H O M E P A G E

Cambogia tra presente, passato e futuro

"Pensiero unico globale: la deriva asiatica"

La festa si tiene in una radura poco distante dal villaggio di Ta Seng. Poche casupole di legno nello stile tipico del sudest asiatico: palafitte che reggono uno spazio comune, con cucina, soggiorno e zona notte tutto in un unico ambiente; sotto, magazzini per gli attrezzi agricoli o stalle per gli animali. Niente acqua corrente né elettricità. Se non fosse per il matrimonio che si celebrerà il giorno successivo, questa sera sarebbe come tutte le altre: l’oscurità che a poco a poco invade le strade sterrate, i rumori della vita che si spengono, le figure umane che scivolano silenziose fra le case nere. Invece eccomi al centro dell’attenzione. Sono l’unico straniero presente, non se ne vedono spesso da queste parti, e ho gli occhi di tutti puntati addosso. La tavolata più chiassosa (ce n’è sempre una, in queste occasioni) fa a gara ad offrirmi da bere e da mangiare, mi invita a ballare i ritmi locali. Quando a notte fonda ritorno con la mia guida a casa della famiglia che ci ospita, ripenso al viaggio che mi ha portato fin qui, nel cuore della giungla cambogiana. La vita pulsante di Bangkok, l’avidità di Siem Reap, il viaggio in autobus fino a Kompong Thom, l’incontro casuale con la mia guida in questa escursione nell’entroterra: quasi sei ore di viaggio in moto su strade sterrate che si trasformano in piste e infine in sentieri incerti nella foresta, fino al minuscolo villaggio di Ta Seng. Lo scopo dichiarato è visitare i templi di Preah Khan, fiabesche vestigia dell’impero di Angkor mangiate dalla giungla. Ma l’obiettivo vero è sperimentare uno scampolo di vita rurale cambogiana, prima che scompaia.

Quando viaggio in Asia sono sempre preda di sensazioni contrastanti. Molti turisti occidentali vengono in cerca di antica saggezza, e alcuni di un’improbabile illuminazione. Non vedono, non vogliono vedere, le profonde trasformazioni di questa parte del mondo. Passano davanti a frotte di turisti cinesi con il cappellino marchiato McDonald’s e non li vedono o li considerano una fastidiosa eccezione. La loro Asia è un mondo ideale di monasteri remoti e ashram incontaminati. Ma l’Asia non è più questo da molto tempo. Cina e India, pur con tempi e modi diversi, hanno abbracciato una cultura aliena e un’ansia di sviluppo che pare fine a se stessa. La crescita per la crescita: l’ideologia della cellula cancerogena. Viaggiando in Cina sembra ormai impossibile conversare con qualcuno senza parlare di “qián” (soldi), sviluppo e business. Gli altri paesi del sudest asiatico seguono a ruota. Tailandia, Singapore, Malesia e, più recentemente, Vietnam. Rimangono per il momento indietro, ancora sprofondati per gran parte nella società rurale, un piccolo gruppo di paesi, fra cui Laos, Cambogia e Birmania. Ma anche qui la direzione pare ormai tracciata. Questi paesi rimasti ai margini del corso principale della storia, isolati nei loro villaggi di campagna, custodendo le loro tradizioni immutate per secoli, adesso parlano di calcio e di Hollywood, vestono T-shirts made in China, desiderano la televisione, studiano business administration. Ricordo un giovane monaco con il suo saio arancione a Luang Prabang, nel Laos settentrionale: “Che cosa ti piacerebbe studiare all’università?”, gli avevo chiesto. “Business!”, fu la pronta risposta.

La Cambogia dunque è in mezzo al guado, ma la meta a tendere mi pare chiara. Oggi dormirò su un pavimento di assi di legno, in un piccolo villaggio nella foresta, ma il giorno prima ero a Siem Reap, principale meta turistica del Paese, dove la speculazione immobiliare impera e il turista è considerato una vacca da mungere il più possibile e con ogni mezzo. E fra qualche giorno arriverò a Phnom Penh, la capitale, che riassume in sé tutte le contraddizioni della Cambogia moderna. Caotica, convulsa, disordinata come molte città di questa parte del mondo, cresciute troppo in fretta e senza nessun criterio. Il moderno centro commerciale Sorya si trova accanto al vecchio mercato Psar Thmei: fast food e negozi patinati a due passi dalle bancarelle di legno che vendono di tutto, dai polli alla bigiotteria.

Ma la Cambogia ha anche un fantasma con cui fare i conti: il suo recente passato. Entrando nel paese dalla Tailandia o dal Laos, mi sembra di avvertire una sorta di cambiamento nello spirito del luogo, come quando, camminando sotto il sole, si attraversa la strada per passare dal lato dell’ombra. Il progetto dei Khmer Rossi fu probabilmente l’esperimento di rivoluzione sociale più radicale che sia mai stato tentato nella storia. L’idea era semplicemente riportare la Cambogia allo stadio di società agraria collettivista e pre-industriale. L’intera popolazione fu evacuata dalle città in pochi mesi, la religione fu proibita, la famiglia abolita, il calendario azzerato. L’esperimento durò poco meno di quattro anni, dal 1975 al 1979, e lasciò nelle fosse comuni un numero imprecisato di morti. Le stime oscillano fra uno e tre milioni di vittime, finché l’attacco vietnamita sferrato nell’autunno del 1978 non pose fine al regime di Pol Pot.

Mi incammino lungo phlauv 113 verso la famigerata S-21, la scuola trasformata dal regime di Pol Pot in lager e luogo di tortura per i dissidenti. Decine di migliaia di cambogiani furono internati in questo luogo, dove trovarono la morte o furono smistati verso un destino altrettanto crudele nei campi di rieducazione delle campagne circostanti. L’edificio si trova in una tranquilla periferia, lontano dal caos del centro. Lo riconosco da lontano per gli autobus di turisti parcheggiati all’esterno. Anche questo è diventato un’attrazione turistica. Il cortile polveroso, circondato da un alto muro di cemento su un lato e dagli edifici a tre piani di cemento grigio, è l’ingresso in una dimensione kafkiana, un mondo dove l’orrore è discreto e occhieggia fra le pieghe di una normalità dall’apparenza banale. La tragedia cambogiana sembra quasi una caricatura dell’archetipo di ogni genocidio, la Germania del Terzo Reich. In Cambogia, i carnefici erano contadini poco più che adolescenti, in ciabatte e maniche di camicia. Quest’aria dimessa, casalinga, quasi incosciente è quello che più mi inquieta. Come molti cambogiani sopravvissuti al genocidio, faccio fatica a comprendere.

A sera mi concedo una cena in un bar frequentato da stranieri con un’ampia terrazza sul fiume Tonlé Sap, aperta alla piacevole brezza della sera. Spenderò al massimo qualche euro, ma questo è ancora un lusso che la quasi totalità dei cambogiani non può permettersi. Osservo le giovani cameriere Khmer abbozzare furtivamente qualche passo di danza seguendo la musica rock occidentale di sottofondo, e mi sorprendo a pensare di essere il testimone di un mondo che sta scomparendo. Ogni giorno che passa le tradizioni si mescolano e si compenetrano, diluendosi e sfumandosi, fino a diventare irriconoscibili. E più il turismo, i media e le reti di telecomunicazione si ramificano, come vene, arterie e capillari sotto la corteccia del mondo, più la diversità culturale si annienta in una nebbia omogenea. Quanti anni resisteranno quelle comunità rurali nelle foreste intorno a Preah Khan, con i loro amuleti di legno pendenti all’ingresso dei villaggi per allontanare gli spiriti maligni? Quanti anni prima che siano spazzate via dalla piena del pensiero globale? E quando tutto sarà compiuto, che senso avrà ancora viaggiare?

Diego Ragazzi


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ultimo aggiornamento 07/11/2016