H O M E P A G E

Report dai Territori palestinesi occupati da Israele

(23-31 Dicembre 2012)

“SOLO DALLA GIUSTIZIA NASCE LA PACE” (Mahmoud Darwish)

24 Dicembre
La prima cosa che si vede lasciando Tel Aviv per Gerusalemme è il muro, odioso, massiccio, incombente: 750 km di separazione tra due popoli, nonostante l'illegalità di questa costruzione, edificata sulla terra della Palestina al di fuori della Green line.
Arriviamo a Gerusalemme est, scrigno di monumenti e scorci da perdere il fiato, ci avviciniamo al Muro del Pianto, dove gli ebrei ultraortodossi compiono i propri riti e preghiere separati dalle donne, relegate in un piccolo angolo. Proseguiamo per la spianata delle moschee Al Aqsa e ci incantiamo davanti allo splendido azzurro della cupola della Roccia.
Qui ebbe inizio la seconda intifada in seguito alla nota passeggiata di Sharon all'interno dell'area , poi passeggiamo sulle antiche mura, lungo la via dolorosa fino ad arrivare al Santo Sepolcro. Il nostro viaggio di conoscenza, inizia soprattutto a Betlemme, nel campo profughi di Deishe con i suoi 13000 abitanti.
E' il più grande campo rifugiati della Palestina, dormiamo in uno dei due ostelli, nell' Ibdaa Cultural Centre, sede anche di una fortissima squadra di basket e di diverse attività scolastiche e ludiche per i bambini. La nostra serata si conclude con il concerto di Natale nella piazza antistante la basilica della Natività. Qui oltre al Natale si festeggia la giornata dell'orgoglio palestinese : il concerto, non a caso, inizia con la cover dei Pink Floyd “The Wall”.

25 e 26 Dicembre
"La nostra unica speranza sono gli ospiti internazionali che vengono a trovarci e raccontano le condizioni di occupazione in cui viviamo: loro sono liberi e non possono tacere" (Hafes)
Di buon mattino andiamo alla “Tenda delle nazioni”, per arrivarci da Betlemme , non si può percorrere la strada principale , breve, bloccata dagli israeliani, imbocchiamo una stradina tortuosa e ben più lunga, quella per i palestinesi. Arriviamo in questo luogo davvero particolare, pieno di ulivi, 400 ettari di terra posseduti dalla famiglia di Daher e suo fratello Daoud dal 1916.
Tutto intorno ci sono 5 colonie israeliane, dotate di tutti i confort, mentre qui i coloni impediscono addirittura di edificare una casa per i volontari internazionali che aiutano la famiglia a coltivare la terra e con la loro presenza possono raccontare al mondo ciò che accade. Infatti i ragazzi e le ragazze che vengono da ogni parte del mondo vivono il loro campo di volontariato in tende, da qui il nome.
C'è una disputa sulla terra, che gli israeliani vorrebbero annettersi, con un disegno preciso: dividere in due la Cisgiordania attraverso l'edificazione di una serie di insediamenti da Gerusalemme al Mar Morto. Daher conserva però i documenti di proprietà e, aiutato da un avvocato, si sta battendo da 20 anni, per mantenere ciò che appartiene alla sua famiglia. Frequentemente deve subire le incursioni dei coloni e dell'esercito, ma non si da per vinto, ci Nel pomeriggio raggiungiamo At Twani, incontriamo Hafes, capo del comitato di lotta popolare ,organizzazione che cerca di resistere in modo non violento all'occupazione.
Dal '67 c'è stato un susseguirsi di edificazioni di insediamenti , frutto di una feroce evacuazione di chi , i palestinesi, viveva sulla propria terra. Chi vive in questi avamposti illegali sono ebrei ultraortodossi, aggressivi, che non risparmiano nemmeno i bambini che, per andare a scuola, devono percorrere una strada vicino alla colonia di Maon , pericolosa per loro, tanto che addirittura il governo israeliano ha dato mandato ai soldati di scortare questi bimbi a scuola, sia all'andata che al ritorno.
Peccato, però, che a volte i militari non svolgono il loro lavoro di scorta, come è capitato quando eravamo là e che , quindi, i bambini siano stati costretti a fare un cammino di 2 ore per tornare a casa, anziché di quindici minuti.r garantire l'istruzione a questi pochi alunni dei villaggi e per tutelare i pastori che pascolano le loro greggi vicino agli insediamenti , in terra palestinese, ci sono i volontari di Operazione Colomba, le cui armi di cui dispongono sono la macchina fotografica, un pc e un telefono.Questi strumenti oggi permettono di denunciare e far sapere le continue violazioni subite da queste persone, che vivono sulla loro terra.

“La zona di At Twani e dei dodici villaggi vicini sono nelle mire israeliane- continua Hafesla ragione di una simile attenzione da parte israeliana è chiara: annettere definitivamente l'area allo Stato di Israele.
La zona si trova al confine ufficiale tra Cisgiordania ed Israele ed è occupata da numerose colonie e insediamenti illegali israeliani, minaccia continua alla vita della popolazione palestinese.
Dichiarando l'area "zona militare chiusa" (Firing zone 918) si compie un passo verso l'annessione definitiva.
Uno scenario drammatico per 1.500 persone che vivono in quelle terre da decenni, da ben prima della creazione dello Stato di Israele e che ora potrebbero essere espulse con la forza dall'occupante.
Dal 1967 ad oggi le politiche attuate nell'area sono state volte al trasferimento forzato dei residenti in molti modi diversi: le comunità in questione non hanno accesso ai servizi di base, acqua ed elettricità si trovano in Area C ed è Israele ad essere responsabile di fornire tali servizi. Ma non lo fa. Allo stesso modo, in Area C non è permesso costruire: è necessario il permesso dell'Amministrazione Civile israeliana".
Nel 94,5% dei casi, i permessi richiesti dalle comunità palestinesi residenti in Area C vengono rigettati. Per sopravvivere e resistere nella propria terra, i palestinesi costruiscono lo stesso. La reazione israeliana è la demolizione. "Demoliscono case, scuole, moschee, strutture agricole - prosegue Hafes - nell'obiettivo di farci lasciare le nostre terre. Altra strategia è quella della violenza: le comunità palestinesi a Sud di Hebron sono circondate da insediamenti israeliani illegali.
Tutte politiche volte ad un unico obiettivo: l'evacuazione dei villaggi palestinesi, il trasferimento della popolazione verso Nord, oltre la Road 370, una strada riservata ai coloni e che Israele immagina come il nuovo confine con la Cisgiordania.
Se riescono a cacciarci, annetteranno l'area e le colonie presenti allo Stato di Israele". Quella che si sta prospettando è una nuova Nakba ('la catastrofe' del popolo palestinese, quando nel 1948 con la creazione dello Stato di Israele, le milizie d'occupazione espulsero 750mila palestinesi dalle loro terre, tre quarti dell'intera popolazione) conclude Hafes .
“Stessi gli obiettivi, stessi i metodi". Come allora, un'azione terribile e illegale, che viola il diritto internazionale.”
Nel villaggio di Mufakara entriamo in una tenda, all'interno della quale vivono 10 persone e , di notte, stanno ricostruendo, la loro casa più volte distrutta dall'occupante, come distrutta più volte è stata la moschea e altre abitazioni limitrofe: esistere qui davvero è resistere. Dopo aver bevuto un tè con questi partigiani della pace, una sola cosa ci chiedono: “ fate sapere al mondo”.
Al ritorno ci fermiamo a Hebron, città palestinese tenuta in scacco da una colonia di 400 israeliani, proprio nel centro della città: percorrendo la parte vecchia vediamo sopra di noi una enorme rete che tutela i passanti dal lancio di oggetti, anche pesanti da parte dei coloni, cosa che mai abbiamo visto in altri luoghi.

27 dicembre
“Se questo è un uomo” (Primo Levi)

Ore 4,30.
Arriviamo al Checkpoint 300 di Betlemme, una enorme gabbia-corridoio, intervallata da diversi tornelli.
Non è cosa facile tradurre in parole un’esperienza così singolare e profonda come quella che stiamo vivendo. La cosa che piu’ ci colpisce in questa full immmersion di sofferenze e ingiustizia e’ che questa terra sia nota ai più come covo di terroristi. Ma non è affatto così e noi lo possiamo testimoniare.
Stiamo toccando con mano la realtà di un popolo oppresso, schiacciato, umiliato, relegato in una prigione a cielo aperto. Una fila interminabile di uomini, poche le donne, attende di passare dall’altra parte del muro-prigione per recarsi al lavoro, un diritto fondamentale per ogni essere umano.
Ogni tanto rumori concitati: qualcuno scavalca la gabbia-corridoio e si lascia cadere dall’alto per poter avanzare e non rischiare di rimanere escluso dall’uscita verso una temporanea liberazione. Anche noi ci siamo messi in fila stamattina e assieme a queste persone dai volti rassegnati e mesti, abbiamo voluto vivere questo doloroso passare dall’altra parte di una terra che è stata loro rubata.
Finalmente, dopo due lunghissime ore, si ha l’impressione di aver conquistato quella libertà che è per ogni uomo elemento fondamentale per vivere. Se per noi quest’esperienza sconvolgente è durata un solo giorno, per i nostri fratelli palestinesi questa via dolorosa si ripete giorno dopo giorno. Il loro lavoro consiste nel costruire case, suppellettili o altro proprio per chi li opprime, discrimina e sfrutta. Ma chi sono allora i “ terroristi,” quelli che ogni giorno soffrono queste ingiustizie o chi le perpetra? “

E' facile fare la guerra, molto più difficile fare la pace” (Dott. Nidal)
A metà mattina arriviamo nell'unico ospedale statale di Betlemme, gestito da un medico speciale, Nidal. Portiamo con noi un sacchetto di medicine, molto ben accette, perchè qui tutto serve per curare gratuitamente i tantissimi palestinesi prigionieri nella propria terra.
L'ospedale è stato aperto nel 2001, col passare del tempo si è ingrandito ed ora il sogno di Nidal sarebbe quello di poter usufruire di due sale operatorie, perchè nella zona ci sono molti campi profughi e, dopo l'invasione israeliana del 2002, sono stati isolati e sigillati diversi villaggi , quindi per tutte queste persone l'unica alternativa è rivolgersi a questa struttura.
Nidal ci racconta di se’, arrestato 25 anni fa, di suo figlio,diabetico, arrestato a 17 anni mentre lui era in Italia ad operarsi di tumore alla tiroide, probabilmente contratto durante la sua detenzione, come molti suoi compagni di prigionia. Ci parla ancora delle torture fisiche, delle condizioni inumani e degradanti a cui era costretto con altri 33 detenuti in una piccola cella . Ha studiato in Italia, Nidal, ed ha fatto anche attività politica , come collaboratore di Arafat. Dopo la laurea è tornato nella sua terra per diventare la voce di chi non ha voce.
Continua a parlarci della sua Palestina, ci dice che al tempo di Arafat era giusto usare le armi, ora sono cambiati i tempi, bisogna parlare di pace, ma Israele non vuole. I palestinesi hanno accettato perfino di dividere la loro terra con gli invasori, ma questi vogliono molto di più. Conclude questo intenso incontro sottolineandoci come da due mesi nessun lavoratore pubblico percepisca lo stipendio, perchè l'Autorità Nazionale Palestinese non riceve i fondi concordati con Israele, questo “è un crimine” ci dice con grande tristezza, lasciandoci, per ritornare a curare i tanti pazienti che lo aspettano.

SECONDA PARTE


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ultimo aggiornamento 06/11/2016