H O M E P A G E

da "Viaggi senza ombrello" di Amaly Azzarini

India

1976 Genova -  Lahore (Pakistan) maggiolino
         Lahore- Nuova Delhi-Benares treno e aereo
1985 Genova – Bombay via aerea, scampagnata con mezzi vari a Gamu (sorgenti del Gange) parchi nazionali Ellora e Ajanta
1991 Bombay – Calcutta – Varanasi – Laddak – Kashmir – Jaipur


Arrivammo a Lahore, una città che non può essere immaginatane tanto meno descritta: tutti vivono per la strada! Si dorma, si mangia, si gioca e si lavora tutto in pubblico.
Passando con la macchina ci capitò di vedere un uomo che, incurante di coloro che gli stavano intorno, si masturbava. Anche l’amore era consumato in comunità.
Qui dovemmo lasciare l’auto: in India si entrava a piedi.
Preso uno zainetto con pochi effetti personali, affrontammo la nuova avventura. Entrati in India in questo modo dovemmo proseguire con un minibus affollatissimo per Amritsar, ma dopo pochi chilometri eravamo già fermi in attesa che si ritirasse l’acqua che aveva alluvionato un punto di depressione della strada. Con il treno proseguimmo per Agra, famosa per il favoloso tempio dell’amore. Per andare a visitare il Taj Mahal dovemmo imbarcarci su un carretto pieno di sterco d’asino.
Fummo interamente ripagati dalla vista del tempio, completamente rivestito di marmi svettante in giardini pieni di fontane fantasmagoriche.
E’ stato eretto da un sultano in memoria di un amore perduto, ma quale amore può rendere possibile una tale opera?
Si racconta che il sultano avesse fatto accecare tutti gli artisti che avevano collaborato alla costruzione del tempio affinché nessuna delle sue meraviglie potesse essere copiata.
A New Delhi arrivammo in una stazione completamente occupata dalla gente che vi trovava riparo per dormire; anche le vacche…sacre occupavano i servizi rendendoli completamente inutilizzabili.
In tanta folla qualcuno muore, ma gli unici ad accorgersene sono gli avvoltoi che volteggiano di notte in attesa del cibo che certamente verrà.
E’ uno spettacolo angosciante, in special modo considerando l’enorme quantità di gente che vive in quelle condizioni.
Per recarci a Varanasi, Benares per i turisti, ci servimmo del treno fornito di vagone ristorante. Fortunatamente prima di salire in vettura ci eravamo riforniti di patatine fritte: il cibo offerto a basso prezzo sul treno, era immangiabile, anche la mela era marcia.
Benares è la città dei mille templi, ma quelle che restano più impressi, perché più incredibili sono: Mother Ghanga dedicato al loro fiume ed i tempio delle scimmie in cui questi animali sono sacri e non possono assolutamente essere toccati.
L’idea di un Dio non è estranea a questa popolazione, me è un’idea piuttosto folcloristica, un guazzabuglio di personaggi dalle molteplici incarnazioni, ora demoni, ora spiriti dalla svariate forme, nati da una mitologia più adatta ad accendere la fantasia popolare che a suscitare un credo così come inteso da noi occidentali.
Gli indù sia ricchi che poveri devono recarsi almeno una volta nella vita, in una delle città sante è per questo che a Benares è possibile incontrare molti malati che sgranando il loro rosario e mormorando parole sacre già ripetute migliaia di volte trascorrono qui gli ultimi giorni di vita: essi arrivano in pellegrinaggio da tutta l’India per ricevere la benedizione del Gange.
Allora era assolutamente vietato ai sahib non induisti recarsi a vedere i luoghi della cremazione, ma noi riuscimmo a farci accompagnare da due ragazzi che con una barca ci permisero di assistere a tale rito, che si svolge in uno scenario di fuoco, di fumo e di morte. Nello stridente crepitio del fuoco che divora i corpi arrivava una processione di lettighe di bambù che portavano i defunti le cui ceneri avrebbero raggiunto nell’acqua putrida i cadaveri galleggianti di cani, di topi e di uomini troppo poveri o troppo santi per essere bruciati: Tutto suscitava in noi un misto di ansia e di curiosità, stavamo respirando la morte.
Il parco dei veicoli era degno di osservazione: dai cammelli  ai tonga, dai rishò ai mtotaxi, dalle quarantenni Ambassador agli antiquati bus, ogni mezzo buono per potersi muovere tra le biciclette e le mucche che possono passeggiare indisturbate nelle affollatissime vie cittadine.
Considerata tra la distanza tra l’ Italia e l’India, tutta ricoperta con l’auto, non potemmo permetterci di visitare altri posti, ma quello che avevamo visto e vissuto ci induceva a pensare che saremmo tornati in questo paese.
Passarono un po’ di anni in cui affinammo le nostre esperienze e ampliammo i nostri orizzonti e nel 1985 scegliemmo nuovamente l’India come meta del nostro viaggio annuale.
Usando l’aereo avevamo un mese a disposizione per vagabondare e raggiungere le sorgenti del Gange che avevamo scelto come ultima destinazione.
Bombay, la porta dell’India, è ancor oggi, come in tempi lontani, il punto di arrivo e il punto di partenza di un viaggio sospeso tra leggenda, mistero e cialtroni.
Questa città è segnata da un caotico sviluppo urbanistico dove si vivono situazioni di incredibile miseria, rappresentatela milioni di infelici, che le autorità cittadine fanno scomparire con un colpo di bacchetta, agli occhi del turista, innalzando una cortina di pietra tra l’autostrada e l’area della vergogna. Vergogna che si impadroniva di noi che potendo permetterci di mangiare nei migliori ristoranti ci sentivamo colpevolmente ricchi.
Andammo a visitare la casa dove Ghandi iniziò la sua meditazione sull’idea di un’indipendenza che egli intendeva prima di tutto a livello morale. Il contrasto tra la semplicità della vita del Mahatma, la grande anima, e l’opulenza di certe costruzioni risultò troppo stridente. Ci trovavamo immersi nella varietà di arte, di culture e di religioni che ci faceva capire che anche questo viaggi ci avrebbe regalato emozioni che non saremmo più riusciti a toglierci dalla mente e dal cuore. Emozioni che si vivono anche da sorriso che quasi sempre mostrano gli indiani che non è mai allegro, ma è sempre dolce. Essi si alzano con il sole, rassegnati, e rassegnati camminano e si muovono in un girare a vuoto tutto il giorno.
Proseguimmo con una corriera per il Rajastan, terra dei principi, uno dei più variopinti stati dell’ India.
Jaipur, la sua capitale è detta la città rosa in quanto il suo fondatore colle costruire con un accurato piano urbanistico, un unico disegno architettonico che ne ha garantito la straordinaria omogeneità di colori, il rosa e di forme. Le case sono erette come un muro contro il caldo, quindi al interno, con vero piacere, si assapora il fresco tanto gradevole quanto più in contrasto con il caldo umido che all’esterno è soffocante.
Il palazzo dei venti rappresenta un’opera, tra le più grandi dell’architettura mussulmana in India. Mille fra verande e finestre, sempre fresco per l’aria mossa da correnti create da tante apertura alla luce e all’ombra, tutto rappresentava il luogo ideale in cui le donne ricche potevano  trascorrere le ore di ozio guardando tutto quello che accadeva all’esterno senza essere viste, spettegolando fra loro.
Andammo a Udajpur dove gli unici monumenti sono i vari palazzi costruiti da maraja e marahani.
Una notte trascorsa nella suite della marahani del Lake Palace Hotel, considerato a ragione uno dei più belli alberghi del mondo, ci consentiva di dimenticare temporaneamente la miseria che ci circondava.
Dopo il Rajastan cin tuffammo nuovamente nel misticismo andando ad Ellora, posta su una collina che ospita grotte e cappelle buddiste, induiste e jainiste, scolpite tra il quarto e il nono secolo dopo Cristo. Ci parve chiaro che la convivenza nella medesima epoca dei seguaci delle tre religioni, rappresenta un insigne esempio di reciproca tolleranza, tanto più apprezzabile se si pensa alle continue lotte religiose che ancora oggi dilaniano questo paese.
Non molto lontano ci recammo a visitare le grotte buddiste di Ajanta, risalenti ad un periodo compreso tra il secondo secolo avanti Cristo e l’ottavo secolo dopo Cristo, scoperte da un ufficiale inglese centocinquanta anni fa, mentre si recava a caccia della tigre nella giungla.
Anche noi volevamo vedere la tigre e il leone, per questo decidemmo di andare con il treno fino ad Ahmenabad per poi proseguire fino al arco nazionale dove esiste ancora qualche esemplare di quegli animali.
Un viaggio interminabile, otto ore di treno per percorrere duecentotrenta chilometri, fino ad Ahmenabad, un tratto di pista alluvionata per vedere: nulla!
La tigre e il leone di Gir che rappresentano la fauna più caratteristica ed interessante, sono in via di estinzione e non sembra che i parchi che si stanno allestendo possano avere lo stesso successo che hanno avuto in Africa.
Nel continente sub indiano quasi novecentomilioni di abitanti hanno alterato l’ecosistema necessario per la vita degli animali.
Delusi ritornammo a Bombay visitata da tanti turisti che atterrano con il biglietto di andata  ritorno, alla caccia di qualche foto dei templi di qualche mendicante o dei morti per la strada.Non interessano le immagini dei pescatori kholi che vivono in condizioni primitive, si preferiscono le vacche sacre ed i fachiri seduti sui chiodi che torturano il loro corpo in modo folle per mostrare prodigi al pubblico.
Volevamo disoccidentalizzare la nostra mente e quindi partimmo alla volta delle esorgenti del Gange.
Incontrammo Risikesh, un’altra delle città sante e poi Gangotri, un paese che ricorderemo sempre perché la sua altitudine di circa tremila metri, provocava in noi, cittadini di mare, affanno e affaticamento. Essa rappresentava il punto di partenza dell’escursione a piedi, a picco sulle rive infossate del Gange. Con un asino come portabagagli procedemmo per un cammino lastricato di massi, attraversato da piccoli corsi d’acqua, in un paesaggio maestoso dove la vegetazione si diradava via via che salivamo, fino a sparire completamente, e arrivammo di fronte ad un eorme buco aperto nella montagna da dove irruente uscivano le acque: il Gange nasce da qui.
Era freddo, sulle acque impetuose galleggiavano pezzi di ghiaccio, ma sulle sue rive viveva un santone, il piùvenerato dell’India, che era meta di pellegrinaggio di molta gente malata che in ogni modo desiderava raggiungerlo.
Questo paese ha il difetto di essere abitato da una popolazione incolta e super religiosa, che non sa separare le emozioni dalla ragione, la storia autentica dalle dicerie e la realtà dall’immaginazione, quindi possono proliferare i mistificatori che esagerano i piccoli avvenimenti della vita facendo uso di stupefacenti. I veri yoga usano una ventina di esercizi fisici che rafforzano le differenti parti del corpo e i vari organi facendo leva sui centri nervosi, per questo riescono a vivere in mezzo a quei ghiacciai in condizioni assolutamente proibitive coperti solo di qualche straccio.
Nelle ore trascorse in compagnia dell’anacoreta del Gange, cercammo di capire senza trovare risposta se gli yoga fossero storditi, ciarlatani o santi: comprendemmo solo  che essi raccontano enormi menzogne con la ferma convinzione di dire la verità.
Poiché non abbiamo formato le nostre opinioni solo leggendo riviste o guardando bei documentari alla televisione, e non pensiamo che l’India sia fatta solo di vacche sacre e di fachiri seduti sui chiodi, nel 1991 decidemmo di visitare questo paese ancora una volta.
Da Bombay peoseguimmo con il treno per Calcutta, una città immensa, caotica e puzzolente.
Passeggiando per le sue strade ci si trova spesso in luoghi dove le scarpe affondano nel fango che ricopre il suolo. Nell’aria afosa capitava di vedere bambini completamente nudi che fuori dalle loro capanne, incuranti del mondo giocavano tra la spazzatura.
La gente qui, va, viene, vende, lavora, dorme, si lava, sputa e muore, tutto per la strada: Nel loro volto vi è una tristezza senza rimproveri: una triste rassegnazione.
Volevamo andare in Bangladesh, ma a seguito di un tifone le strade erano scomparse, e raggiungere Dakka era divenuto impossibile.
In tanti viaggi abbiamo imparato a perdere, se un itinerario non è percorribile si deve trovare un’alternativa immediata per non avere rimpianti, decidemmo così di andare nel Laddak.
Nell’attesa del treno per Amritsar prenotato per due giorni dopo, approfittammo per andare a visitare la grande opera di Madre Teresa.
Appena entrati riscontrammo l’enorme differenza tra la caotica sporcizia all’esterno e l’estremo  ordine e pulizia all’interno. Tutte le monache erano in costante movimento nel tentativo di portare aiuto ai bisognosi, di accudire ai malati, di far sentire meno soli i morenti.
La commozione ci attanagliò la gola, avremmo voluto aiutare ma ci sentimmo incapaci di trasfondere la serenità che loro sapevano dare. Eravamo troppo emozionati.
Ci ripromettemmo di fare qualcosa al nostro ritorno, ma come spesso avviene si rimanda e poi non si fa niente.
Coinvolti nella corsa del quotidiano tendiamo a rimuovere i ricordi.
Il Laddak o piccolo Tibet presenta piccoli villaggi e monasteri buddisti con un’aria misteriosa e una splendida e coloratissima architettura.
Dai monasteri sempre ubicati su alti picchi quasi a significare la predominanza del momento religioso su quello politico, si gode di un colpo d’occhio eccezionale che offre grandi spazi aperti che la quasi totale mancanza di verde rende simile a frammenti di luna proiettati sulla terra e piccole oasi di vegetazione che esplodono all’improvviso non appena un filo d’acqua riesce a filtrare.
La particolarissima ubicazione di questo paese contribuisce a rendere plausibile l’intollerabile retorica con cui l’industria turistica lo pubblicizza. Purtroppo il brutale imporsi del turismo di massa ha dato i suoi frutti sconvolgendo tradizioni antichissime. La sistematica violenza delle guardie rosse cinesi, non è riuscita a distruggere tanto quanto il turista arrivato con l’unico interesse di consumare quante più immagini possibili nel minor tempo possibile. Anche nei monasteri la tranquilla esistenza è stata sconvolta, tanto che si può assistere al rito del gonzo per poche rupie. Ciò permette ai visitatori di esibire agli amici interessanti reportage fotografici. E’ un mondo diverso che ancora conserva alcuni frammenti di dignità antica meritevole di rispetto.
Non è facile capire se l’ebbrezza che ci avvolse quando in auto percorremmo la strada che porta dal Laddak al Kashmir, fosse dovuta all’altitudine: alcuni passi arrivano a circa cinquemila metri , o all’incredibile paesaggio che attraversavamo.
“Monti della luna” sarebbe stato il nome più appropriato da attribuire alle montagne circostanti completamente prive di vegetazione, ma ricche di un fascino innaturale.
Dopo un alternarsi di salite e discese tutto cambiava, perché la vegetazione ora presente con i corsi d’acqua, rendevano più bucolico l’ambiente.
Una lunga colonna di camion militari che si arrampicava su questa strada tortuosa e dissestata ed i molti controlli di polizia ci ricondussero  ad una spiacevole realtà: tra queste bellezze naturali si celava l’odio. Questioni di principio e di ideologie di fronte alle quali la popolazione è disposta a sacrificare non solo il benessere ma anche la vita.
Da quando, dopo la proclamazione dell’indipendenza , fu assegnato all’unione indiana, il Kashmir rivendica il suo territorio, per cui risente dell’acuirsi di innumerevoli tensioni. Sui monti rastrellati dall’esercito si nascondono i  mujaidin , nelle strade si spara, la bellezza dei luoghi è deturpata da sacchetti di sabbia messi a difesa delle trincee.
Questa triste realtà comune purtroppo a tanti altri paesi del mondo non permette di godere a pieno della piacevolezza che laghetti deliziosi, incantevoli giardini mugal, suggestivi corsi d’acqua, ha fatto definire questo paese come il paradiso terrestre.
Ancora una volta i santoni furono l’oggetto principale della nostra curiosità. Per gli stessi indiani la parola yoga può essere definita in almeno una dozzina di modi. Per esempio, esistono migliaia di mendicanti che brulicano nei villaggi e visitano le fiere, molti sono solo pigri vagabondi che con i loro capelli ingarbugliati ed il corpo coperto di cenere riescono a racimolare nella ciotola al loro fianco, pochi spiccioli che permettono loro di campare; altri sono grandi studiosi di libri sacri che cantano preghiere e considerando la religione il loro respiro vivono a lungo fuori dalla società; altri ancora sono ignoranti della storia e delle dottrine yoga. Tutti hanno qualcosa in comune, non adempiono ad alcuna funzione economicamente utile, ma spesso riescono a  trasfondere serenità.
La sera prima di partire distribuimmo un po’ di vestiario a dei poveri cristi alleggerendoci così la coscienza e gli zaini.
Andammo all’aeroporto, dove ci aspettava mamma Alitalia con il grande desiderio di non essere più perseguitati dalla puzza indiana. Lasciavamo gli anacoreti, i santoni, i vari visnu e…le loro filosofie orientali, potendoci finalmente tuffare nel più bieco e godereccio materialismo alla ricerca di nuove frivolezze.     

"Viaggi senza ombrello" è edito da Editrice Italia Letteraria

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ultimo aggiornamento 26/12/2016