H O M E P A G E

Lettera dal Vietnam

Un viaggio “easy-rider” da Dalat a Hoi An.

E’ novembre e sono in mezzo alle montagne.
Provo a scriverti, anche se sono tantissime le cose che vorrei dirti.
Scrivo anche perché  mi sembra di poter condividere un po' con te questi momenti.
Sono le otto di sera.
Siamo fermi in un villaggio pieno di risaie e zanzare che non mi pungono. Sono in moto con Long, la mia guida vietnamita e
sto mangiando tutto il cibo che propone, usando le bacchette e cercando di comportarmi con molta naturalezza e semplicità.

Ho raggiunto l’altopiano in autobus da Saigon. Abbiamo impiegato nove ore per arrivare a Dalat, il capoluogo della regione.  

Mi sono lasciata alle spalle il traffico caotico di Saigon ed i palazzi in costruzione, fasciati dalle impalcature del progresso asiatico che incalza, hanno lasciato il posto alle salite ed al verde delle foreste.
Gli orari dei bus non sono proprio precisi, ma essendo abituata ai treni italiani, mi sento un po’ a casa.
Quando alla guida ho detto che il mio compagno e' un musicista, e' rimasto molto colpito e mi ha detto che i musicisti sono persone speciali, con un dono immenso, quello di far sognare le persone. Bello questo modo vietnamita di vedere le persone.
Qui ti troveresti bene, in mezzo alle nuvole che salgono dalle valli.
Oggi e' piovuto, il monsone incalza.
A poco a poco ho scoperto il cuore contadino del Vietnam.
I capelli a cono che ondeggiano in mezzo alle piantagioni di caffè e te.

Il riso, pane del Vietnam, cresce rigoglioso e scopro ciò che doveva essere l’Italia contadina di tanti tanti anni fa.

Ho rincorso tutti questi pensieri mentre seduta in una capanna, ho guardato un baco da seta tessere il suo filo prezioso, avvolgerlo intorno a se stesso, scandendo così il ciclo della vita, il miracolo di nascere, crescere, invecchiare, morire per rinascere di nuovo.  
E’ un Asia che mi entra dentro e che non posso respingere. Ho lasciato a casa tutti il luoghi comuni, i pregiudizi ed i giudizi del mondo occidentale.

Se non l’avessi fatto non avrei sopportato gran parte di ciò che ho visto.
Avrei odiato questo clima, il fango che lascia la pioggia, i motorini che sfrecciano con intere famiglie a bordo e che ti sfiorano.

I bambini che giocano scalzi nel fango vestiti con le maglie delle squadre italiane mi avrebbero strappato il cuore.
Ma il cuore non si strappa: si riempie.
Io avevo paura di tutto questo: paura di non sopportare, di non capire, ma in fondo era solo paura di non accettare, di vedere tutti poveri, mentre in realtà sono infinitamente più ricchi dei miei cinquecento dollari che ho risparmiato  per venire fin qui.
Tutti questi volti che cambiano nello spazio di pochi chilometri possiedono qualcosa che arriva da molto lontano e che continua ad esistere, tramandato di bocca in bocca.
Non sto dicendo che non ci sono problemi che tutto è bello e che l'Asia e' soltanto poesia.
L'Asia e' tutto un pro ed un contro, un caleidoscopio di vite e di contrasti, ma da oggi sono un po' più ricca. Da oggi ho imparato ad accettare e a non cambiare chi non vuole essere cambiato perché farlo significa perdere l’identità, un modo di essere e di vivere la vita.
Mentre scrivo intorno a me ci sono alcuni ragazzini che mi guardano discreti perché batto i tasti del computer velocemente.
Ci sono talmente tante cose da raccontare....
Il sentiero Ho Chi Minh racconta la storia di una guerra così vicina da poterla ancora toccare, scoprendo le tombe degli americani, le loro tute mimetiche abbandonate.

Da queste parti le colline sono ancora punteggiate di mine.

Qui gli americani defogliavano, bombardavano con l’agente arancio, ma il bambù, resistente, ricresceva nell’arco di qualche mese e la giungla tornava a nascondere i viet cong e le etnie che vivevano nelle foreste.
Come da noi, la guerra di resistenza si e' combattuta sulle montagne più che in ogni altra parte del Paese.
Forse e' questo il destino di questo immenso continente, dove tutto cambia  nello spazio di qualche chilometro... morire e rinascere diverso ed uguale a prima, come il baco da seta.
Probabilmente il discorso ti sembrerà un po' squinternato, senza capo ne' coda, e cercherò di fare ordine al ritorno, tramite le foto.
E, a proposito: qui non ci sono gioielli architettonici da fotografare, ma tanta gente, ed il fascino della vita che passa attraverso i loro occhi.
Quando entro nelle case dei Chill, dei Katu, dei Banhar, della gente che mi apre la porta come se fossi una di loro, mi sento veramente parte di un qualcosa di grande e magnifico.
Li ascolto con il cuore, li saluto e li ringrazio in vietnamita.
Il capo della comunità Banhar, mi ha invitato a suonare una sorta di vibrafono in bambù, chiamandomi “madame” ed esibendosi in un baciamano, eredità dell’occupazione francese.
In questo contesto ascolteresti per ore la musica che scaturisce da questo strumento.
Ho capito che alla gente piace essere fotografata, ma soprattutto piace rivedere le immagini.

Lo capisci quando vedi gli sguardi che si allungano curiosi verso la macchina fotografica.
Tutti mi chiedono da dove vengo ed ho imparato a rispondere “I”, Italia, in vietnamita.
Ogni tanto Long mi dice che posso fare tutte le domande che voglio, ma in realtà, non so mai cosa chiedere e così, quando cala la sera, mi accendo una sigaretta, penso alla giornata trascorsa e scrivo, pensando che non serve chiedere, basta lasciare aperto il cuore ed arrivano tutte le risposte, sotto forma di mille sfaccettature: i contadini che mi regalano l’ananas più bello del raccolto e mi invitano a bere il vino di riso,  un bambino che vuole insegnarmi a pescare, un’anziana donna katu che si complimenta per i miei orecchini, una giovane madre che si rattrista quando dico che non ho figli.
Questi cinque giorni in moto sono stati molto più di quanto avrei potuto immaginare e sperare.
Nulla accade per caso, e forse era destino che dovessi venire qui.
Ciò che prima era un'inquietudine, si e' trasformato in dolcezza inquieta per diventare una felicità piena, una pace che e' difficile dimenticare e che non deve essere dimenticata.
Invece ho dimenticato un razzismo molto più sottile e subdolo di quello classico, quello della presunzione che mi faceva pensare di vivere meglio solo perché provengo da un’altra realtà che i luoghi comuni fanno credere più fortunata, migliaia di chilometri più a ovest.
Tra i muri di fango delle case, nelle intelaiature di bambù, nelle assi di legno e nelle gerle intrecciate a mano, scopro un mattone in più nella costruzione di me stessa, e sorrido pensando che magari, passo dopo passo, ci costruisco la mia casa.
Quest’anno pare che il monsone abbia picchiato duro. Abbiamo guadato fiumi che fino ad un giorno prima erano strade. Ho osservato laghi che erano risaie ed i vietnamiti, flessibili, se perdono il raccolto di riso, si inventano pescatori.

E in tutto questo che i nostri occhi occidentali chiamano povertà, c’è una grande ricchezza: quella del donare ciò che si ha, una tazza di te, un frutto del cacao o una statuina di legno intagliata e capire che c’è sempre qualcosa da dare in cambio e non e' necessario che debbano essere i soldi.  
Basta un sorriso, un gesto di cortesia e ci si conquista a vicenda.

Da domani sarò ad Hoi An, la città della seta, un posto estremamente turistico, ma mi mancherà la vita dei villaggi e della gente che li abita.
Sono loro la ricchezza di questo Paese che affronta un progresso in crescita folle ed un'impennata di tecnologia che chiamiamo globalizzazione.

Sono conscia del fatto che il progresso porta maggior benessere, istruzione, un mezzo di comunicazione in tutte le case, ma spero che qui si continui anche a tramandare le tradizioni che noi abbiamo perduto. Ne abbiamo tutti bisogno.
Imparare le culture degli altri, e' imparare ad amare, ad abbattere le tante barriere create dalla politica, dall’economia e dall’avere.
Siamo tutti uguali e tutti diversi, ed è questa la grande ricchezza che il genere umano dimentica: rispettare ed accettare queste nostre diversità può contribuire a cambiare molte cose ed a mantenerne altre, vivide e pulsanti.

So che in questo Paese mi aspettano nuove e grandi sorprese in mezzo a scenari naturali magnifici, ma nulla è paragonabile alla ricchezza dell’uomo, al suo credere negli elementi, a rispettarli, ed a farli convivere in un mosaico di vibrante bellezza, senza avere per forza uno scopo preciso, arrivare da qualche parte, ad ogni costo.

Il lento ed armonioso incedere delle donne che camminano sui chicchi di caffè stesi al sole, le vecchie che fumano la pipa, le case su palafitte che proteggono dalle piene dei fiumi, scandiscono le vite di civiltà che il governo vuole industrializzare entro il 2020, come recitano le traduzioni dei manifesti ai bordi delle strade.

Il colosso cinese è a due passi e tra qualche anno, se passerò di nuovo da qui probabilmente vedrò i cambiamenti, ecco il perché di questa lettera, di questi pensieri che passano nella mia mente come tanti fotogrammi da conservare.

Ti scrivo perché quando tornerò sarà quasi inverno e incomincerò a correre verso il lavoro, le cose superflue da comperare, i risparmi per una vecchiaia che non so neppure se arriverà e leggerò queste pagine insieme a te, ricordando un volto che si affaccia alla finestra di una capanna, i colori dei mercati, i sapori che riaffiorano alle labbra, un morso al frutto del cacao, e la mente correrà verso un’immagine che non ti avevo descritto, non perché dimenticata ma perché nascosta come un gioiello prezioso tra le pieghe di questo viaggio alla ricerca di identità comuni a noi tutti, se lo vogliamo, in quanto uomini e donne.

Ti do la buonanotte da questo angolo remoto, sospeso, come qualcuno ha detto, tra la terra ed il cielo.

Spero di essere riuscita a passarti qualche istante di Vita, il mio desiderio di renderti partecipe di un viaggio affrontato da sola ma non in solitudine, e diventato, mentre la moto macinava i chilometri, un piccolo diamante che brilla in fondo al cuore.

Marika Traverso

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1998 - 2017 Marco Cavallini


ultimo aggiornamento 26/12/2016