H O M E P A G E

4200 Chilometri di paesaggi e sensazioni

Viaggio in Namibia (Prima Parte)

Ho da poco lasciato alle spalle i miei compagni di viaggio e sono profondamente confusa quando salgo in pullman verso la stazione centrale di Milano. Dice una frase di cui non ricordo l’autore che "i viaggi servono per perdersi e poi ritrovarsi". Intendo questa frase come un perdersi dell’anima, uno scordare nei giorni di viaggio ciò che si è normalmente per lasciarsi andare alle emozioni, alle sensazioni, insomma a ciò che la nostra vita sempre più frenetica in qualche modo ci ostacola nel provare.
Mi disse qualcuno, prima di partire, che la Namibia è la Svizzera d’Africa; mi sono sforzata ad immaginare come poteva essere dato che la mia idea dell’ Africa, come la vidi in Senegal o a Zanzibar, si riferiva a città disordinate, caotiche, a mercati colorati, dai forti profumi e dall’odore di spezie, ai banchi di carne e pesce zeppi di mosche e a sorridenti africani avvolti in abiti colorati.
E’ il mio primo viaggio con AnM e sono un po’ incerta all’arrivo in aeroporto. La prima persona che incontro è Marco, il capogruppo, che gentilmente mi aiuta al check-in con il mio ingombrante zaino. Con gli altri scambio qualche timida parola in attesa dell’imbarco, poi a Zurigo e nel lungo volo verso Johannesburg, alla volta di Windhoek, nel gruppo s’era già creato un clima ......
Siamo in 13, qualcuno tocca ferro altri dicono che questo numero porta fortuna! Io sono una di quelle/i che tocca ferro!!

Inizia così il nostro viaggio. L’aereo è in fase di atterraggio, sotto di noi il terreno è brullo, con sprazzi di cespugli secchi; solo una strada sterrata divide questa immensa distesa e una montagna anch’essa brulla spezza la monotonia del paesaggio. L’aereo vi passa sopra, quasi sfiora la montagna e atterra finalmente in terra namibiana. Siamo visibilmente stanchi, ma vi sono ancora molte cose da fare. Prima di tutto noleggiare le auto e poi verso la città dove avremmo dovuto trovare l’alberghetto per la notte e l’attrezzatura da campeggio.
Ci dirigiamo finalmente con le tre jeep noleggiate verso Windhoek, la capitale, che dista dall’aeroporto circa 45 km. Il capo si preoccupa di dirci che la guida è a sinistra e di fare attenzione! Sono in attesa di vedere la città dato che ancora non sono riuscita ad immaginarmi la Svizzera d’Africa. Eccola finalmente! Stupore. E’ quello che provo. Le strade sono perfettamente asfaltate, le case sono disposte in modo ordinato, con giardini fioriti, non vi sono carte svolazzanti. In centro città si ergono palazzi nuovi e seminuovi e il traffico prosegue in modo ordinato. Nuovamente stupore.
Mi rassegno al fatto che effettivamente il paragone che mi fecero era esatto. Leggo qualcosa sulla guida e dice "La capitale della Namibia è una città bella e pulita che gode di un’incantevole posizione tra aride montagne coperte di aloe. La zona del centro è caratterizzata da un mescolanza di palazzi coloniali tedeschi e vistosi edifici in stile post-moderno ...". Penso tra me e me..."domani inizia il viaggio e una volta lasciata la capitale sicuramente l’Africa mi si presenterà di fronte come l’avevo immaginata io!".

A cena facciamo conoscenza con Job, colui che ci guiderà sulle strade di questo Paese alla scoperta dei posti più belli e sperduti. Job sembra timido. Dopo cena c’è chi s’avventura nella vicinissima discoteca africana, la cui musica si sente benissimo dalle nostre stanze. Ascolto inconsapevolmente. Ad un certo punto non sento più nulla, crollo nel sonno più profondo, un sabato sera in Africa.
E’ domenica mattina, siamo tutti riposati e la città è semideserta quando partiamo verso la regione centro-settentrionale; da questo momento in poi ciò che vedremo saranno enormi distese, pianure, montagne e paesaggi infiniti. La prima tappa è al mercatino lungo la strada che ci porta al Waterberg Park, dove le sapienti mani degli artigiani africani danno un’anima e una forma al legno. Ci colpiscono dei tronchi sui quali sono incisi volti di uomini, giraffe accuratamente rifinite nei particolari, animali della savana, sgabelli e quant’altro la fantasia d’un uomo possa creare. Avevo letto in un libro di un giornalista italiano, dopo un suo avventuroso viaggio in Africa: "là fuori quanti potenziali Van Gogh".
Ed è vero, le mani di questi uomini creano davvero dei capolavori! Non importa se siano di legno o su tela, capolavori lo sono comunque. Acquistiamo qualcosa dopo le solite estenuanti trattative che diventano anche piacevoli poichè si concludono con una stretta di mano e un caloroso sorriso! Il viaggio ci richiama e ripartiamo alla volta del Waterberg Park. Da lontano lo si nota, questo massiccio montuoso di arenaria, che spicca sul verde della pianura. Va dai colori marrone, al rosso bordeaux con striature arancio - viola. Magnifico!

Ci accampiamo con le macchine e le tende e ci incamminiamo verso la cima piatta del massiccio. Incantevole la scalata lungo il sentiero tra gli arbusti e a ridosso della montagna nel tardo pomeriggio. Incontriamo pappagallini, uccelli e gallinelle che fuggono al nostro passaggio. E’ già sera quando facciamo rientro al campeggio e la fame si fa sentire. Decidiamo di usare la cucina del camping, dato che in questo piccolo paradiso naturale ci siamo solo noi e altri pochi viaggiatori. L’acqua nella pentola sembra non voler bollire! Ci sono le varie ipotesi dei partecipanti, dato che la pentola incriminata diventa l’oggetto di discussione per una buona ora! Giuliana, la più esperta in cucina, ad un certo punto, ci dice chiaramente: "questa pasta sarà immangiabile". Non importa, la fame è tanta, mettiamo le penne nell’acqua calda, scoliamo qualcosa di simile ad una pasta al dente, aggiungiamo il sugo alle olive e un po’ di formaggio. Ottima, o forse tanta era la fame!
Marco ci parla della giornata di domani; io non lo ascolto, sono assorta a guardare la notte. Un cielo stellato magnifico. Mi dirigo verso la cucina, cammino al buio con la testa all’insù. Inciampo ma non me ne preoccupo. Nella notte, la prima notte in tenda, sono titubante ad addormentarmi; le nostre tende sono accampate sotto un grande albero i cui rami si protraggono e ci proteggono, si sentono ululati a distanza, rumori ignoti nella notte, uno strisciare misterioso sul lato della tenda. Come posso addormentarmi con questo turbinio?

Al mattino, il risveglio è piacevole, ricordandomi ancora incredula che sono in Africa e che il viaggio è appena iniziato. La giornata che ci aspetta è piena, ma, leggendo il programma dei 15 giorni successivi mi resi ben presto conto che tutte le giornate sarebbero state intense. La meta è Namutoni, sempre nella regione centro settentrionale; in particolare questa località è all’interno dell’Etosha National Park. Lungo il percorso ci fermiamo alla fattoria Hoba per visitare il meteorite più grande del mondo. Pensavamo di ritrovarci di fronte ad un masso dalle proporzioni vaste, ma un po’ tutti siamo rimasti delusi, inconsapevoli però del danno che un così "piccolo" meteorite scatenò al momento dello schianto sulla terra. L’altra visita lungo il percorso è il lago Otjikoto, che non desta particolare entusiasmo, seppure sia uno dei due unici laghi naturali della Namibia.
Dopo circa 300 km, ci fermiamo al cancello d’entrata dell’Etosha N.P. Questo parco è uno dei più conosciuti e visitati dell’Africa in quanto accoglie, protetti in un’immensa area, molti animali della savana africana. Il parco è una delle mete più desiderate del viaggio. Tutti noi conosciamo i felini, le giraffe, le zebre ecc... ma con i limiti dello schermo televisivo. Trovarcisi proiettati, immersi, è una sensazione bellissima. Ci si rende conto che la Natura è grande, crudele quando vige la legge del più forte, ma perfetta nel suo insieme.
Dopo il solito controllo dei permessi varchiamo il cancello e subito incontriamo lungo il percorso che ci conduce al campeggio di Namutoni, i primi animali. E’ un’emozione fortissima vederseli vicino all’auto, immobili, che ci scrutano. Antilopi, springbok, impala, l’orice e alcune giraffe. Si nascondono dietro i rami spogli, che si ergono sullo sfondo limpido del cielo. E’ da molti mesi che non piove e siamo ancora nella stagione secca. E’ impressionante il paesaggio, nudo, eppure vivo della presenza di questi animali. Scattiamo le prime foto, mentre il sole si fa sempre più basso all’orizzonte. Siamo tutti entusiasti.

Montiamo le tende, ceniamo, non senza problemi, dato che la bombola del gas non vuole saperne di funzionare. Marino e company si mettono al lavoro con forbicina e arnesi improvvisati e riparano il tubo del gas. Di lì a poco il risotto ai funghi è pronto! Le nostre cene avvengono sempre rigorosamente sotto un cielo stellato, a base di un classico primo italiano, un contorno a rotazione di fagioli, piselli, pomodori o uova. Ma che gioia il momento della cena, soprattutto quando arriva la tazzina del caffè, anch’esso naturalmente italiano.
Ci inoltriamo verso la pozza illuminata del campeggio. Ci sediamo sotto un capanno e ammiriamo. Un’ora, o forse due, sono "volate" mentre ce ne stavamo in silenzio, al buio. A 40 metri da noi c’era un gruppo di bellissime leonesse, sdraiate, visibilmente annoiate ma attente ai minimi movimenti degli altri animali, che timidamente cercavano di avvicinarsi alla pozza. Ecco la crudeltà della Natura, verrebbe da pensare!
La mattina seguente partiamo all’alba, quando è assai più probabile vedere molti animali concentrati nelle poche pozze sulle piazzole del parco. Le strade sono bianche e le auto che vi transitano alzano tantissima polvere, tant’è vero che lungo il percorso essa si fissa sui rami e sull’erba. Non è difficile notare gli animali su queste distese, anche se l’occhio più attento è quello di Job, che non manca di indicarci qualche animale che ci è sfuggito o che conosciuto da noi con un nome si rivela essere tutt’altro. Ci giustifichiamo con il fatto che siamo "abbioccati" dal caldo e dalla levataccia e non manco di dire che alla sottoscritta era parso di vedere un tacchino-canguro!!!
Sicuramente non è stato difficile notare i numerosi elefanti raccolti in una pozza e due piccoli elefantini che giocavano tra il fango e l’acqua. Del leone e del leopardo non si è vista traccia!

La nostra giornata prosegue esclusivamente in macchina, lungo il parco Etosha, mentre Carla ci intrattiene con la storia della sua vita: "capitolo primo, la Camargue". Tra un dormitina sincronizzata in trio nei sedili posteriori, qualche risata, racconti di viaggi e avventure varie arriviamo finalmente al campeggio di Okaukuejo. Fissiamo le tende con difficoltà per via del terreno e per il forte vento e poi fuggiamo subito alla pozza illuminata. Ne è regina una mamma rinoceronte con il piccolo; arriva anche il maschio che sembra essere violentemente rifiutato dalla femmina. Qualcuno s’è intrattenuto anche nella notte, per poi raccontarci la mattina seguente che erano arrivati altri due grossi rinoceronti. Nella tarda notte invece anche il vento aveva colpito. Una tenda violetta s’è spezzata nella notte! Laura e Carla si sono ritrovate praticamente senza un tetto, in balia del vento! La mattina siamo nuovamente in partenza, direzione Opuwo: il capo ha ottenuto un permesso per passare attraverso un percorso speciale dell’Etosha. Opuwo si trova in Namibia nord-occidentale, area meglio conosciuta come Kaokoveld nell’angolo a nord del Paese verso il confine con l’Angola e la mitica Skeleton Coast sull’Oceano. E’ probabilmente la regione più selvaggia della Namibia.

Opuwo è una cittadina tranquilla, con abitazioni e negozi nella via principale e poco fuori agglomerati di capanne dove vivono gli Herero e gli Himba. Sono popolazioni che conservano la propria cultura tradizionale e lo si nota soprattutto nelle donne; è singolare il fatto che sono molto diverse fra loro. Le donne Herero portano abiti molto ampi, colorati, composti da pezzi di stoffa di vari colori e figure, uniti fra loro a formare un patchwork. Indossano inoltre un copricapo particolare dello stesso tessuto dell’abito e sono molto formose. Le donne Himba, invece, vestono di pezzi di pelle di pecora, molto essenziali, il seno nudo e l’intero corpo, compresi i capelli, è cosparso di un miscuglio di terra e vaselina. Portano inoltre collane e suppellettili al collo e sono esili e molto belle. In questa zona inoltre, vivono i Dimba, profughi dall’Angola, paese martoriato dalla guerra civile; si contraddistinguono dagli ornamenti di perline nei capelli e nelle collane. E’ qui che incontriamo quella parte di Africa che m’aspettavo, quella tradizionale. Alcuni del gruppo si addentrano con Job in periferia per acquistare della legna, dato che per la sera avevamo deciso di cucinare della carne alla griglia. Al loro rientro ci hanno raccontato di essersi ritrovati all’improvviso in un affollato mercato di vocianti donne herero e himba; sono rimasti immobilizzati in auto dallo stupore per quanto stavano vedendo i loro occhi prima di inoltrarsi e acquistare la legna.


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ultimo aggiornamento 26/12/2016