Gilberto Gil, Airto Moreira. Note sublimi che accompagnavano la mente verso luoghi lontani, misteriosi ed affascinanti.... ma molto tempo sarebbe dovuto ancora trascorrere prima che mi si presentasse la vera opportunità di un viaggio nella patria del samba e della bossa nova, della cuica e del berimbau.

Predisposto a mettere in discussione tante occidentali "certezze", pur temendo un poco la prospettiva che in Brasile tutto può valere il contrario di tutto e convinto dalla mia carissima amica Cel a raggiungerla per qualche giorno durante la sua permanenza nei pressi di Rio De Janeiro (vive in Italia ma sta trascorrendo alcuni mesi a casa della propria famiglia), inizio a lanciare le basi di un programmino che come al solito mi costringerà ad effettuare tagli e restringimenti agli itinerari previsti avendo a disposizione periodi sempre piuttosto limitati. Infatti la matematica non mi aiuta; 15 giorni per 8.511.000 chilometri quadrati, un continente nel continente....praticamente poco oltre la toccata e fuga!! Quindi se Rio De Janeiro rimane meta irrinunciabile direi che lo stato di Bahia, il più nero, il più carico di esotismo, il più intriso di cultura e tradizioni africane è sicuramente quello che esercita in me la seduzione maggiore: sarà senza dubbio questa la mia prima tappa!

Che fortuna avere un’amica che predispone tutto per il mio arrivo; alloggio e biglietto di trasferimento interno già prenotati ed una straordinaria "guida" locale a disposizione per quasi tutto il periodo visto che decide di non aspettarmi a Rio ma di raggiungermi direttamente per godersi alcuni giorni a Salvador de Bahia, considerando che è una delle sue città preferite e che ormai sono passati parecchi anni da quando ha avuto l’ultima occasione di visitarla.
L’enorme baia de Todos os Santos, al centro della quale sorge Salvador, mi appare all’improvviso lanciando l’ennesima occhiata sfinita dal finestrino dell’aereo dopo quasi nove ore di volo intercontinentale da Lisbona. E’ come una folgorazione; mi riprendo immediatamente dal torpore e, protendendomi al massimo appiccicando quasi il naso contro il vetro, pare già di assaporare l’atmosfera unica di luci, suoni e profumi di questo angolo d’Africa in terra brasiliana (è proprio qui che affluiva la maggior parte degli schiavi da Angola, Nigeria e Congo per arricchire di forza lavoro i possedimenti dei colonizzatori portoghesi). Capisco pure che una notte di sonno negato possa giocare brutti scherzi (come caspita riesco a sentire suoni e profumi quando il velivolo è ancora in aria!!?), ma le aspettative sono tali che, unite ad un po’ di stanchezza, fanno sembrare tutto per qualche istante quasi illogico e irrazionale. L’esperienza di tanti viaggi fatti però mi riporta subito in una dimensione più realistica e, appena sceso, affretto il passo per arrivare tra i primi all’immigration desk dove, per il controllo dei passaporti ed il rilascio del visto, spesso accade di non potersi sottrarre a lunghe code e perdere di conseguenza tempo prezioso.

A bordo del taxi di una cooperativa, con la quale il prezzo non corre il rischio di dover essere rinegoziato una volta a destinazione, raggiungo l’Hotel Atlantico che si trova in una località chiamata Jardim de Alah, strategicamente individuata da Cel a circa metà strada tra le spiagge più incantevoli della zona ed il centro storico. Jardim de Alah è già di per se una gradevolissima stazione balneare appena fuori dalla baia, punto in cui l’oceano tuona con voce superba ed i provetti surfisti abbondano; sarà anche sede del mio primo giorno di permanenza perché iniziare una vacanza con la dovuta calma, senza strafare, è sempre una buona regola che mi concede altresì la possibilità di organizzare al meglio le idee per i giorni seguenti. In spiaggia i gestori di piccoli chioschetti con il tetto di paglia forniscono ai bagnanti acqua di cocco gelata, succhi naturali di frutta freschissima (meriterebbero da soli un capitolo a parte!) e la immancabile caipirinha che da queste parti si consuma in quantità industriale a qualsiasi ora del giorno e della notte. Non esiste nemmeno il pericolo di soffrire troppo di solitudine calcolando che il desiderio di relax viene spesso messo in crisi dalla presenza, a volte anche molesta, di venditori ambulanti iperaccessoriati e sbraitanti per incitare all’acquisto delle loro mercanzie. Sotto un sole implacabile trascorro così le mie prime ore baiane fiancheggiato solamente da un venticello costante che ne affievolisce sensibilmente il calore e scuote con il suo dolce alito le chiome di un gruppetto di palme cresciuto a poche decine di metri dal mare. Le atmosfere di Salvador sono però ancora piuttosto distanti ed alla sera il paesino non offre molto, a parte un paio di locali dove posso iniziare a familiarizzare con la cucina tipica ed ascoltare motivi di M.P.B. (Musica Popular Brasileira) eseguiti "ao vivo" per la gioia dei giovani presenti che sfruttano l’occasione per scatenarsi in frenetici balli.

15 Novembre, Festa della Repubblica
Il secondo giorno si apre all’insegna del tudo fechado (tutto chiuso) ma ciò non mi impedisce di prendere un autobus e recarmi ugualmente verso il cuore pulsante di Salvador - il famoso Pelourinho - famigerato luogo di supplizi al tempo degli schiavi ed oggi sicuramente una delle aree urbane più interessanti e movimentate. Da anni l’Unesco ha dichiarato questo quartiere Patrimonio Mondiale dell’Umanità e le vecchie dimore coloniali deturpate dal tempo, rose dall’incuria e dall’umidità, sono tornate all’antico splendore dopo una decisa restaurazione che al tempo stesso ha costretto gli abitanti dei ceti più poveri a spostarsi verso le periferie (causa l’aumento degli affitti), ma ha dato un notevole input al turismo. Se da un lato viene a mancare un poco l’autenticità del luogo, dall’altro noi "gringos danarosi" ci sentiamo maggiormente tutelati e, grazie anche alla presenza di un esemplare servizio d’ordine, corriamo pochissimi rischi di divenire oggetto di scippi o borseggiamenti, attività assai praticate in passato. Le tinte tenui color pastello delle abitazioni e di innumerevoli botteghe d’artigianato si susseguono in un intreccio di vicoletti lastricati che conducono dal Terreiro de Jesus, centralissima piazzetta spesso animata da concerti e spettacoli notturni, verso il Largo do Pelourinho dove sorgono fianco a fianco il giallo Museo da Cidade, dedicato in particolar modo al periodo coloniale ed ai riti religiosi Afro-Brasiliani (tuttora molto seguiti) e l’azzurrissima casa-fondazione Jorge Amado, nella quale è esposta una bella collezione di manoscritti, immagini fotografiche ed altri oggetti personali di colui che meglio di tutti ha interpretato e narrato la realtà di Bahia nei propri romanzi. Finalmente ciò che pregustavo dal finestrino dell’aereo si sta materializzando e l’anima nera di Salvador comincia lentamente ad accendersi.
Alle 18 la messa cantata alla Igreja Nossa Senhora do Rosario dos Pretos ("abusivamente" costruita dagli schiavi tra la fine del diciassettesimo e l’inizio del diciottesimo secolo in quanto essi non potevano disporre dei siti di culto riservati ai bianchi) è preludio a quello che si scatenerà da qui a poco nelle viuzze circostanti. Infatti tutte le scuole di musica, soprattutto de tambores, scendono in campo all’imbrunire con formazioni di circa quindici elementi ciascuna ... alcune addirittura composte da ragazzini che non superano i dodici anni ed iniziano ad imperversare in lungo e in largo attirando al loro seguito decine di improvvisati ballerini, originari e non. Il fracasso è totale, i suoni e le urla rimbombano nelle strade, l’Africa è sempre più vicina; mi rendo conto poco a poco che qui il back to the roots (ritorno alle radici) è veramente una pratica quotidiana molto sentita, in grado di assorbire con allegria nevrosi e problematiche di tutti i giorni, di cui i baiani vanno giustamente fieri. Torno in albergo solo a notte fonda lasciandomi alle spalle una miriade di sensazioni ed emozioni incredibili che difficilmente sono stato in grado di riscontrare altrove.

Come spesso accade dopo certe serate il desiderio principe sarebbe quello di poltrire un po’ la mattina successiva ma, forse perché in attesa dell’arrivo di Cel previsto nel primo pomeriggio ed allettato pure da un’invitante colazione a base di ananas, manghi, papaie ed una infinità di golosissimi dolcetti servita però solo sino alle 9,30, decido ugualmente di alzarmi e dedicarmi così ad una blanda passeggiata che mi porterà alla vicina spiaggia di Pituba, un poco più grande però molto simile a quella di Jardim de Alah. Quando finalmente appare, Cel ha il volto raggiante di chi è notevolmente rilassato (ha lasciato le fredde terre padane da oltre un mese) ovvero di chi sta facendo il "pieno di vita" dopo alcuni anni difficili passati in Italia lontana dal proprio mondo; non sarà complicato intuire il fatto che l’incontro tra due vecchi amici con tante cose da raccontarsi agisca in maniera che il resto della giornata voli senza quasi accorgersi del tempo trascorso.
L’indomani decidiamo di raggiungere insieme Itapuà, la più famosa praia (spiaggia) della regione celebrata pure in una nota canzone di Caetano Veloso. L’idea è ottima ed il vecchio paese di pescatori, trasformatosi lentamente in un discreto centro turistico, si manifesta subito nella sua bellezza non appena scesi dall’autobus; centinaia di palme da cocco lungo il litorale, decine di barche da pesca ormeggiate, mare color smeraldo, sabbia bianchissima. Non resistiamo alla tentazione di crogiolarci al sole sull’arenile quindi, dopo una breve sosta in un caratteristico mercatino, ci dirigiamo a piedi verso la poco distante Lagoa de Abaete che la leggenda indica come dimora di Yemanjà, potente dea del mare. Se vogliamo dar credito a questa storia, potremmo dire che Yemanjà ha saputo scegliere molto bene ove cercare alloggio perché la zona è un vero paradiso nel quale le alte dune di sabbia coperte da una folta vegetazione degradano fino a raggiungere l’acqua verde della laguna e vengono ampiamente sfruttate da orde di bambini armati di rudimentali snowboards che si lanciano dall’alto, zigzagando tra gli arbusti, per poi concludere la prestazione con un fresco tuffo. Peccato che l’ora ormai tarda non ci consenta di restare a lungo ma, ad essere sinceri, la mente sta già approdando verso altri lidi visto che veniamo fortuitamente a conoscenza di un concerto della band Olodum previsto, guarda caso, al Pelourinho per la sera successiva alle ore 21. Finalmente dal vivo una delle mie formazioni brasiliane preferite!!

Gli Olodum, fondati nel 1979, sono registrati attualmente come organizzazione non governativa per progetti di sviluppo culturale e vantano parecchie collaborazioni con grandi musicisti di valore internazionale tra i quali Jimmy Cliff, Paul Simon, Michael Jackson, Wayne Shorter ed Herbie Hancock. Negli ultimi anni si sono distinti per il loro impegno nel campo dei diritti umani e come divulgatori di un pensiero pacifista ed antirazzista associandosi ad altri nomi importanti (Ile Aiye, Araketu...) per la preservazione delle tradizioni africane in Bahia.
Approfittiamo dell’occasione per concederci un’intera giornata a Salvador iniziando questa volta il tour partendo dal porto con l’intenzione di raggiungere il Pelourinho per l’ora di cena. Su un isolotto di fronte alla Marina si erge la fortezza di Sao Marcelo, piccolo baluardo difensivo edificato all’inizio del 600, mentre nell’immediato entroterra ci troviamo subito dinnanzi al glorioso Mercado Modelo, ricostruito dopo l’incendio doloso che lo distrusse nel 1983. La struttura, elevata su due piani, è ormai trasformata in un mercato turistico al 100% ma non ci priviamo ugualmente della soddisfazione di una visita anche perché davanti all’ingresso si sta svolgendo lo strabiliante spettacolo fornito dai giovani allievi di una scuola di Capoeira. Direi che si può collocare la Capoeira a metà strada tra una danza acrobatica ed un’arte marziale la cui origine risale praticamente al periodo della schiavitù quando, prima di organizzare rivolte o ribellioni, ci si allenava in gran segreto ad una forma di lotta camuffata da ballo; al ritmo ossessivo del berimbau i due contendenti-ballerini volteggiavano vigorosamente sfiorandosi con agilissimi movimenti del corpo e delle gambe. Oggi esistono numerose accademie preposte a salvaguardare questo antico rituale, nonostante nelle piazze gli atleti non resistano al desiderio di chiedere un obolo ai passanti come ricompensa per l’esibizione offerta.

Leit motiv della mattinata è pure il continuo incontro/scontro con venditori di ogni genere, pseudo-taxisti nonché sedicenti maghi e santoni appostati negli angoli delle vie uno dei quali, particolarmente assillante, viene sonoramente apostrofato da Cel con un energico "mo va un po’ a caghèr" (sarà pur valsa a qualcosa la prolungata permanenza in provincia di Parma)!!! Nonostante le scaramucce proseguiamo verso la nostra meta superando l’isolato costiero e salendo pian piano nella direzione de la cidade velha. Il colle su cui si trova il rione storico è a circa 70 metri sul livello del mare ma per facilitare la risalita esiste la possibilità di usufruire dell’Elevador Lacerda, mastodontico ascensore che in pochi secondi effettua il collegamento dalla zona bassa a quella alta della città. Notiamo che tradizione e mercificazione turistica si fondono ad ogni passo: alle simpatiche donne baiane in costume che vendono acarajé ( frittelle con farina di fagioli e gamberetti) nei classici banchetti si frappongono spesso avvenenti signorine, sempre in abiti tipici, che elargiscono baci e abbracci agli stranieri per fare foto e recuperare così qualche dollaro. Però, credetemi, l’atmosfera à impareggiabile!

Arriviamo al Largo do Pelourinho alle 18,30 giusto per la cena e non possiamo sottrarci alle lusinghe procurate dalla vastissima selezione di piatti regionali proposta dal Senac, ristorante interamente gestito dagli studenti della scuola alberghiera. Con la modica cifra di 18 Reais (circa 6 Euro bevande escluse) ci si può avventare su un buffet composto da ben 40 pietanze di cui la metà cotte o fritte nel micidiale dendé (olio di palma) che è l’elemento base della cucina afro-brasiliana e si sposa perfettamente con carni, pesci e verdure. Per chi non fosse provvisto di un apparato digerente da competizione, la scelta potrebbe ricadere su altri piatti meno "pesanti" bolliti ad esempio nel latte di cocco ed accompagnati dalla onnipresente farofa ossia una farina tostata di manioca che più o meno funge come in Italia il parmigiano sulla pasta!!? Da non sottovalutare nemmeno i dolci....a disposizione ce ne sono una dozzina tra i quali spiccano Quindim e Manjà (simili alla panna cotta come consistenza ma preparati con uova e cocco), fette di ananas caramellate e banane fritte ricoperte con una deliziosa mousse di susine. Ora che la pancia è piena all’inverosimile, non rimane che smaltire le calorie in eccesso al concerto degli Olodum. Ci lanciamo nella mischia e per quasi tre ore restiamo coinvolti negli indiavolati ritmi Axé e Samba-Reggae della band composta da veri e propri showmen in grado di produrre balli acrobatici e musica di altissimo livello. Almeno cinque vocalist si alternano sul palco ed il pubblico in delirio segue la loro performance cantando a squarciagola; peccato non avere la telecamera!! Spossati ma estremamente soddisfatti facciamo rientro alla base consapevoli purtroppo di essere ormai al termine dell’ultima uscita in centro a Salvador...ADEUS PELO’!!!

La mattina dopo riusciamo finalmente a chiamare Simone, una vecchia amica di Cel che anni or sono ha lasciato Rio per trasferirsi a Bahia e con la quale ormai i contatti sono ridotti ai soli telefono o posta elettronica. La circostanza è troppo buona per lasciarci scappare l’occasione di un incontro e così si decide per un’uscita in compagnia con destinazione Ipitanga, un’altra bella spiaggia distante una decina di chilometri da Itapuà. All’appuntamento si presenta Simone con i suoi due figli e l’attuale compagno Jairo insegnante di storia presso una scuola secondaria di Salvador; saluti, baci, abbracci quindi tutti e sei a bordo della loro Fiat Uno alla volta di una salutare giornata di sole e mare. Naturalmente i primi momenti sono quasi interamente dedicati ai racconti di vita tra le due amiche che da tanto tempo non si vedono poi, raggiunta Ipitanga, ci sistemiamo sotto un ombrellone ed iniziamo un’amabile conversazione che inevitabilmente tocca anche il tema della situazione attuale del Brasile. La traduzione simultanea è ovviamente compito di Cel ma anche il mio anglo/ispanico-italo/portoghese risulta abbastanza comprensibile ai nostri interlocutori che, a volte divertiti dagli strafalcioni linguistici, cercano di soddisfare le curiosità di uno straniero discretamente interessato alle questioni sudamericane.
Jairo, dall’alto delle sue conoscenze, espone il suo modo di valutare la realtà del Brasile partendo con un paragone storico che ora tento di sintetizzare:...nel 1941 Hitler dichiarava baldanzoso di avere a disposizione un territorio fertile e sterminato, la Russia. "Sarà il granaio della grande Germania"...basta poco checcevò!!! Ebbene, la sorte non lo ha aiutato. Maggiormente benevola è stata invece con la parte del continente americano esposta più a nord che da anni, con noi europei e circa un 10% di locali abili nel cavalcare l’onda giusta, ha al suo servizio l’altra come fonte e riserva di materie prime (da acquistare a prezzi ridicoli sfruttando governi compiacenti ed una manodopera disperata) poi, di conseguenza, come scenario ideale per i perfidi giochi di un potere insaziabile, spudorato e devastante (nella mia trasposizione i termini usati sono sensibilmente alleggeriti). Gli influssi nefasti di una politica che ha sempre lasciato via libera alle potenti multinazionali ed ai grandi latifondisti creano una dimensione paradossale dove ricchezza più sfarzosa e miseria più nera convivono a pochi passi ignorandosi quasi vicendevolmente, come se lo standard di vita opposto al proprio non esistesse nemmeno e ci vuole tutto il proverbiale ottimismo brasiliano a pensare che l’esecutivo dell’attuale presidente Lula possa invertire lo status consolidato appena descritto... Abbastanza esplicito, vero?

Non mi dilungo nel citare i dati e le cifre che Jairo snocciola poco a poco nel corso della nostra chiacchierata, però garantisco che certi argomenti fanno sì che qualsiasi "turistello pallido" come il sottoscritto porti a ricordo dal proprio viaggio non solo una buona abbronzatura ma sicuramente qualche idea più chiara in testa. Come par condicio posso comunque assicurare che pure alcune chicche sull’attuale panorama politico italiano, da me riportate, riescono a suscitare non poche perplessità anche all’orecchio di chi cose strane ne ha già sentite e viste tante!
Ahimè ora la giornata volge al termine ma non esiterei davvero a definirla estremamente ricca e stimolante, da immortalare con una classica foto di gruppo al momento di congedarci. Una volta preso commiato dagli amici io e Cel stabiliamo di concludere l’ultima sera a Bahia al French Quartier, un raffinato ristorante/Jazz club specializzato in cucina Creola e Cajun (originaria della Louisiana) situato a Pituba sulla avenida costiera Otavio Mangabeira, dove le uniche note stonate sono l’aria condizionata troppo alta ed i salamelecchi di un ossessivo cameriere dalla straordinaria somiglianza con Mr. Bean.


Seconda Parte


V i a g g i | K u r d i s t a n | F o t o I t a l i a | P r o v e r b i | R a c c o n t i
C i n e m a & v i a g g i | L i n k s | F i d e n z a & S a l s o | P o e s i e v i a g g i a n t i
B a n c o n o t e | M u r a l e s & G r a f f i t i | L i b r i O n l i n e | P r e s e n t a z i o n e
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ultimo aggiornamento 07/11/2016