H O M E P A G E

La mia storia

Mi chiamo Muslum, sono nato il giorno 01/01/1975 a Urfa-Bozova, che si trova nel Nord Kurdistan (Kurdistan turco). Sono kurdo. Sono di religione zoroastriana.
Mio padre si chiama Imam; è contadino.
Mia madre si chiama Leymun, è casalinga; siamo in dodici fratelli

Ho frequentato la scuola ad Urfa fino al secondo anno di liceo, poi, per aver parlato nella mia lingua, il kurdo, sono stato espulso e non ho più potuto iscrivermi in nessun'altra scuola.
Nel 1993 collaboravo e distribuivo un giornale d'opposizione al regime che si chiamava "Ozgur Ulke" ad Antaliya. Un giorno sono entrato in un caffè, ad Antaliya, con i giornali che stavo distribuendo... quando un gruppo di razzisti turchi sono venuti verso di me, hanno cominciato a picchiarmi. Risale a quell'episodio la cicatrice che ho sul petto all'altezza del cuore, e la cicatrice che ho sulla nuca dove mi hanno colpito con una mazza. In seguito erano arrivati anche i poliziotti e, anziché portarmi all'ospedale, mi hanno portato in caserma. Visto che ero un curdo ne hanno approfittato per sottopormi a torture, per tre giorni; quindi hanno aperto contro di me un procedimento giudiziario presso il Tribunale speciale di Konya, un tribunale istituito per giudicare gli oppositori politici. In seguito ero ritornato ad Urfa dove l'esercito mi aveva imposto di presentarmi ogni settimana in una caserma dove dovevo firmare. Sentendomi minacciato e in pericolo di vita, ho deciso di fuggire all'estero. Il giornale è stato soppresso!

Nel maggio 1994 sono andato in Germania dove ho lavorato e ho continuato a svolgere attività politica per la causa del popolo kurdo.
Nel novembre 2002 sono tornato in Turchia. Arrivato all'aeroporto di Istanbul sono stato arrestato dai poliziotti turchi dell'antiterrorismo: mi hanno torturato per sei giorni e intanto mi accusavano di aver fatto attività politica mentre ero in Germania, mi accusavano di essere un simpatizzante del PKK. Dopo questi sei giorni mi hanno ordinato di andare a Sivas per il servizio militare. (Tutti i Kurdi che fanno il servizio di leva sono mandati a fare operazioni militari nella loro terra e ad uccidere altri kurdi.). Ho preferito andare prima dalla mia famiglia che non vedevo da tanti anni. I militari venivano a cercarmi ma non sono riusciti a trovarmi. Sono andato da mia sorella che vive ad Antep e in questa città il 5 febbraio 2003 c'era una manifestazione per chiedere la fine dell'isolamento di Ocalan e che gli fossero permesse le visite degli avvocati. Manifestazioni che con le stesse richieste si svolgevano contemporaneamente anche in tante città europee. Come curdo io dovevo partecipare. Sono stato arrestato dai poliziotti dell'antiterrorismo e per quattro giorni mi hanno torturato. E' risultato di nuovo che non avevo fatto il servizio militare e perciò il 9 febbraio con due militari sono stato accompagnato a Sivas. All'arrivo a Sivas mi hanno picchiato. Un giorno un ufficiale mi ha detto: "Qui ti ammazzano di sicuro e ci sarà anche una scusa per fare apparire la tua morte un suicidio: si dirà che qui non ti trovavi bene dopo essere vissuto comodamente per tanti anni in Germania".

Gli ho chiesto cosa mi consigliava di fare. Lui mi ha risposto che avevo una unica possibilità per fuggire: far sì che un mio parente chiedesse per me l'uscita di fine settimana. Ho chiamato mio cognato, il marito di mia sorella di Antep, gli ho riferito le cose che mi aveva detto l'ufficiale; mio cognato ha preso per me il permesso e siamo usciti fuori. Abbiamo preso due biglietti: uno per Izmir e uno per Antep. Lui ha preso il bus per Antep e io quello per Izmir. Dopo questo, mio cognato per qualche giorno è stato arrestato ed anche torturato.

Io invece, il 24 maggio 2003, a Mersin, sono riuscito a salire su una nave per l'Italia. Per il viaggio avevo dovuto pagare 3000 euro. Su quella nave eravamo in 177 persone. Il viaggio è stato di sette giorni e sette notti. Giorni senza cibo, senza acqua, pensavamo di morire. Sono arrivato in Italia nella notte tra il30 e il 31 maggio 2003: sulla costa nei pressi di Crotone. Al mattino i poliziotti ci hanno portato in bus a Crotone, in un campo militare vicino all'aeroporto.

Io ho detto subito che volevo fare domanda d'asilo in Italia.

"Perchè non posso parlare la mia lingua? Perchè posso parlare tedesco, inglese, arabo, turco ma non posso parlare in curdo?"

Muslum

Esilio

Disse il Vecchio:
nella nostra casa al mattino d'autunno
sporgendoti dalla finestra
coglievi un grappolo d'uva dorata.
I fichi - sono fichi questi?
(a me sembravano buoni e dolci)
davanti alla nostra casa ad agosto
i rami carichi portavano a terra
meraviglie di fichi odorosi
ogni frutto era mezzo chilo
mezzo chilo di miele puro.

Socchiude gli occhi il Vecchio
dietro le palpebre il sogno
distende la rete di rughe profonde.
Nella nostra casa, dice piano
(figli e nipoti si stringono intorno
per non perdere una parola)
mai a nessuno si chiuse la porta.
Di giorno venivano i poveri
sedevano alla nostra mensa.
Di notte scendevano dai monti i guerriglieri
e alla nostra mensa sedevano.

Guarda qui! (sopra il polso destro un rigonfio
spigoloso e incongruo come un gomito posticcio)
per una settimana mi appesero, mi ruppero le ossa
volevano sapere dov'erano
i nostri amici della notte.

Per non dirglielo, decisi d'impazzire.
Pazzo di dolore. gridavo e ridevo
ridevo sempre piu' forte
l'elettricita' mi scuoteva e ridevo
le ossa si spaccavano e ridevo.
Quando m'hanno lasciato
ho continuato a ridere e urlare
per giorni e per notti
ero impazzito davvero.
Diciotto volte m'hanno poi torturato
ho guardato la morte diritto negli occhi
aveva il volto dei miei aguzzini,
ma ormai avevo imparato a riderne
e le ho riso in faccia.
La moglie del Vecchio porta l'ayra'n,
Acqua sale e yoghurt industriale,
lui fa una smorfia. Ah, il nostro ayra'n di Mardin!
Per ore si rimestava il latte cagliato di pecora fresco
e da quella crema con acqua di fonte e le erbe dei campi
l'ayra'n era bevanda di vita.
Nella nostra casa d'estate
lo si offriva ai passanti accaldati
e si dava alle donne
per i loro neonati.

Guarda il cielo ora il Vecchio
fra le fessure degli occhi
il cielo della metropoli
incolore di giorno e di notte,
dove il sole e' lampada opaca
e le stelle, lucciole morenti.
Di notte, dice, nella nostra casa
si portavano i letti nel patio
e a lungo si rimaneva svegli
a guardare le stelle senza poterle contare
a raccontare le storie ai bambini
(ora anche i figli hanno occhi sognanti)
e il vento portava gli odori dei campi.

Sei mai stato a Mardin?
Si', ci sono passato, gli dico.
Amo la tua città, le sue mura sospese fra i monti e la valle.
E' vero! sorride, la nostra casa aveva finestre
verso le nostre montagne da un lato
dove vedevi sorgere il sole
su verso i nevai intatti dell'Ararat,
e dall'altro lato sul Tigri e l'Eufrate
nastri d'argento alla luna
nastri d'oro sotto il sole,
t'affacciavi e potevi toccarli,
e fra i fiumi il verde cangiante della nostra Mesopotamia.

Mangia ancora!
(con gesto largo di benvenuto)
il tuo bicchiere ora è vuoto,
nella nostra casa erano sempre pieni
il bicchiere ed il piatto dell'ospite.
Un giorno!
S'interrompe, il suo volto ora è scuro.
Si', un giorno verro' alla tua casa, gli dico.
Un lungo silenzio. Mala me' ji tu'ne ye',
non c'e' piu' quella casa, sussurra.
Mi afferra per un braccio il Vecchio
chiede attenzione amicizia, mi fa testimone.
All'alba d'un giorno d'estate, racconta,
hanno bruciato il fico e la vigna
hanno bruciato anche l'albero dei gelsi
bianchi e rossi, maturi sfrigolavano al fuoco,
hanno bruciato la casa
da lontano vedevo alte le fiamme,
hanno sventrato le bestie
e vive le hanno gettate nel rogo,
da lontano le sentivo gridare,
hanno dato fuoco alle arnie del miele
il piu' buono il piu' dolce della regione,
poi sono venute le ruspe
hanno abbattuto distrutto spianato
non hanno lasciato pietra su pietra
hanno ridotto la nostra casa
a collina di macerie fumanti
e dove si seminava orzo e grano
hanno seminato le mine.

Ora stringe forte il mio braccio
la mano tremante, l'altra mano fruga nella tasca interna
dalla parte del cuore ne estrae un cartoccetto di carta:
dentro, un pugno di terra mista a fiori di campo, erbe secche
sbarrati i suoi occhi,
sbarrati gli occhi dei figli al ricordo
del giorno in cui crollò a pezzi
del giorno in cui fu fatto a pezzi
il loro giovane mondo.

Ritorneremo gli dico, coraggio insieme andremo laggiù
a togliere le mine una ad una
a ricostruire pietra su pietra
a ripiantare la vigna ed il gelso
a offrire nuovi fiori alle api.
E nelle notti di luna
guarderemo i due fiumi d'argento
e tu mi racconterai storie
nella tua lingua dolce.

No, dice il Vecchio, e nella sua voce
c'e' tutto il dolore del mondo.
No, forse sarai tu a tornare,
forse i miei figli, o i figli dei figli. Non io.
I fiumi che arrivano al mare
hanno nostalgia delle loro montagne
ma non possono voltarsi all'indietro.
Quella notte nel porto
quando il mafioso ci ha spinti
nella stiva a soffocare
per sei giorni e per sei notti
senza un frutto ne' un pezzo di pane,
quando ho salutato le ultime luci di Istanbul,
in quel momento ho saputo
che a quel viaggio non c'era ritorno.
No amico, non ha vita lunga
chi diciotto volte e' impazzito
sotto i loro ferri ed i loro bastoni.
Moriro' in terra straniera,
portero' la mia terra con me nella tomba
(guarda il cartoccetto con un sorriso amaro
lo ripiega con cura
lo ripone in tasca dalla parte del cuore).
Un ricordo improvviso.

Quando andai a Mardin
passati tre posti di blocco
il tassista di colpo tirò il freno scese
mi indico' tumuli di pietre
sparsi fra le colline ventose.
Questi, disse, erano villaggi
fattorie piene di vita.
Qui sono vissuti i miei padri.
Quaranta villaggi distrutti
soltanto in quest'area, soltanto in tre anni.
Tacque, e il vento sembrava portasse
echi lontani di risa e di canti
grida di bambini e animali
zoccoli veloci di cavalli in corsa
zoccoli lenti di muli e di buoi.
Avidamente aspirò quel vento
fisso' con affetto infinito quei mucchi di sassi
allargò le braccia.
Quaranta villaggi!
Dove sono ora? gli chiesi.
Sotto le tende di Atrush o di Van
nelle baracche di Adana o Istanbul
nelle case cadenti di Diyarbakir
o in Europa, mi disse. In esilio.
Nell'esilio in Europa mi tocca morire,
dice il Vecchio allargando le braccia.
Ma tu che puoi scrivere, scrivi.
Ciò che t'ho raccontato, raccontalo al mondo.
Ritorna nel Kurdistan un giorno, dice
e dentro i suoi occhi oscillano lacrime,
tu che hai tempo di vita,
tu che sei forte e giovane ancora.

Quanti anni hai, amico? gli chiesi
con una leggera carezza al braccio spezzato.
Me lo disse. Non capi' il mio stupore.
Non glielo spiegai.
Profittando del buio
guardai a lungo in silenzio le rughe
che la guerra gli aveva scavato nel viso.
Molti anni meno di me aveva il Vecchio.
Molti anni di meno.

Dino Frisullo

KURDISTAN


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ultimo aggiornamento 02/11/2016