H O M E P A G E

Una Romagnola sul Kilimanjaro

di Cristina Taioli

Ebbene si, da quando l'ho vista la prima volta, questa montagna mi ha come stregato! Ogni giorno mi guardo attorno per vedere se riesco a scorgerla in lontananza. La sua vetta innevata a quasi 6000 metri, mi ha incuriosito da subito. Ho sempre vissuto a livello del mare, da sempre ho lavorato sulle spiagge del mondo come biologa marina o ricercatrice o guida subacquea, ed ho sempre collegato la montagna allo sci, mai al raggiungimento della sua vetta con lo scopo di conquistarla! Adesso mi serve una guida e qualche capo d'abbigliamento pesante, dato che con me ho portato solo costumi e parei ... un po' leggeri per un ghiacciaio!
A Moshi incontro "Bongo", il soprannome di un ragazzo di 30 anni che da 15 anni fa la guida in montagna e la compagnia per cui lavora mi rifornisce di tutto il necessario per la scalata, tutto incluso nel prezzo. Io, da parte mia, devo mettere le due sole cose su cui so di poter contare sempre: la determinazione e il coraggio.
Esistono due percorsi per raggiungere la cima del Kilimanjaro, che vengono chiamati in gergo dalle guide locali: "Wisky Route" e "Coca Cola Route", rispettivamente la via più difficile, ma più bella dal lato paesaggistico, e quella più facile. Senza nemmeno interpellarmi, Bongo ha scelto per me la strada più dura; per me lo ha fatto apposta!
Il giorno dopo, accompagnata da Bongo, dal cuoco e dal portatore, raggiungiamo in auto il cancello d'ingresso del Parco Nazionale del Kilimanjaro, nel villaggio di Machame, esattamente a 1950 metri sul livello del mare. Sono la sola donna italiana, tra tanta gente, soprattutto uomini, venuti da tutto il mondo e sarò sola con la mia guida per i prossimi sei giorni, il tempo necessario per salire e scendere dalla montagna.
Davanti al cancello c'à un cartello con scritte alcune regole e avvertimenti: bere molta acqua, andare lentamente, fare piccole pause, a 2500 metri di altitudine, ci sarà il primo adattamento fisiologico, chiamata acclimatazione, vale a dire che l'organismo dovrà adattarsi alle nuove condizioni ambientali. Potrebbe anche avere però una risposta negativa, potrebbe venirmi un'enfisema lungo la salita, il mio cuore potrebbe non farcela, in caso avessi disfunzioni a me sconosciute. Devo dire che l'annuncio non è proprio rassicurante! Io penso che sin da piccola ho sempre fatto sport, ma certamente non mi sono allenata facendo altre scalate precedentemente, sono sempre andata dove la pressione atmosferica aumenta, sott'acqua, mai dove l'aria è così rarefatta e l'ossigeno talmente scarso da mettere a rischio il normale funzionamento cellulare! Ma c'è una frase che lessi in un libro e che mi torna sempre in mente:"l'unico vero rischio nella vita è non voler correre alcun rischio" ... per me vale la pena provarci!
Il mio cuoco, Raphael, s'incammina con il mio zaino, il portatore trasporta la mia tenda, io mi metto il mio zainetto alle spalle e con Bongo al fianco, e una racchetta da sci per aiutarmi a salire, attraverso la foresta tropicale sotto la pioggia. Hai mai respirato in mezzo alla foresta tropicale bagnata? L'odore è così forte da inebriarti, continuo a camminare in salita, coperta dal mio poncho per ripararmi dall'acqua, mi guardo attorno, è tutto verde, tutto silenzio, solo il rumore della pioggia e dei miei passi; sono nel mondo delle favole!
Il campo tendato è a 3000 metri. Ho superato barriera del primo adattamento fisiologico! Causa ipossia, cioè la carenza di ossigeno, sono costretta a respirare con la bocca, perchè dal naso l'aria non è sufficiente. Mi muovo molto lentamente, per evitare che il cuore batta troppo velocemente, bevo molta acqua e scopro anche che il cuoco non è niente male in cucina. Ho una piccola tenda gialla tutta per me e un sacco a pelo per temperature rigide, prestatomi dalla compagnia; non mi sembra poi così male!

Si va a dormire al tramonto e ci si alza all'alba.
Durante la colazione, nonostante l'aria fredda, ho davanti agli occhi uno spettacolo mozzafiato! Mentre mangio uova ,salsiccia, toasts, frutta ... ho l'impressione di trovarmi di fronte ad un gigantesco "screen saver" del computer. Monti, valli, foreste, cielo, nuvole, tutto insieme come in un gigantesco puzzle.
Non sono nemmeno sola a fare colazione; ho davanti una specie di moscardino, che qui chiamano "topo striato" che si sta abbuffando con i miei biscotti! Un po' come faceva Cenerentola con i suoi amici topolini. E' così buffo stare a guardarlo mentre mangia!
Il secondo giorno come pure quelli successivi, trascorrono secondo la stessa routine. I portatori sono i primi a partire con tende e zaini sulla testa, arrampicandosi come muli su per i pendii, io seguo con Bongo che mi insegna tutti i nomi delle piante e dei fiori; siamo passati dalla foresta tropicale a quella di erica, ed anche questa scompare mano a mano che si continua a salire.
Si cammina tutto il giorno, a volte in percorsi quasi da ferrata, sono costretta ad aiutarmi con le mani in certi punti, e credo che la parete artificiale dove a volte mi allenavo in palestra, mi abbia aiutato a trovare gli appigli giusti. Sembra di muoversi al rallentatore, a volte mi fermo per ammirare il paesaggio, per mangiare qualcosa, ma soprattutto per prendere un respiro più profondo,mentre vedo che mi è venuta una vescica al dito della mano dove stringo la racchetta da sci. Il secondo campo tendato è a 3840 metri. Questa sera non si vedono stelle, e infatti la notte piove; è bellissimo ascoltare la pioggia che cade sulla tenda, mentre io sono dentro al caldo, avvolta nel mio spesso sacco a pelo.
Al mattino non riesco ad aprire la tenda, la cerniera non ne vuole sapere di muoversi; alla fine scopro il motivo, la tenda è coperta da una crosta di ghiaccio! Metto la testa fuori, tutto è bianco di brina! E' l'alba, il cuoco mi porta un catino con dell'acqua bollente per lavarmi il viso e una tazza di tè, e io con i miei capelli da rasta e il mio pigiama felpato, mi avventuro fuori. Una pace assoluta, l'aria è gelata come l'erba, solo dei grossi corvi bianchi e neri sono svegli, vedo la vetta bianca del "Kibo", (il Kilimangiaro in gergo).

Bongo decide che oggi mi porterà a vedere una torre di lava a 4600 metri, mentre il prossimo campeggio è a 3950 metri; secondo lui salire e poi riscendere è utile per l'acclimatazione. Sarà anche vero, ma forse siamo scesi un pò troppo velocemente visto il terribile mal di testa che mi è venuto in seguito. Non ho mai avuto mal di testa prima, ma penso che un'aspirina possa andare, e infatti il mattino dopo mi sento come nuova, pronta ad affrontare quello che chiamano "breakfast wall", ovvero il muro della colazione, si perchè ti serve tutta l'energia possibile per superare questa parete verticale! Guardo i portatori salire in lontananza, e mi sembrano tanti uomini-ragno incollati su un plastico!
E' stata durissima, ma grazie anche a Bongo, sono felice di poterti dire che dopo molte ore ho raggiunto l'ultimo campo base, a 4600 metri. Qui il vento è molto forte, la mia tenda balla paurosamente, e le nuvole corrono in cielo mentre io penso che questa notte ci sarà l'ultimo tratto di scalata, per raggiungere i 5895 metri della vetta.
A mezzanotte in punto iniziamo a salire, seguo il consiglio di Bongo e spengo la mia torcia, e all'improvviso il cielo stellato illumina tutto! Vedo la Croce del Sud, questa costellazione formata da quattro stelle brillanti disposte a croce e da altre sette che formano il braccio più lungo orientato verso il Polo Sud, e vedo che sotto di me si è formato un lungo serpentone luminoso di gente che sta salendo.
Ho messo tutte le cose più pesanti che avevo, ma fa un freddo incredibile e salendo così lentamente non riesco a riscaldarmi. Facciamo piccolissime pause lungo la salita, soprattutto dovute al mio mal di stomaco e ad una specie di mano invisibile che mi sta spremendo i polmoni. La scalata dura esattamente sei ore, e alle sei in punto di mattina, mentre il sole sta spuntando dietro il ghiacciaio, io sono congelata e rannicchiata sotto al cartello che dice:"Congratulations, you are now at UHURU PEAK, TANZANIA 5895M. asl. Africa's highest point. World's highest free-standing mountain. One of world's largest volcanoes. Welcome". (Congratulazioni, sei arrivato alla vetta Uhuru in Tanzania5895mt slm Il punto più alto d'Africa. La montagna singola più alta al mondo. Uno dei vulcani più larghi al mondo. Benvenuto.)

Altra gente, che non ho mai visto mi stringe la mano per congratularsi con me, e io riesco appena a dire: grazie, altrettanto. Sono circondata dal ghiaccio che brilla allo spuntare del sole, sto lottando contro la stanchezza, le gambe che sembrano di gelatina, le dita delle mani congelate nonostante i guanti in gore-tex, contro le palpebre che vorrebbero chiudersi, sto camminando a zig-zag come se fossi ubriaca, tanto che Bongo mi sta vicino per farmi da supporto.
Ho come la strana sensazione che il cervello voglia spegnersi! Quanto vorrei essere una micro-spia ed entrare nelle mie vene per vedere i globuli rossi impazziti alla ricerca di ossigeno! Scopro che anche la macchina fotografica e l'acqua da bere sono entrambe congelate.
Dopo circa una mezz'ora, è ora di ridiscendere al campo base, vale a dire altre tre o quattro ore giù per una ripida discesa, la stessa strada da cui sono arrivata alla cima ... ti giuro che questa è stata la più grande fatica della mia vita!
Una volta alla tenda, soprattutto grazie a Bongo che mi ha fatto da supporto morale, sono praticamente svenuta dentro al mio sacco a pelo. Solo al risveglio, lungo la via del ritorno, verso l'ultimo campo tendato e l'ultima notte dell'impresa, a 3100 metri, mi sono resa conto che ce l'avevo fatta! Al cancello di uscita dal Parco Nazionale, nel villaggio di Muecca, a 2100 metri, mi hanno dato anche un certificato che lo attesta.

Leggendolo mi sono ricordata che in tutti i registri di presenza che avevo dovuto firmare nei giorni precedenti, non avevo mai letto il nome di una donna italiana sola, non almeno negli ultimi anni; che soddisfazione per una venuta dal mare come me!
Missione compiuta! Adesso ho proprio bisogno di riposarmi qualche giorno.

(edizioni Il Ponte vecchio)

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ultimo aggiornamento 26/12/2016