H O M E P A G E

Viaggio in Siria

(Natale 2004-2005)

Questo non è un diario di viaggio, ma semplici flash. Impressioni e colori di un paese che mi ha sedotto e che non ho capito.

DAMASCO

Vi è sempre, all'inizio di un viaggio, un'immagine che ci si fissa in testa e che poi ci si porta dietro nel ricordo. E' una sorta di logo. Del viaggio, del paese. A volte un logo di storie. Tante storie.

Il logo di questo viaggio è una donna in nero. Una donna in nero che scorgo dietro di me, a Damasco, mentre sto per attraversare l'arteria trafficatissima che mi porta dalla città nuova alla città vecchia.

E' già sera. Siamo arrivati a Damasco con 12 ore di ritardo. Il volo Alitalia, delle 21h40, invece di atterrare a Damasco cambia rotta all'ultimo momento e atterra a Beirut. "Per causa di nebbia", annuncia il capitano. Damasco sfavilla di luci sotto di noi.

Da Beirut il volo riparte alle 10 della mattina dopo, il 27 dicembre 2004, senza che la compagnia fornisca ai passeggeri alcuna spiegazione del ritardo. Circolano voci su diritti aeroportuali che Alitalia non avrebbe pagato. I passeggeri stranieri giurano che non voleranno mai più con la nostra compagnia di bandiera. Io mi sforzo di dormire allungata su quattro sedili della sala dei transiti.

La donna è dietro di me. Come me, aspetta che il vigile faccia segno di fermarsi al fiume in piena di taxi gialli che con i loro continui colpi di clacson informano il mondo della loro esistenza.

Di lei percepisco solo una forma. Nera, un velo nero lungo fino ai piedi, ampio sulle maniche, che le copre i capelli, la bocca e il naso. La fessura da cui si potrebbero intravvedere gli occhi e coperta da un paio di occhiali da sole a specchio. Velo e occhiali trasformano la donna in una cosa.

Percepisco che lei mi sta guardando. Anch'io la guardo. Con la coda dell'occhio, la guardo. Ma di lei non vedo nulla.

Lei mi vede, io no.

Mi sento nuda.

La Siria è un paese in cui quello che conta veramente è sempre situato dalle spalle in su. Dalle spalle in giù, si assomigliano tutti. Sacchi informi coprono forme. I colori predominanti sono il grigio, il marrone, il beige, il nero. Raro il bianco. Il rosso è confinato alle kefiah, che uomini di tutte le età indossano sul capo, in fogge diverse, fissate da un cerchio di cordone nero. Un cerchio morbido portato come la corona di spine del Cristo.

Dalle spalle in su si coniugano i segni delle appartenenze. Il velo femminile, per esempio, si esprime in forme molteplici. Corrispondono ai gradi di fede? A questa o a quella corrente scismatica dell'Islam? Mi mancano i codici per capire. Mi limito allora a registrarne le fogge.

Si passa dai veli neri che coprono totalmente il volto e il corpo, senza permettere spiragli di sorta (le mani fuoriescono dai veli, guantate di nero), a quelli che lasciano una fessura per gli occhi, ai foulard legati stretti sotto il collo. Questi ultimi, a volte, sono sovrapposti in maniera civettuola. Uno, due, tre foulard di tinte degradanti, nero, beige, bianco sistemati a correggere le rotondità di un viso, l'ampiezza della fronte. Alcune ragazze portano veli di tessuto elastico, lavorati a maglia, all'uncinetto, che scivolano su una spalla a formare una treccia di lana. Poche le donne svelate. Qualche turista. E le cristiane. Alcune cristiane, mi dicono, portano anche loro il velo. Le altre, quelle che invece esibiscono capigliature striate dai colpi di sole, abbondanti capigliature arricchite da cotonature anni '60, eccedono pesantemente nel maquillage. Assomigliano alle ragazze dei quartieri popolari di Marsiglia. Non sono belle. Bocche rossissime, occhi bistrati, ciglia finte e chili di monili sberluccicanti. Mi chiedo se, da parte loro, sia una forma di reazione, o se conciarsi in quel modo soddisfi canoni di bellezza mediorientali che prediligono l'eccesso.

Perdo la donna in nero e occhiali fumé in un mare di donne in nero che passeggiano sotto le arcate del souk di Damasco.

Il souk di Damasco assomiglia stranamente alla galleria Vittorio Emanuele a Milano. L'arteria principale che porta direttamente alla grande moschea degli Omayadi, situata al centro della città vecchia, è coperta da un tetto arrotondato in ghisa e lamiera. Di giorno si intravedono dei buchi da cui filtra la luce del sole. Qualcuno mi dice che sono i segni dei proiettili sparati dagli elicotteri quando nel 1982 il presidente Assad fece i raid che in Siria massacrarono più di 35mila persone. Volevano scongiurare il pericolo islamista, mi spiegherà dieci giorni dopo, Abu Jaber, il mio autista siriano. E aggiunge: "Assad, ha fatto bene. Se non l'avesse fatto, la Siria sarebbe diventata come l'Algeria."

Nel souk alle 8 di sera, chiudono le botteghe e si apre lo spazio dei mercanti selvaggi. Per terra, alla luce delle candele o delle lampade a petrolio, si vendono tute da ginnastica, reggiseni, calzetti cinesi, saponi, olive, pistacchi, portafogli, giubbotti di nylon. Circolano le bicilette degli arrotini e le biciclette, dotate di fornelli, dei cucinatori di arachidi. Da queste ultime, attraverso un altissimo tubo di latta fissato al manubrio, fuoriesce fumo grigio.

La spianata di fronte alla moschea degli Omayadi è vuota, buia e bianca. Alcuni uomini giocano a backgammon seduti sotto il portico riservato ai pellegrini.

Ci perdiamo nel dedalo delle stradine del souk alla ricerca della Jabri House. Che troviamo per caso, dopo mille giravolte.

Sulla guida è consigliata tra i luoghi di ristoro a prezzo medio. Non appena entro decido che sarà quello il mio punto di riferimento damasceno. Un palazzo del settecento con una corte interna. Sembra di stare all'interno di un palazzo veneziano. Si mangia nella corte che in occasione dell'inverno viene coperta da un immenso telone. Una signora senza velo mi consiglia di ordinare la zuppa di ceci all'olio d'oliva. E' deliziosa. Sul fondo galleggiano pezzi di carne morbidissima, grassa come piace a me.

Non tutti vengono al ristorante per mangiare. Gruppi di amiche velate ci vengono per giocare a carte o a backgammon. Lo stesso fanno le coppie. Cristiani e musulmani. Che pur incrociandosi raramente, visibilmente, si frequentano. Giocano ad una specie di "ciapanò", le coppie, fumando tabacco aromatizzato alla mela da alti narghilé di vetro colorato. Un ragazzo passa da un narghilé all'altro con un cestino d'argento pieno di tizzoni incandescenti. Utilizzando una lunga pinza, anch'essa d'argento, sistema i tizzoni sul fornelletto del narghilé. Riprende vecchi tizzoni oramai freddi e li sostituisce con tizzoni nuovi. Quello del tizzoniere è un lavoro importante e instancabile. Lui, il tizzoniere, non si ferma mai.

 Ai gabinetti, bellissimi, antichi, una ragazzina velata che dice di chiamarsi Hoffa mi offre un asciugamano pulito per asciugarmi le mani. Poi mi prende il viso tra le mani e mi bacia.

Rientriamo lentamente all'albergo nella notte. Ho l'impressione che questo sia un mondo dolce. Dolce e sibaritico.

 

L'impressione di dolcezza svanisce nella notte alla voce del muezzin. La voce del muezzin, qui, non è una voce registrata. Il muezzin, è un uomo in carne e ossa che prega in diretta. Lo capisco dalla voce. Una voce rauca. Che accenna, a volte, a qualche colpo di tosse. In ogni caso, una voce decisa , esigente. Plana stentorea sulla città e ho l'impressione che si infili nel mio letto. Ho gli occhi spalancati nel buio. Ascolto questa voce/appello con una sensazione di straniamento. Scavo nella memoria e ricordo un'altra notte, tanti anni fa, in cui una voce simile mi sveglia nel buio di una stanza caldissima. Estate 1990, Lombok, Indonesia. Anche là, veli. Tanti veli stretti sotto il mento a formare un triangolo e a incorniciare volti sorridenti di bambine…

 

Non c'è nessuna dolcezza nemmeno nelle donne sciite che si percuotono il petto e lanciano urla e lamenti di fronte alla tomba di Hussein, all'interno della moschea degli Omayadi. Loro, le sciite, le osservo a lungo indisturbata, seduta sul tappeto che copre interamente il pavimento della stanza dove è sepolto Hussein. Hussein, mi sembra di capire, è il marito di Fatima, la figlia di Alì, considerato dagli sciiti il discendente di Maometto. Forse la storia non è come la racconto, ma è quello che mi spiegano a gesti e in un  inglese smozzicato le donne dolenti. Non ho dubbi sull'entità del loro dolore. Piangono veramente, queste donne. Giovani e vecchie, piangono, facendo a gara a chi grida di più, a chi tra di loro fa gocciolare le lacrime più copiose. Mi sembra di assistere ad una sorta di rito isterico collettivo. Gli uomini si colpiscono il petto, pregano ad alta voce, si precipitano contro la grande teca di vetro e oro che protegge la tomba, la baciano, la leccano, la toccano con le mani a piatto, facendosi largo a colpi di gomito. Coperta come sono, da capo a piedi, da un camicione grigio da carcerata irlandese fornitomi prontamente all'ingresso, mi sento come una delle figlie di Maddalena, di quel film di un allievo di Ken Loach che vinse il festival di Venezia due anni fa. Una donna mi intima seccamente di coprire una ciocca di capelli che fuoriesce dal mio cappuccio. Le sorrido, chiedo scusa ed eseguo di malavoglia.

La grande moschea resta in ogni caso un luogo di pace. Il lastricato bianchissimo del cortile interno, i mosaici dei pavimenti, le donne in nero che sembrano fluttuare su un mare bianco, un'eleganza nei gesti che mi sorprende, i grandi tappeti persiani che coprono l'interno della moschea, la cui pianta è esattamente quella della cattedrale bizantina che sorgeva al suo posto e che a sua volte era stata costruita sulle vestigia del Tempio romano di Giove di cui resta una parte del frontone, tutto, nell'insieme, invita alla sosta. Mi siedo per terra contro una delle grandi colonne che sostengono la navata centrale. Famiglie intere, nugoli di bambini rendono omaggio alla tomba di Giovanni Battista, venerato nell'Islam come saggio profeta. Un giovane mullah, in grigio e bianco, occhialini da intellettuale e barba ben curata, tiene una lezione di corano ad un gruppo di uomini inginocchiati attorno a lui che si piegano ritmicamente battendo la fronte contro il pavimento. Dalle grandi finestre colorate filtra una calda luce obliqua.

Potrei restare ore seduta ad osservare questo mondo strano ed invece esco, pentendomi subito della scelta. Mi riprometto di tornare alla moschea.

Al caffé dietro la moschea incontro un mio studente di Scienze Politiche. Sta facendo il suo stage annuale all'ambasciata francese di Beirut ed è in visita a Damasco con alcuni amici. Mi piacerebbe trascorrere più tempo con lui, farmi raccontare della sua esperienza, ma lui è di fretta. La sera ha un appuntamento ad Aleppo. Ci salutiamo.

 

La pianta del souk di Damasco è logica e dacilmente comprensibile. Riprende la geometria delle strade romane, il cardo e il decumano, su cui si articola. Una strada principale diritta e tanti bracci che si diramano a destra e a sinistra. Tre Bab, o porte di ingresso, ne permettono l'accesso su tre lati.

Nella parte più estrema del souk vi è il quartiere cristiano. Il passaggio dal souk arabo ai quartieri cristiani è sottolineato dalla moltitudine di croci, romane e ortodosse, che ornano i portoncini, sono dipinte sui muri, troneggiano al neon sul campanile delle chiese. Le chiese sono brutte e moderne. Più condomini che chiese, hanno cortili interni cementati e disadorni, qualche altalena ad attirare i bambini, aiuole lasciate andare.

Scendiamo nel sotterraneo della cappella armena dedicata ad Anania. Non so chi è Anania, ma lo scopro presto visitando una galleria di quadretti naif che raccontano la vicenda di Saul/Paolo che ricevette l'illuminazione sulla via di Damasco. La ricevette, ora lo so, da Anania che ponendogli le mani sugli occhi lo liberò dalla cecità. I quadretti sono accompagnati da didascalie ingenuamente antisemite.

 

 

Fuori dal souk c'è la città moderna.

La Damasco moderna è un infinita distesa di immbili dall'aspetto precario, ingrigiti dai fumi che fuoriescono dai tubi di scappamento delle automobili. Un parco macchine che farebbe la felicità dei collezionisti d'auto d'epoca. Mercedes, Daimler, vecchie Ford decapotabili si alternano ai taxi gialli di produzione giapponese. Un Hispano Suiza bianca è parcheggiata nel quartiere cristiano. Il giallo dei taxi assieme al rosso bordeaux di molte Mercedes anni 50 costituiscono le uniche dicromie capaci di interrompere il beige/grigio monocromo dell'agglomerato urbano. La collina che sovrasta Damasco è interamente coperta di immobili che hanno l'esatto colore della sabbia di cui è composta la collina stessa. Di notte, sembra la Betlemme dei presepi. Una distesa di lucine che scendono a valle.

 

PALMIRA

 

L'autobus che ci porta a Palmira è un autobus di linea lussuoso a suo modo. Oltre al pilota, vi è uno steward indaffaratissimo a distribuire sacchetti per raccogliere il vomito, salviette profumate, bicchieri di carta. Ogni tanto distribuisce ai passeggeri dell'acqua fresca da una tanica di plastica. Sul televisore passa un film, uno di quei film ingenui che guardavo all'oratorio dei frati quand'ero piccola. Non c'è bisogno di capire l'arabo per afferrare la storia: un uomo, accecato dall'ambizione, per raggiungere i suoi scopi schiaccia coloro che gli stanno attorno e per questo alla fine subisce una dura punizione.

Guardo il film e il paesaggio monotono che scorre fuori dal finestrino.

Da Damasco a Palmira sono 3, 4 ore di corriera e il paesaggio resta costantemente lo stesso. Una catena montagnosa sulla destra e uno sterminato deserto di sassi sulla sinistra. Qua e là, le tende dei beduini. Innumerevoli greggi di capre a destra e a sinistra della strada.

Nella corriera nessuno si parla. Regna un ordine giapponese. Niente a che fare col disordine e il vociare del maghreb. I siriani sembrano essere persone estremamente riservate. Claudio sostiene che in una dittatura come quella che vige in questo paese nessuno osa parlare perché non c'è niente da dire. E quello che si vorrebbe dire non lo si può dire.

La presenza costante di spie, descritta nella guida, la sperimento alla stazione delle corriere in partenza da Damasco. Nell'attesa scatto alcune foto. Me le chiedono, le foto, un netturbino, un signore che viaggia con la nipotina e un soldatino. Si mettono sull'attenti davanti all'obiettivo. Io scatto e loro, chissà perché, ringraziano. Neanche un minuto dopo, un uomo baffuto mi fa segno di seguirlo. Faccio finta di non capire. Lui indica la macchina fotografica e ribadisce a gesti il fatto che devo seguirlo. Gli dico di no. Che non lo seguo. Che non so chi è. Che non ha nessun segno distintivo di autorità. E gli giro le spalle sperando che la storia finisca là. Lui discute accanitamente con un capannello di gente che si forma attorno a noi. Se ne va e torna con altri tre uomini. Vedo che indica loro la mia macchina fotografica. Io sorrido ai nuovi arrivati e mostro loro le fotografie che ho scattato sullo schermo digitale. I nuovi arrivati sono più morbidi. Mi intimano di riporre la macchina e mi spiegano a gesti che è vietato fotografare in una stazione delle corriere. Mi scuso. E la cosa finisce là. Lo spione, che soprannominiamo Zecchinetta, come lo spione del romanzo di Sciascia, se ne va scuotendo la testa.

 

A Palmira, che qui chiamano Tadmor, veniamo scaricati dalla corriera in mezzo ad uno stradone lungo e vuoto che taglia in due il deserto. A qualche chilometro si scorge la città. L'autista della corriera dice che è quella la fermata di Palmira. Poi riparte sgommando. Siamo subito preda di un albergatore solerte (guarda caso la fermata è proprio di fronte al suo albergo, l'unico fuori città) che ci propone i suoi servigi. Camera con vista sulle rovine e prima colazione a 10$. Decliniamo l'offerta più per spirito di contraddizione che per altro e ci incamminiamo verso la città. Un minibus si ferma immediatamente e ci offre un passaggio fino al centro. Non vogliono soldi. Ridono. E ci offrono dei datteri.

 

La visita alla città morta di Palmira la facciamo in due tappe. Al pomeriggio e l'indomani mattina. Un paio di corriere granturismo scaricano due gruppi di italiani sul sito. Una signora italiana in tacchi alti è scontenta. Dice che di vestigia del genere è piena l'Italia. Penso a mia madre. Sarebbe lo stesso commento che avrebbe fatto lei, penso. Un commento che non può essere dettato altro che dalla gelosia perché Palmira è incredibile. Enorme, estesa e intatta. Percorro la strada romana in mezzo ad alte colonne di granito rosa che portano fino al tempio. Dopo pochi metri il gruppo di turisti è solo un ricordo. Siamo soli al teatro romano, soli al tempio, soli alle tombe che hanno la forma degli ziggurath.

La mattina presto, l'indomani, il cognato dell'albergatore ci trasporta sul cassone di un Ape imbandierato e colorato come se dovesse sfilare a carnevale, in cima alla collina che domina le rovine e su cui Fakhr – en – Din, nel XII secolo aveva costruito la sua roccaforte. Scendiamo a piedi lungo un sentiero. Sotto di noi possiamo capire a che punto questa città persa in mezzo al deserto fosse immensa e importante. Era importante già prima che al potere arrivasse la regina Zenobia. Flavio Giuseppe racconta che l'aveva fondata Salomone. Altri raccontano che Palmira era una babele di lingue. Aramaici, egiziani, ebrei, arabi, greci. Tutti passavano e si fermavano a Palmira per la ricchezza della sua oasi, che vediamo polverosa sullo sfondo, e per i suoi vini, i suoi broccati, i suoi vasi fenici e le sue spezie. Zenobia governa la città nel III secolo, conquista Ankara, Antiochia, apre la città ai cristiani e ne nomina vescovo, Paolo, san Paolo. Così facendo minaccia il potere di Roma che pure l'ha fatta regina…chiede troppo, osa troppo. I tempi di Bisanzio non sono ancora maturi.

E' Aureliano che la sconfigge e pare che per ritorsione Zenobia abbia dato ordine di bruciare la città. La fine definitiva di Palmira la dobbiamo a Tamerlano che la mette a ferro e fuoco nel 1401.

La Palmira moderna, la città/villaggio che sorge a qualche chilometro delle rovine, non testimonia in nessun modo dell'antico fasto dei luoghi. Una strada dritta, semideserta, nessuna donna per strada. Un villaggio monocromo che sembra abitato unicamente da uomini. Non vedrò mai una donna a Palmira, se non qualche turista occidentale che staziona nel ristorante/bar che si affaccia sulla strada principale. Non è il solo della città, ma il suo proprietario ha capito la mentalità del turista occidentale. Tappeti coloratissimi alle pareti, alcuni computer con l'accesso Internet, cuscini e sorrisi fan sì che tutti gli occidentali trascurino il cupo ristorante di fronte e si ammassino ai tavoli di questo posto che offre piatti semplici a prezzi salatissimi.

Nel retro del ristorante, il padrone tenta di vendermi un biglietto di banca iracheno con l'effigie di Saddam. 2 dollari mi dice, cheap price. Declino l'offerta.

Un ragazzo tedesco pedala verso Istanbul su una bicicletta carica di borse.

Incontriamo due ragazze di Ancona già conosciute sull'aereo. Sono felici, eccitate dal viaggio, già innamorate del paese. Ci salutiamo la sera sapendo che da qualche parte ci ritroveremo ancora.


Seconda Parte


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ultimo aggiornamento 26/12/2016