H O M E P A G E

I viaggi veri conducono non più lontano, ma più vicino

Paolo Borsoni

MONTE KOYA-SAN

Tirando con l’arco

essere la freccia.

Scoccando la freccia essere l’arco.

E con la punta affilata che sibila

nell’aria slanciarsi verso il bersaglio.

Mentre l’acciaio acuminato

s’incunea tra gli atomi

della materia fondersi

con l’inquietudine densa

che vibra e freme

a ogni istante nel suolo.

Fra gli squarci e le ombre

fra gli alberi essere terra,

essere cielo

e con i calzari che affondano

sul sentiero sentire

che non c’è nulla

in questa vita e nel cielo

cui tendere

né destino cui giungere,

solo rare radure

dove flettere

fino al suo culmine il filo di un arco

e come una stringa sottile che vibra

e freme nell’aria

scoccare un’esile freccia

per colpire un bersaglio

che nella curvatura esiziale

della vita e del vuoto

è celato solo in quella scintilla

di emozione e di consapevolezza

che risplende dentro l’arciere.

MONTI AZZURRI

La sua mente divenne confusa.

Quando andavo a trovarla

non mi riconosceva più.

Ero un estraneo

capitato in quella sala per sbaglio.

E io non sapevo più cosa dirle.

La osservavo per ore in silenzio

seduto su una sedia sotto una pendola

che segnava sempre il medesimo istante.

 

«Che bella vestaglia che hai»

bisbigliai sottovoce una mattina

chinandomi ad accarezzare

con la punta delle dita

gli orli della sua veste ricamata

che rilucevano a un raggio di sole

filtrato dopo i lunghi mesi invernali

con parole affiorate alle mie labbra

da chissà quale angolo silenzioso

della mente, dei ricordi, del cuore.

 

«È di un azzurro così intenso»

sentii sussurrare.

Rialzai il capo sorpreso.

Ma aveva già il volto contratto,

gli occhi sgranati, lo sguardo

infisso sugli spigoli

dei muri dove si perdevano da anni

le stagioni, i sospiri,

i ricordi, i respiri.

 

Per una sola timida parola

nella trama impallidita dell’anima

il muro di silenzio si era infranto

con quella commozione

che tutto riesce a far rivivere

in questa vita

e da cui tutto dipende

nella nostra inavvertita caduta

nell’insensato silenzio.

MONTE KAILASH

Esistono limiti per qualsiasi dominio,

forze in grado di vincere ogni potere.

Barriere fragili si oppongono a imperi

in apparenza invincibili;

reticolati cingono taglienti

tutti i possedimenti privati.

Ma tu - anche se non lo sai, amico mio -

possiedi un regno senza confini,

senza reticolati che lo racchiudano.

Esitando sul limine della soglia

come un ospite schivo, cerimonioso

che non voglia arrecare disturbo,

non portando con te alcun bagaglio

perché non hai nulla

da perdere o trattenere con te

in questo viaggio,

incamminati con la calma

delle passioni nel cuore.

Presta attenzione alla cedevolezza

lieve dell’erba sui pendii dei campi.

Al vibrare della luce

sulle foglie dei faggi in autunno

come una goccia di rugiada scintilla

e vibra di luce anche tu

e per riposare distenditi al suolo,

affonda con dolcezza fra i pini

dove sui rami penduli planano

piccoli uccelletti grigi crestati

che artigliati alle pigne

si dondolano giocosi

da acrobati spericolati,

soltanto per rallegrare te, amico mio,

che in questo viaggio ti senti perso

nella tua solitudine,

non accorgendoti

di essere l’assoluto sovrano

che sta visitando per la prima

e unica volta il suo regno

in festa con i suoi colori più vividi

e i suoi più allegri canti di gioia

per il suo unico, splendido signore,

illuminato dalla sua inquietudine,

dal suo esitare

e dalla sua luce interiore.

 

“I viaggi veri conducono non più lontano ma più vicino“  

Paolo Borsoni

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ultimo aggiornamento 26/12/2016