H O M E P A G E

Algeria: La scoperta del deserto

O Atum,
Che cosa significa che io debba andare nel deserto?
Non c'è acqua, non c'è aria, è molto scuro,
molto profondo e davvero infinito!
Libro egiziano dei Morti, cap. CLXXV

Il deserto è un luogo mistico, un luogo dello spirito prima ancora che uno spazio geografico, penso mentre percorro la piana di sabbia dorata in direzione di Djanet, nel sud algerino.

"Là vivrai in pace", risponde Atum all’anima appena giunta nell’al di là.
"Io ti ho dato luminosità in cambio di acqua e aria".
La luce. Ecco cosa distingue il deserto da tutti gli altri luoghi della terra. Osservo la muta distesa di sabbia punteggiata di isole di roccia bruna che scorre dal finestrino della corriera sgangherata. La luce è tagliente come una lama, l'aria trasparente e sottile come un cristallo. Questo conferisce al deserto la sua profondità. Le cose appaiono nude nella luce, non c'è possibilità di inganno. Se all'alba respiri l'aria fredda che ancora sa di notte, lo spirito si espande oltre le pareti scalcinate del qui e dell'ora. Questo riversarsi dell'anima verso l'esterno, questo dimenticarsi nella distesa della materia, è il dono difficile del deserto.

Djanet è una mezzaluna verde infissa fra le rocce di queste solitudini assolate. Ogni centimetro di terreno coltivabile è sfruttato e protetto da siepi, foglie di palma rinsecchite dall’invadenza della sabbia. Le abitazioni sono costruite all’esterno dell’oasi, nel deserto, per non rubare nemmeno un palmo di terra fertile alla coltivazione. A Nord, si stende per oltre 1000 km il Grande Erg Orientale, con le sue dune di sabbia infuocata. A Sud, altre centinaia di km di pista desolata separano l’oasi dal fiume Niger. A Ovest si infrangono le onde di sabbia dell’Erg Admer. A Est si erge l’altopiano roccioso del Tassili n’Ajjer ad un’altitudine media di quasi 2000 metri: la nostra meta. Prima di partire, però, dobbiamo risolvere alcuni problemi logistici: reperire gli asini per il trasporto dei bagagli, riempire le grosse taniche di plastica verde con acqua potabile, contrattare l’itinerario con la nostra guida, un giovane Tuareg di nome Barka.

Il giorno seguente, affrontiamo di buon mattino la salita verso l’altopiano del Tassili. Seguiamo un ampio canalone dalle pareti scoscese, che infine si restringe e si inerpica verso la sommità dell’altopiano. Dopo forse 4 ore di marcia, superiamo l’ultima rampa e ci troviamo sull’altopiano. All’improvviso lo spazio si apre, le mura di roccia lasciano il campo ad un piano allucinante, perfettamente orizzontale, coperto di sassi neri e brillanti nel sole pomeridiano. Alle nostre spalle il canjon da cui siamo saliti s’inabissa nella terra. Davanti a noi si stende fino all’orizzonte la pianura nera, uniforme, profonda, senza fine. Ci incamminiamo verso Est, in fila indiana, come un rosario di fantasmi. Dopo ore di cammino, la mancanza quasi totale di punti di riferimento genera la curiosa illusione di non essersi mai mossi dal punto di partenza. Ad un giorno di marcia verso Est, oltre l’orizzonte, c’è la Libia, ci spiega Barka. Sul tardo pomeriggio giungiamo ad una zona più varia, con rocce color sabbia e arbusti spinosi. Ed ecco, quando meno te lo aspetti, quando la luce cambia annunciando il crepuscolo e tu sei stanco e già pregusti il riposo e il fuoco serale, ecco che il deserto di nuovo ti sbalordisce. Dopo ore di marcia in questo paesaggio desolato, che non tradisce alcuna forma di vita se non qualche filo d’erba ingiallito, dietro un angolo di roccia appare, gigante verde, un albero maestoso e solitario. Siamo a Tamrit, e l’albero dal tronco contorto, bruciato dal sole implacabile, è uno dei famosi cipressi millenari della zona, veri e propri fossili viventi testimoni di un tempo in cui il clima del Sahara era più mite e queste pianure erano verdi di vita. Quando piantiamo il campo sotto le fronde secolari, le prime stelle scintillano nel cielo rosato: si prepara la mia prima notte nel Sahara. In passato ho attraversato altre zone desertiche: in California, in Giordania, nel Sinai, in Cappadocia. Ma nulla è paragonabile al Sahara. Qui le notti sono di una profondità singolare, e il cielo è denso di stelle come in nessun altro luogo.

Se ti allontani dal campo e ti inoltri nel buio, dopo pochi passi si spengono i rumori dei tuoi compagni di viaggio: rimane solo il vento e il pulsare del cuore. Allora ti riempie un'angoscia particolare. Il primo impulso è voltarsi indietro immediatamente, per accertarsi che il campo, con il suo contenuto di esseri umani, sia ancora là dove l'hai lasciato. Ma poi, se prosegui nella notte, ti prende una sensazione speciale, che i francesi chiamano le baptême de la solitude. E' una sensazione unica, che non ha nulla a che fare con la malinconia, o con la paura. Non è una sensazione gradevole: ricorda una specie di vertigine, seguita da un espandersi dello spirito che si dimentica dei suoi limiti individuali, e proprio per questo non ammette l'esistenza di altri individui. Forse solo in questi momenti si riesce a concepire, per un istante, l'esistenza dello spirito che ci anima, che è qualcosa di diverso dalla coscienza, con il suo carico di memoria, il suo carattere, i suoi desideri, insomma quello cui ci si riferisce quando si dice io, ma è quella scintilla divina di cui parla Platone e alcune tradizioni orientali, intelligenza universale e impersonale che, prima di iniziare il ciclo delle incarnazioni, contempla l'ordine universale delle cose. Esiste un solo spirito che, per mitigare la sua eterna solitudine, si è frantumato in miliardi di coscienze come in un gioco di specchi? Il deserto è sempre stato il luogo privilegiato di chi va in cerca di Dio.

Ci addentriamo in una singolare foresta di pietra, che il vento (e un tempo l’acqua) si è divertito a modellare nelle forme più strane: torri cilindriche, guglie sottili, schegge taglienti, terrazze sporgenti, cubi inclinati grandi come palazzi, animali fantastici. Si tratta della regione di Sefar. Da lontano, al viaggiatore che si avvicina, ricorda il profilo caratteristico di Manhattan: una metropoli di pietra abbandonata. Si cammina per ore in questo labirinto minerale, che riserva una sorpresa ad ogni angolo. Corridoi di pietra scavati da antichi fiumi, stanze riempite di sabbia rossa, cunicoli oscuri, archi di trionfo. Barka ci guida sicuro, camminando leggero sulle sue reebok quasi nuove. Non l’ho mai visto bere durante la marcia. Barka è un Tuareg moderno: scarpe sportive e zainetto reebok, e caratteristico velo sul volto. Un giorno ci mostra un recinto di pietre alto forse 50 cm, che delimita un’area rettangolare di una decina di metri per lato, addossato ad una parete di roccia sporgente: "questa era la mia casa negli anni ‘70, dove sono cresciuto", spiega. "Qui", prosegue indicandoci un piccolo quadrato delimitato da un muretto di sassi, all’interno del recinto più grande, "era la stanza da letto dei miei genitori". Sorride al nostro stupore.


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1998 - 2018 Marco Cavallini


ultimo aggiornamento 26/10/2017