H O M E P A G E

Appunti di un Overland

Il viaggio via terra un viaggio di consapevolezza

Il viaggio via terra è un viaggio di consapevolezza, fuori da ogni schema. È una consapevolezza che matura di chilometro in chilometro, lentamente. Siamo abituati a quel “teletrasporto” che chiamiamo aereo e che ci proietta da un check-in ad un altro a migliaia di chilometri di distanza, catapultandoci in questo modo in realtà che, per quanto siano diverse, diamo per scontate; naturalmente: abbiamo volato per svariate ore, ed è logico che ci troviamo in una realtà diversa. Logico? Naturalmente da un finestrino dell’oblò ci dimentichiamo di montagne da oltrepassare, deserti da attraversare, visti da procurarsi il cui ottenimento oltre a dipendere dalla nostra nazionalità, può a volte dipendere anche dal volto che si ha: se può suscitare o meno la simpatia del burocrate di turno presso l’ambasciata del paese al quale si bussano le porte. È proprio questa consapevolezza, maturata attraverso milioni di giri di ruote di treni, autobus e svariati altri mezzi di trasporto, che ci fa rivivere la stessa esperienza antropologica lontana da casa con una visione della diversità che attraversa non check in aeroportuali, ma semplicemente i nostri ricordi e le nostre forze, consigli, incontri, trucchi vari e quant’altro per arrivare a sedersi a pochi metri di distanza da una donna in burqa in un autobus cittadino di Peshawar. Consapevolezza di una continua evoluzione climatica che sfiora la tua pelle, di continui problemi etnici che apprendi dalla gente locale nei lunghi trasferimenti in autobus, e di cui ignoravi l’esistenza. Kurdistan, interpretazioni coraniche più o meno controverse, sunniti, sciiti, sharia, la condizione della donna, leadership più o meno oppressive. Si diventa, non volendo, il ricettacolo di confidenze e di segreti che la gente così spassionatamente ti svela senza nulla chiederti in cambio. Il tutto costellato da un teatrale svolgersi degli eventi … con continuità; la stessa continuità che ti sviluppa quel senso di consapevolezza della diversità. Entra gradualmente in te, chilometro dopo chilometro; attesa dopo attesa. Solo in questo modo può essere realizzata l’esperienza della consapevolezza della diversità; allo stesso modo di come la meditazione possa realizzare la consapevolezza della vacuità.
L’input di questa idea mi venne nel lontano 2002, quando già in India il mio karma mi spinse ad acquistare una guida della Lonely Planet: “Istanbul to Kathmandu: a classic overland route”.
Sono riuscito a realizzare questo viaggio di consapevolezza solo all’inizio del 2005, partendo dall’Italia solo con il visto iraniano, ottenibile nel giro di 15 giorni grazie al supporto del sito Iranianvisa.com. Mentre per informazioni aggiornate, in genere di natura burocratica come il luogo migliore per ottenere il visto Pakistano o per qualsiasi problema possa sorgere lungo questo percorso di più di 10000 km, il mio punto di riferimento è sempre stato il forum della Lonely Planet: “Thorn Tree Travel Forum”. Per il resto sono gli eventi a cui ci si abbandona a fare la storia di un viaggio. La scelta di lavorare nell’agosto del 2005 per la Ibn Batuta Community School di Kosht in Chitral, Pakistan, è stata dettata in prima istanza da una scelta di sopravvivenza, trovandomi in quel periodo nel cuore dell’Asia centro-meridionale senza un soldo e senza la voglia di tornare a Foggia. L’unica opzione che avevo quindi era quella di guadagnarmi la vita in quella pacifica area islamica sunnita, a pochi chilometri dall’Afghanistan, improvvisandomi insegnante di materie che avevo avuto modo di digerire tante volte durante il mio lungo periodo di studi universitari in Ingegneria Meccanica. Miss. Wendy Finet, una splendida ragazza belga più giovane di me, nonché direttrice e fondatrice della succitata scuola (Ibn Batuta Community School Kosht), decise di adottarmi. Divenni quindi il secondo straniero ad operare come docente “social worker” in matematica, chimica e fisica con un salario di base equivalente a 36 euro al mese, in quello sperduto ed ospitale villaggio in pieno Hindu Kush, e forse non tanto lontano dall’area di competenza del signor Osama. Ritornai via terra in Italia solo per il periodo natalizio “tagliando” per un devastato Afghanistan (Jalalabad, Kabul, Herat) dato che la scuola, situata a 2000 metri di quota, chiudeva a gennaio e febbraio causa neve e freddo. Ritornai nel Chitral a marzo (questa volta in aereo) per terminare l’anno accademico a giugno, quando per motivi familiari fui costretto ad interrompere questa straordinaria avventura umana.
Ho quindi avuto la possibilità di ripercorrere nel 2007 partendo sempre col solito affezionato locale da Foggia a Bari delle 16.10, una parte di questo affascinante itinerario, con le solite problematiche legate ai visti, ma con la voglia di rivedere il mio villaggio di Kosht, percorrere alcuni estenuanti sentieri che costellano le imponenti ed impegnative montagne dell’Hindu Kush, del Pamir e del Karakoram per quasi due mesi, in compagnia di un omonimo ed ardimentoso overlander francese, con il quale condividevo l’idea di fondo del trekking indipendente: niente portatori, né guide: trekking di consapevolezza… come per l’overland. Il rapporto con la montagna deve essere intimo e tuo, maturato attraverso i tuoi passi, i pesi di quello che ti porti ed il tuo sudore, senza che ci sia alcuno che, pur aiutandoti (a pagamento), tendi a minare questo sottile intimismo nella continua sfida alle grandi altezze. L’unico nostro supporto, oltre ad attrezzature varie (tende, viveri, fornelli, sacchi a pelo, ecc.) era un’indispensabile guida della Lonely Planet: “Trekking in the Karakoram & Hindu Kush guide”.
Mentre le foto di quest’ultimo overland sono state scattate con quella che al momento considero la migliore fotocamera digitale compatta: la Leica d lux 3, da 10 megapixels.
Per quando riguarda il lato escursionistico dell’overland, esso si è svolto prevalentemente in Pakistan, ad esclusione di una “sortita” in cima al Monte Damavand, il tetto dell’Iran (5671 m), conclusasi purtroppo a quota 4111 metri causa meteo. Attendevo il visto per il Pakistan a Tehran, dopo che mi era stato rifiutato ad Ankara; per cui, pur di non rimanere prigioniero di quella camera a gas della seconda città più inquinata del mondo, riuscii a crearmi questa piccola opportunità a poca distanza dalla capitale.
Per quanto invece riguarda i trekking che ho percorso in circa un mese e mezzo nell’area nord-orientale del Pakistan (Gilgit), tutti consultabili e descritti sulla succitata guida della Lonely Planet, essi sono:

  1. Rupal Valley (parete sud del Nanga Parbat, 8125 m)
  2. Rakaposhi base camp
  3. Ultar Meadow
  4. Rush Phari
  5. Shimshal & Pamir trek (tecnico: consigliati nella maggioranza dei casi almeno dei portatori-guide, sebbene l’abbiamo percorso faticosamente in due)

Per quanto riguarda i prezzi di un overland, per la Turchia ho in quest’ultimo percorso speso almeno 200 euro per 15 giorni, dato che ce ne sono volute 120 per arrivare ad Istanbul da Foggia. In Iran si inizia a “respirare”: si spende la stessa somma per un mese, dato soprattutto dal costo della benzina e diesel: appena 8 eurocents a litro!
In Pakistan si arriva tranquillamente a spendere 150 euro al mese, questo sempre fintantoché si è turisti; nel mio caso, una volta ospite del villaggio dove ho lavorato per un anno, i costi di permanenza si annullano. Mentre per l’India stiamo sui 200-250 euro al mese; sempre che non si lavori come volontario o come operatore ONG. Questa volta sono rimasto nel villaggio di Kosht come visitatore-collaboratore della scuola per due mesi, dopodiché sono giunto all’appuntamento finale con >L’”Alice Project” presso Sarnath, a 10 chilometri da Varanasi (Benares, detta altresì Kashi) in India, prestando supporto didattico agli insegnanti locali di quest’ultimo progetto nato 14 anni fa dall’iniziativa di un maestro di scuole elementari, Valentino Giacomin, che tuttora gestisce questo progetto didattico.

Questo è l'elenco degli alloggi utilizzati durante l'overland del 2005:

  1. Istanbul: Mavi Guest House (dormitorio), 8 Turkish lire
  2. Bursa: Deniz Otel (camera), 8 TL
  3. Ankara: (per visto Pak) Otel Oba (camera), 8 TL
  4. Pamukkale: non mi ricordo, ma ho speso 10 TL per una stanza
  5. Egirdir: Lale Pension (dormitorio), 7.5 TL
  6. Konya: Hotel Ulusan (camera), 10 TL
  7. Goreme (Cappadocia): Traveller’s Guest House (dormitorio), 6 TL
  8. Sanliurfa (Urfa): Otel Ugur (dormitorio), 8.5 TL
  9. Diyarbakir: Otel Ertem (camera), 8 TL
  10. Van: Aslan Oteli (camera), 8.5 TL
  11. Dogubayazit: Hotel Erzurum (camera), 6 TL

Iran:

  1. Tabriz: Hotel Sepid (camera), 35000 Rials
  2. Kandovan: camera di un locale – no guest houses – 30000 R
  3. Zanjan: Hotel Khayam (camera), 30000 R
  4. Rasht: Bahar Guesting House (dormitorio), 20000 R
  5. Ghazvin: Hotel Bagheri (camera), 25000 R
  6. Gazor Khan: Hotel Koosaran (camera), 20000 R
  7. Kashan: Hotel Gulestan (camera), 25000 R
  8. Esfahan: Amir Kabir Hotel (dormitorio), 25000 R
  9.  Garmeh (oasi vicino Khur): unica guest house, bellissima, ma 13 euro al g. pensione completa: le vale, soprattutto per rilassarsi un po’ di giorni
  10. Yazd: Silk Road Hotel (meraviglioso!!) dormitorio, 20000 R
  11. Shiraz: Mellat Hotel (camera), 40000 R
  12. Kerman: Omid Guest House (camera), 30000 R
  13. Bam: Akhbar Tourist Guest House (dormitorio), 30000 R

Pakistan:

  1. Quetta: Muslim Hotel (camera), 80 Pakistan Rupie
  2. Peshawar: Tourist Inn Motel (dormitorio) 150 PR; camere doppie: 300 PR
  3. Rawalpindi (praticamente tutt’uno con Islamabad): Al Azam Hotel, 150 PR
  4. Lahore: Regale Internet Inn (dormitorio), 125 PR
  5. Gilgit: non ricordo, ma siamo sulle 150 PR camera singola

India:

  1. Amritsar: Golden Temple, dormitorio gratuito per turisti all’interno del tempio (ma una offerta di 100 IR la gradiscono); se avete fortuna, vi sono le Gurdwaras, sempre all’interno del complesso: camere bellissime, a 75/100 IR: Per il resto dell’India beh, vi lascio alla vostra ormai consolidata esperienza…

Alessandro Caputo


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ultimo aggiornamento 26/12/2016