H O M E P A G E

Una granita al qat

Prima Parte

Emozioni, ricordi e riflessioni di ritorno da un viaggio in Yemen tra terra e cielo
Yemen ma bein as'samaa wel ard

In un pomeriggio afoso, sto gustando una rinfrescante granita, seduto al tavolo di un centralissimo bar della mia Palermo settembrina in attesa di un amico, a cui ho dato appuntamento. Un gruppo di ragazzi entra sedendosi accanto e chiacchierando. "Chiamiamo Ninni e Lia, dovrebbero già essere tornati dal mare" esclamano pronti col telefonino cellulare in mano. Ostentando ognuno il suo, come fosse oggetto di prioritaria importanza, cominciano a elencare una serie di funzioni tecniche, che distinguono il proprio dagli altri. Li osservo col sorriso di chi coglie un nesso logico ed allo stesso tempo irrazionale, attraverso un ricordo emotivo, con una simile situazione realmente vissuta appena quindici giorni prima nello Yemen.

Sono seduto al tavolo di un locale all’aperto davanti Bab al-Yaman a Sana’a, gustando un caffè alla cannella. Un gruppo di uomini yemeniti seduti accanto bevono tè e masticano qat con consuetudine quotidiana. Discutono animosamente, estraendo la propria Jjambiya dal rispettivo fodero legato con una cintura a vita; ognuno tiene ben salda la propria, confrontandola con le altre per materiale, forma ed affilatura della lama. Ogni paese ha le sue usanze, e tra queste alcune in cui l’uomo riversa le sue attenzioni per un particolare oggetto, a cui attribuisce un significato, come ogni Status Symbol che si rispetti: come il telefonino cellulare è segno di riconoscimento di benessere per il proprietario occidentale, così la jiambiya lo è per il proprietario yemenita, che con essa contraddistingue la sua virilità e l’appartenenza ad una classe sociale, di importanza più o meno politica o economica, a secondo della foggia dell’impugnatura del pugnale. Seduto insieme ad Ada, una simpatica compagna "yemenita", in attesa di essere raggiunti dal gruppo, decanto lo splendore di Sana’a, in cui ci troviamo. La città vecchia è una delle più grandi medine perfettamente conservate nel mondo arabo. Essa lascia il visitatore sbalordito per l’imponenza delle sue case-torri, le cui facciate sono movimentate da gustose e ricercate decorazioni e da motivi ornamentali in gesso. Spesso ghirigori bianchi inventano una finestra per favorire una simmetria, altre volte compongono una frase tratta dal Corano per inneggiare alla grandezza di Allah. L’UNESCO nel 1984 l’ha dichiarata patrimonio universale da salvaguardare ed è piacevole perdersi per i suoi numerosi vicoli senza alcuna meta.
Ci raggiungono i rimanenti compagni di viaggio, di ritorno da uno shopping sfrenato al souk, esibendo i souvenirs acquistati come feticci: gioielli in argento, corallo ed altre pietre semipreziose, jiambiya, straich (lanterne) in ottone, tamburi, cannella, pistacchi, zafferano, cardamomo e altre spezie.

Si uniscono al nostro tavolo, per dissetarsi con un tè, entrando in conversazione anche loro sul tema di questo viaggio. Mario e Donatella esprimono i loro commenti per le emozioni vissute a Shihara, raggiunta con 2 pick-up dopo una ascesa ripida su strada levigata con grandi pietre nere locali. Durante il percorso, a Suq al-Kamis, un locale armato punta il suo fucile contro un autista dei nostri mezzi, impedendoci il passaggio. Jahya, la nostra guida, interviene per sanare l’astioso gesto, continuando a masticare qat, spiegandoci che è causato da un precedente non risolto tra i due, in cui noi non c’entriamo ma siamo solo spettatori atterriti alla vista di armi pronte allo sparo. Sedata la lite, Jahya esclama "Fiassan ma yumkin, Jalla Jalla!" (=Tutto bene, andiamo andiamo!), ed avanziamo tra tornanti tortuosi, mentre la temperatura diventa più frizzante man mano saliamo. Solo dopo essere arrivati a Shihara, villaggio a 2600 mt. di quota sospeso tra cielo e terra, si può comprendere come mai 400 anni fa, rifugio dell’Imam durante l’invasione dello Yemen ad opera dei Turchi Ottomani, esso non fu mai espugnato, nonostante numerosi assedi.
I Turchi non potevano certo sapere che i locali abitanti di Shihara potevano sopravvivere, traendo sostentamento per i viveri, dalle terrazze coltivate il sottostante abitato, che dal basso appariva come una fortezza di mura di pietra, e per l’acqua da un sistema di numerose cisterne a cielo aperto che raccoglievano ogni goccia d’acqua piovana. L’architettura delle case-fortezza e il sistema della coltivazione su terrazze e della raccolta dell’acqua piovana, ancora oggi usati, sono testimonianze di un raffinato ed antico passato. Siamo infatti nel favoloso regno della regina di Saba, quando lo Yemen era il passaggio obbligato dei traffici diretti verso l’estremo oriente ed i suoi porti erano scalo sulla rotta delle Indie, da dove venivano trasportati le spezie, l’incenso, le sete ed i metalli preziosi, attribuendo allo Yemen l’appellativo di Arabia Felix. Visitiamo questo suggestivo villaggio avvolto ancora da nebbie crepuscolari ed immerso in una quiete "fuori dal mondo", iniziando una lenta discesa a piedi. Attraversiamo il famoso "Ponte dell’Imam", costruito nel XVII sec. sul ciglio di una suggestiva gola profonda 300 mt., e diversi agglomerati rurali, animati da contadini intenti al lavoro dei campi, tra terrazzamenti coltivati e vista sulla valle.

Stuoli di bambini ci seguono festosi, improvvisando presso una cisterna d’acqua con naturalezza gare di nuoto e tuffi, aiutandosi a stare a galla con bidoni di plastica vuoti e cinti alle spalle con stracci. Ada ed Emanuela vengono scortate a vista "mano nella mano" verso valle da due bambini, che dichiarano loro affetto.
Questo spettacolo rimane a lungo un ricordo graditissimo per tutto il gruppo per l’eccezionalità del luogo montano e la spontaneità dei giovani attori, che suscita ancora oggi emozione. Andrea e Laura rimangono molto colpiti dalla diffusione delle armi in tutto lo Yemen e soprattutto dal villaggio, loro facile mercato, di Suq At-Talh al confine con l’Arabia Saudita. Qui commercianti locali espongono alla vendita di tutti fucili Fal, Mauser e Garand, mitra sovietici Kalashnikov o d’imitazione con il caratteristico caricatore a mezzaluna, pistole tedesche, bazooka, penne lancia-proiettili, granate ed altri tipi di armi sofisticate. Tanto a Suq At-Talh c’è la maggiore ostentazione e vendita di armi, quanto in tutto lo Yemen esse sono alla portata di tutti, nonostante in teoria girare armati sia vietato.
L’influenza del potere centrale arriva solo a Sana’a ed in qualche altro grosso villaggio, dove il porto d’armi è impedito. Chi entra in città deve lasciare il suo Kalashnikov alla gendarmeria, che gli viene rilasciato al suo allontanamento. Nella restante parte dello Yemen questa legge rimane solo teoria. Infatti il possesso attuale delle armi degli yemeniti è retaggio dei loro avi al tempo dell’Imam, i quali dovendo sottostare ai pagamenti sotto forma di tributi ad esso, lottavano spesso tra di loro per aver più spazio vitale o favoritismi presso l’Imam stesso. Ecco l’origine delle varie tribù e dell’uso indiscriminato delle armi. Oltre alla jiambiya, il fucile è oggi l’altro inseparabile amico e compagno di ogni yemenita. Se un vecchio proverbio latino dice che l’uomo senza denaro è un uomo morto, nello Yemen lo stesso concetto è applicato a chi non ha con sè un’arma: jiambiya, fucile o altro.
Il nostro autista Kaleb a Manakha, sua città natale, portava il fucile a tracolla, come un borsello, chiamandolo affettuosamente Alì Babu (Papà Alì), come molta gente comune per strada.

All’unanimità i luoghi più graditi risultano Thula, villaggio montano con case-fortezze costruite con mattoni di pietra, e Manakha, interessante per il trekking svoltovi ed i festeggiamenti per il matrimonio a cui abbiamo assistito. La passeggiata-trekking in quota a Manakha è stata l’occasione per sgranchirci finalmente le gambe, dopo un lungo percorso su jeep. Si parte di primo mattino con la guida Mohamed, contattata la sera prima nel funduq dove pernottiamo. L’aria è molto umida per la nebbiolina mista a pioggia, tipica di questi luoghi montani in simili ore prediurne. Dopo i primi passi con K-way, ci liberiamo dei "fardelli" perchè l’aria è comunque calda e, camminando, il loro contatto sulla pelle è fastidioso. Il trekking, piuttosto facile perchè in quota, si rivela interessante e vario: all’inizio avanziamo tra nuvole basse che ci avvolgono in una magica atmosfera, come una fitta nebbia, e poi sotto un tiepido e piacevole sole. Attraversiamo diversi villaggi (Hoteip, Al Kahel, Lakmat Al Gadi), tra moschee ismailite, dove le donne non sono velate ma hanno solo il capo coperto, e tra terrazzamenti coltivati a riso, sorgo, mais, dove fanno capolino anche alberi da frutta e gli arbusti del qat. Ci fermiamo spesso a fotografare il paesaggio, con le nuvole basse interposte tra noi ed i villaggi a valle, mentre numerosi bambini si avvicinano a noi curiosi.
Il sensibile Andrea "pollice verde per natura", cataloga e registra nella sua mente le varie specialità "botaniche" man mano incontrate, finchè scopre e raccoglie con l’intera radice l’orchidea che lo renderà famoso al mondo intero. La mostra orgoglioso ad ognuno degli altri "trekkers", battezzandola in onore della sua Cicci .
William, ragazzone piuttosto cresciutello, insegue invece la natura, immortalando proprio tutto con le sue tecnicissime macchine fotografiche, incurante del rischio di restare spesso indietro e di essere richiamato da sua moglia Anita "Willyyyy, vieni subito!!!"


Scendiamo a valle raggiunti dalle jeep in attesa all’ingresso del villaggio di Al-Hajjarrah, accettando l’invito del nostro autista Kaleb a visitare la sua famiglia, residente proprio a Manakha. E' l’occasione per conoscere da vicino uno spaccato di vita familiare.
La moglie Samira ci accoglie presentandoci 5 dei loro 7 figli nella stanza riservata agli ospiti ed arredata per terra con cuscini e tappeti e alle pareti con arazzi e due fotografie a testimonianza del glorioso impiego di Kaleb come autista in Arabia Saudita. Le figlie più piccole, Sapha e Raja, ci offrono il Qahwa (tipico caffè yemenita) aromatizzato alla cannella e alcuni melograni. Poi Samira si ritira nei suoi ambienti domestici, facendosi raggiungere solo dalle donne, mentre noi uomini rimaniamo in salotto con Kaleb e Mustapha (il figlio più piccolo, di 18 mesi) a vederlo masticare qat.

Ritorniamo al funduq per la cena, ma il "clou" della serata deve ancora avvenire: siamo stati invitati ad un matrimonio. Oggi si sposa il cugino di Kaleb e usciamo ancora per partecipare ai festeggiamenti degli sposi, che in Yemen usano festeggiare solo tra uomini o tra donne. I festeggiamenti cominciano per strada con un corteo lunghissimo. Due sposi maschi abbinati sono preceduti da una doppia fila di uomini, che avanzano a piccoli passi tenendosi per mano, e di cui entriamo a far parte noi ed eccezionalmente anche le donne del nostro gruppo. Gli sposi sono vestiti con abiti sontuosi con una corona di fiori in testa ed una collana di fiori al collo. Sono preceduti da due paggetti che avanzano portando delle candele accese e da un cantore, che accompagnato da musica inneggia canti augurali in loro onore. Mentre la doppia fila avanza lentamente davanti a loro, alcuni uomini a gruppetti danzano e altri ancora dallo stesso posto in cui si trovano sparano in aria colpi di fucile e perfino di mitra, presi da raptus contagioso. Il rumore assordante spacca i timpani e mentre noi sobbalziamo ad ogni colpo, loro sorridono piuttosto divertiti. Tra scoppiettii di razzi e mortaretti e rumori degli spari, che penetrano anche le budella, tra odore di polvere da sparo e canti assordanti amplificati dal megafono, arriva il "clou" della festa.
Ad uno spiazzo improvvisato davanti ad una attenta folla di invitati e curiosi, affacciati alle finestre delle case prospicienti, i due sposi vengono prima portati a spalla, facendo alcuni giri in tondo, e poi fatti accomodare su due poltrone. Essi porgono le loro collane di fiori ad un fine cantore e al suo accompagnatore musicale, che cantano ancora degli stornelli di elogio in loro onore.


Seconda Parte


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C i n e m a & v i a g g i | L i n k s | F i d e n z a & S a l s o | P o e s i e v i a g g i a n t i
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ultimo aggiornamento 26/12/2016