H O M E P A G E

InterRail 2008

(Quarta Parte)

Verso Helsinki
Sono io il primo ad alzarsi dal letto, alle sei e tre quarti, anticipando di sue soli minuti il suono della sveglia. Ormai ho sviluppato una sorta di orologio biologico tarato sulle frequenze del viaggio, che mi fa spesso ridestare all'ora giusta senza quasi bisogno di puntare alcuna sveglia. Una velocissima colazione ancora una volta gratuita, per poi riprendere sulle spalle gli zaini, sempre più carichi di biglietti timbrati e scontrini dei negozi, tutti accuratamente conservati per non perdere nemmeno un pezzettino di ricordi e testimonianze. Scendiamo per l'ultima volta dalla collina, con il peso degli zaini che involontariamente ci fa accelerare sempre di più l'andatura, costringendoci a rallentare volontariamente per non sfracellarci gli alluci dentro le scarpe. Io sono fermamente intenzionato a fare l'autostop alla prima automobile di passaggio, ma passano solo poche auto nel verso opposto, così ci tocca anche stavolta farci tutta la strada a piedi. Il nostro treno, giunto pochi minuti dopo l'arrivo in stazione, è munito di una carrozza a due piani in cui si trovano i nostri posti prenotati: scopriamo solo una volta a bordo che ci toccano i posti adiacenti all'area attrezzata per i bambini, dai piccoli ai piccolissimi. Risultato: cinque ore di viaggio tra urla, risatine, pianti inconsolabili, versi e sbrodolii, madri disperate che non sanno più come far stare zitti i loro pargoli, e ovviamente noi due che dobbiamo sopportare tutto.
Non scendiamo direttamente alla stazione centrale di Helsinki, bensì alla fermata prima: il nostro albergo, un po' fuori zona, si trova proprio in corrispondenza della penultima sosta. Nella stazione in cui arriviamo ci sono indicazioni per ogni luogo meno che per dove dobbiamo andare noi, e come se non bastasse i bigliettai non parlano inglese, o almeno così affermano vivacemente, parlando guarda caso in inglese. Dopo qualche insistenza otteniamo almeno un qualche genere di indicazione per l'albergo: ci rispondono indicando sbrigativamente una direzione col dito. Camminando in quella direzione finiamo in uno strano quartiere, fatto di sopraelevazioni di cemento intervallate da sprazzi di verde, in cui si alternano enormi edifici commerciali e più modeste palazzine residenziali, ed anche una biblioteca per soddisfare la voglia di lettura del popolo con il più alto tasso di libri e quotidiani letti nell'intera Europa. Dopo un po' di peregrinazioni e di informazioni chieste ai passanti, giungiamo al nostro mastodontico residence, in una zona decisamente periferica.

L'albergo delle meraviglie
L'albergo è decisamente un'oasi nel deserto rispetto agli ostelli in cui siamo abituati ad alloggiare: lussuoso, pulitissimo, decorato in ogni modo possibile. E dire che è il più economico della zona. Veniamo trattati con gentilezza estrema dalla bionda receptionist, che ci illustra ogni singolo dettaglio di funzionamento dell'hotel. La nostra camera, all'ottavo piano, è stratosferica. Tanto per dare un'idea, è munita di comodità esagerate come lo stirapantaloni (!), un intero servizio di bicchieri, frigobar con tutti i generi possibili ed immaginabili di superalcolici a prezzi ovviamente esagerati, televisione con visualizzati il messaggio di benvenuto "Dear Mr Davide" e le istruzioni per informarsi sulle funzioni e servizi alberghieri, il ferro e l'asse da stiro, una presa per il modem addirittura allungabile, asciugacapelli, bustine di cappuccino già pronte da miscelare con l'acqua fatta bollire direttamente in camera con la macchinetta apposita, luci che si accendono e si spengono automaticamente inserendo la carta magnetica nella fessura, e tantissimo altro ancora. Il tutto a poco più di quaranta euro a notte. Paragonato agli alberghi italiani, che per la stessa cifra offrono un terzo di tutto ciò, è lo specchio di una nazione veramente ricca ed evoluta, attenta alla qualità dei servizi per i suo cittadini.

Helsinki
La capitale della Finlandia è una città famosa per le sue molteplici influenze culturali e la sua variegatezza. Si parlano indifferentemente due lingue ufficiali eppur così dissimili, il finlandese e lo svedese, e si notano chiaramente le influenze russe, data la grande vicinanza col territorio sovietico e la lunga storia di conflitti e collaborazioni che li accomuna. Appena usciti dall'affollata stazione centrale vediamo subito una città molto animata, mille volte più di Oslo: c'è gente di ogni nazionalità, edifici di ogni tipo di architettura, generalmente non molto elevati e di forma squadrata. Il sistema di trasporti pubblici e di regolamentazione del traffico è ottimo: Helsinki è tralaltro l'unica città finlandese dotata di metropolitane e tram. Dopo una breve sosta ad un fast food la nostra prima tappa è il conosciuto Kauppatori, il mercato del pesce all'aperto. Passiamo solo davanti alle sue bancarelle arancione brillante, promettendoci di rivisitarlo in seguito: prima che chiuda vogliamo vedere la famosa chiesa luterana, il cosiddetto Duomo di Helsinki situato in piazza del Senato, accoppiato alla statua di Alessandro II di Russia che si staglia fiero in mezzo alla piazza sul suo cavallo anch'esso di pietra. La chiesa è sopraelevata e domina tutta la città, con l'interminabile scalinata su cui siedono costantemente orde informi di turisti, l'enorme cupola centrale, le pareti bianchissime sia all'esterno che all'interno, così perfettamente levigate e candide da sembrare di ghiaccio. È la prima chiesa totalmente priva di affreschi che vedo: ha indubbiamente il suo fascino, è veramente imponente. La zona è invasa dai visitatori, italiani in primis, per cui ci spostiamo presto in un'altra area più tranquilla per ammirare una vera e propria meraviglia di architettura e gusto artistico: la Uspenskin Katedraali, chiesa ortodossa dall'inconfondibile stile russo. Ha le murate rossastre e le classicissime cupole d'oro a cipolla: due di esse sono nuove e brillano decisamente più delle altre. Magnifica all'esterno e soprattutto all'interno: riusciamo ad entrare per miracolo, giusto un minuto prima della chiusura. Abbiamo fatto bene a sbrigarci subito con il tour delle chiese! Ammiriamo tutti i quadri che tappezzano la parete, anch'essi riccamente decorati e dorati, e finiamo con uno sguardo fugace rivolto all'altissima cupola, in parte coperta da uno sfarzosissimo lampadario dalle mille candele.
Riprendendo a girare per le vie del centro ci viene l'idea di comprarci qualcosa di alcolico, per festeggiare degnamente almeno una serata con una buona bottiglia: l'idea è subito accolta, ma dobbiamo stare attenti a come fare. Anche in Finlandia gli alcolici non sono ben visti dallo Stato, e si vendono solo in negozi appositi, nonostante ciò non riduca di molto il problema dell'alcolismo anche qui molto sentito. Veniamo a conoscenza di un negozio di alcolici non molto lontano da dove ci troviamo, e lo puntiamo speditamente: l'età necessaria l'abbiamo superata, dunque non ci sono problemi. Nel negozio sono probabilmente presenti tutti i tipi di alcolici esistenti al mondo: i vini provengono da ogni angolo del pianeta, si arriva perfino all'Australia. Ovviamente, i vini italiani sono presenti in gran numero. Individuo quasi subito una solitaria bottiglia di vermouth rosso a buon mercato, appoggiata su un angolino di uno scaffale e coperta da un leggerissimo velo di polvere, a testimoniare il tempo che ha passato lì senza che nessuno la prendesse in considerazione. Insisto per comprarla, snobbando il ben più gustoso ma costosissimo Martini che campeggia in bella vista poco più sopra, perfettamente pulito. La scelta è compiuta: l'impolverato ma onesto vermouth sarà il nostro festeggiamento della serata, quando torneremo all'ovile.
Sotto la pioggia che inizia a cadere leggera arriviamo ad un imponente chiesa tedesca, purtroppo chiusa. E' un vizio dei nordici quello di aprire le chiese solo per pochissime ore al giorno, non riusciamo veramente a capire il perchè. Un po' scornati proseguiamo arrivando ad un'altra chiesa (sono veramente tante qui!), stavolta dedicata a San Giovanni: ricorda un po' Notre Dame di Parigi per le sue due torri identiche sulla parte frontale, anche se queste sono molto più alte di quelle della cugina francese. Dopo questa meraviglia tocca ancora ad un'altra chiesetta luterana dall'altra parte della città, con la particolarità di essere completamente incastonata nella roccia: dopo una lunghissima camminata per raggiungerla, fortunatamente la troviamo ancora aperta. La roccia forma un cerchio tutto attorno alle panche e all'altare, con l'organo incastrato in un'altura sulla sinistra. Il tetto ramato è sostenuto da dei fitti piloni di acciaio su tutta la circonferenza, con un effetto di contrasto tra l'antico e il moderno davvero sorprendente. Il sacerdote, con il suo lungo abito talare verde, sta celebrando messa ad un discreto numero di persone: ascoltiamo per un po' il prete finlandese mentre declama i passi del Vangelo nella sua lingua così incomprensibile, poi ritorniamo sui nostri passi fino all'albergo.

Il vermouth
Soddisfatti dalla giornata molto produttiva, escogitiamo ogni sistema possibile per rendere speciale la pantofolaia serata in albergo: in un lampo di genio cerchiamo di connettere il lettore Mp3 alla televisione, sperando nella loro compatibilità, ma purtroppo le prese non combaciano. Così ripieghiamo mettendo gli auricolari a volume massimo e incollandoli con lo scotch agli angoli della televisione, rivolti verso di noi e verso l'alto per sentire il più possibile la musica. Apriamo la bottiglia soddisfatti, vuotandola lentamente bicchierino dopo bicchierino, in allegria. I momenti più divertenti si hanno quando Davide fa una capriola sul letto e io gli intimo di smetterla di fare quei "trabaglioni", parola completamente senza senso, ancora oggi non so assolutamente cosa avessi voluto dire. Altro momento da risate assicurate è quando tento di versare altro vermouth nel bicchiere, inclinando sempre di più la bottiglia fino quasi a metterla in verticale, col vino che non ne vuole sapere di uscire, finchè mi accorgo che non ho tolto il tappo. Dopo qualche discorso inconcludente ci addormentiamo entrambi, cotti dall'etanolo. Io crollo per primo, mentre Davide mi segue a ruota dopo pochi minuti, dormendo fino alle quattro di mattina con la pancia all'aria ancora scoperta, fino a quando finalmente la vescica troppo tesa lo costringe a svegliarsi e ad accorgersi non solo di aver preso freddo per ore, ma anche di essersi dimenticato tutte le luci accese.

Helsinki
Un po' rimbambiti ed assonnati, con la schiena indolenzita dai morbidissimi letti d'albergo tanto invitanti quanto dannosi per la colonna vertebrale, ritardiamo la colazione per riprenderci un po' dagli effetti dell'alcol. Approfittiamo comunque di quanto ci viene offerto dal generoso buffet: ci sono perfino le uova e il bacon per qualche eventuale inglese in vacanza, cibarie che ovviamente noi rifuggiamo con tutte le nostre forze. Ci accontentiamo di qualche croissant con caffelatte. Tornati ad Helsinki con il solito treno, la prima attrazione del giorno è il museo di arte moderna. Dentro non c'è granchè: i soliti panni sporchi stesi e venduti come opere d'arte, forme bizzarre o quadri monocromatici, lattine di colore tremendamente arrugginite ed ammassate tutte assieme a simboleggiare il lavoro dell'artista. La classica frase che viene da pensare quando si assiste a tali opere è "Ma queste potrei farle anch'io, anzi meglio di loro!", e nonostante quello che dicano gli esperti in materia sui significati nascosti che celano, sono convinto che sia la pura e semplice verità. Ma questa è solo una mia considerazione personale: certe opere sono anche affascinanti, a volte inquietanti. Una su tutte il video di un gruppo di bambini, probabilmente in qualche zona dell'Est europeo devastata dalla guerra, che prendono letteralmente a mazzate una vecchia automobile, trasformata in giocattolo da sfascio in mezzo alla strada. I genitori assistono a metà tra il divertito e l'indifferente, fino all'arrivo della polizia che mette fine al "gioco". Tuttora non so se il video fosse autentico o meno.
Decisamente più ricco ed interessante il secondo museo, dedicato alla storia di Helsinki e della Finlandia in generale, dalla preistoria fino ai giorni nostri: dai chopper scheggiati dell'età della pietra alle sfavillanti cotte di maglia medioevali, fino alle coloratissime e ormai dismesse markke finlandesi, la valuta abbandonata da qualche anno in favore dell'euro ed ormai esposta nei musei come una rarità. Terminata la lunghissima visita, puntiamo il mercato del pesce che il giorno precedente abbiamo saltato. Affacciato direttamente sul Golfo di Finlandia, è il vero centro nevralgico della città: nelle vicinanze si trovano quasi tutti gli attracchi per i battelli che visitano le isolette circostanti, molto numerose e ricche di interessanti attrazioni turistiche. Una pista ciclabile l'attraversa completamente, nelle intersezioni ci sono i soliti semaforini e addirittura vediamo un comico cartello di pericolo recante due bici che si stanno per scontrare, invitando i ciclisti a rallentare nel punto di intersezione tra le due corsie. Nelle bancarelle si vende ogni tipo di cibaria e souvenir, tra cui gli ottimi kalakukko: li compriamo subito, senza sapere che sono un cibo tipico finlandese, attratti solo dal loro ottimo aspetto. Si tratta di squisiti panini di segale imbottiti di salmone e verdure miste, da servire caldi o freddi a seconda dei gusti del consumatore, e che ci sbafiamo con enorme soddisfazione dal primo all'ultimo boccone, sotto le tende arancioni che ci riparano da un solleone veramente noioso. Dopo aver consumato numerosi pranzi e cene in ristoranti indegni di questo nome che servono cibo molto poco sano, questo è un piacevole diversivo. Terminata la parentesi cibarie, ci prepariamo per la visita alla storica isola di Suomenlinna, a pochi minuti di traghetto da dove ci troviamo: è un arcipelago di sei isolette, ed è anch'essa protetta dall'Unesco ed inserita nei Patrimoni dell'umanità. Nelle isole sono presenti molte attrazioni come la fortezza e il sottomarino della seconda guerra mondiale, ora trasformato in attrazione turistica. Al nostro arrivo non troviamo orde di turisti, c'è un vento freddo e un'aria di pioggia che si sta inesorabilmente preparando a cadere. Camminando lungo le strade ghiaiose e ciottolate circondate da mura, sbuchiamo in un campo da calcio vuoto con tanto di pallone dove ci divertiamo a suon di improbabili tiri liberi, ma dopo poco ci stanchiamo ed iniziamo la visita vera e propria. A poca distanza infatti c'è il museo principale dell'isolotto, dedicato alla fortezza. Una volta scoperto però che pagando una cospicua cifra per entrare avremmo solo visto un video che illustra tutta la storia dell'isola, optiamo per visitarla di nostra iniziativa. Lungo le stradine ciottolate si respira l'atmosfera delle guerre del Settecento, quando la Svezia, onde evitare di subire l'ondata dell'espansionismo russo, mise in mezzo la Finlandia a fare da tappo, fortificando pesantemente l'isola. I bastioni sono ormai ricoperti in gran parte d'erba, che la ripara quasi completamente dagli sguardi provenienti dal cielo, rendendo la fortezza quasi indistinguibile dalla vegetazione. In centro svetta fiera ed altissima la bandiera finlandese, come a simboleggiare l'eterna indipendenza rivendicata da questo piccolo e coraggioso Stato.

Il sottomarino
L'attrazione più interessante che vediamo a Suomenlinna è però il vecchio sottomarino, l'unico rimasto della flotta finlandese dai tempi della guerra. Esternamente è verniciato di rosso e bianco, un po' sbiadito dai suoi anni di servizio sott'acqua. E' completamente emerso ed incastrato in modo apparentemente precario su degli scogli costieri, che reggono in pochi punti quasi tutto il suo peso. Con due euro ci guadagniamo una visita in questo minuscolo ambiente vitale che ai tempi scendeva chilometri sott'acqua, tra la paura dei marinai che potevano da un momento all'altro vedere quell'angusto barattolo di lamiera riempirsi d'acqua e fiamme dopo una silurata. L'interno è stupefacente: la poca luce artificiale non permette di vedere nel dettaglio tutti i particolari, ma ciò che si vede è già sufficiente per capire di trovarsi in un miracolo di ingegneria. Ogni centimetro quadrato di parete è percorso da tubi di acciaio e manometri pressori che si intersecano in un labirinto intricatissimo. Il passaggio centrale è così stretto da far fatica a passarci, nonostante siamo praticamente gli unici visitatori del momento e superiamo di poco i cento chili in due. Un'estremità, che non saprei dire se sia l'anteriore o la posteriore, ospita i vecchi siluri. I marinai non potevano vedere i siluri nemici che puntavano spediti contro il proprio sottomarino: potevano solo sentirne i boati, sperando di essere stati mancati. In caso contrario, sarebbero stati guai grossi. Le cuccette dei marinai, ormai senza materassi né coperte, sono anch'esse terribilmente anguste: non v'è nemmeno lo spazio per girarsi, paiono di una scomodità unica. Ringrazio chi di dovere di non essere nato in quegli anni di insensata e sanguinosa guerra.

Doppio arcobaleno
Usciti con molta difficoltà dal portellone posteriore aperto solo a metà e quasi inamovibile, ci troviamo sotto una pioggia intermittente ed estremamente fastidiosa, peggiorata dal vento che la fa scorrere praticamente di lato. Il battello senza tetto ci riporta indietro verso la terraferma, mentre fortunatamente spunta un accenno di sole. Vediamo durante la traversata alcune isolette di pochissimi metri quadrati con una sola casetta al centro, tutte munite del proprio personale attracco per le barche. Ci fanno sorridere: chi mai vivrà in quel fazzoletto di terra in mezzo al mare, che sembra quasi una di quelle isole microscopiche con l'unica palma da cocco centrale tipicamente associate ai naufraghi da messaggio in bottiglia? Mentre ci immaginiamo le possibili risposte, attracchiamo e ricominciamo i nostri giri, trovandoci di fronte ad un fenomeno eccezionale: un doppio arcobaleno sullo sfondo della chiesa ortodossa: il primo prepotentemente visibile, il secondo tenue ed appena accennato. Entrambi formano un arco sopra le bellissime guglie d'oro. Piove con il sole che splende, è un momento davvero particolare che ancora una volta ci fa sentire fieri di essere lì. Approfittiamo della schiarita per riposarci un po' seduti di fronte al porto: osserviamo attentamente le navi attraccate con i ristoranti all'aperto sui ponti, le grosse gomene tutte avvolte attorno alle bitte per evitare che i battelli scappino via sospinti dalla continua brezza, e in lontananza le enormi navi da crociera, mosse dalle loro centinaia di resistenti motori diesel che le sospingeranno lungo i mari per giorni interi. Recuperate sufficientemente le forze dopo la stancante giornata, ripassiamo nella piazza del Senato per raggiungere la stazione centrale, intercettando un'esibizione di canto con centinaia di persone in piedi sulle scale, ognuna col suo leggìo. Dopo averle ascoltate per un po', insieme a tutti i turisti che affollano la piazza e si sono fermati come noi per assistere allo spettacolo, riprendiamo la via dell'albergo, dove troviamo un'altra sorpresa: i nostri vestiti, lasciati stropicciati e ammassati irregolarmente sui letti anch'essi sfatti, sono ora perfettamente stirati e piegati sui letti di nuovo perfettamente lindi e dalle lenzuola assolutamente prive della più piccola grinza. Un servizio decisamente diverso a quello a cui siamo abituati da qualche settimana, e che rischia di viziarci un po' troppo! Un bel bagno nella spaziosa vasca per eliminare tutta la sporcizia e la stanchezza residua, e poi subito tra le braccia di Morfeo, preparandoci all'ultimo giorno da passare nella capitale.

Animali
Questa volta la sveglia suona un po' più tardi, non avendo scadenze precise da rispettare la mattina, così possiamo dormire un po' più del solito. I dolori al rachide dovuti all'eccessiva morbidezza dei materassi sono ancora presenti, lievemente attenuati. Liberi dai tormenti alcolici, possiamo finalmente permetterci una pantagruelica colazione, in cui torniamo a riempire il piatto più e più volte con qualsiasi cibaria presente sui tavoli. Il caffè viene erogato dalle macchinette in quantità esagerata per come siamo abituati a casa nostra: qui la porzione per una persona è l'equivalente di una moka da tre! Ne butto via gran parte per poterlo diluire, con la cameriera che si stupisce del mio gesto: sembra che non riesca a credere che si possa buttare via del caffè, ma mi lascia fare senza obiettare. Una volta rimpinzati così tanto da far fatica ad alzarsi dalla sedia, barcolliamo lentamente verso la camera per recuperare tutto il necessario per la giornata. Questa mattinata la passeremo allo zoo su un'altra isoletta vicina a Suomenlinna. Un legnoso battello percorre in poco più di un quarto d'ora il tratto di mare che ci separa dagli animali. Il controllore vende i biglietti direttamente sul traghetto, di vario colore a seconda della fascia di età, comprendenti traversata e ingresso. Il mare è discretamente calmo, la giornata soleggiata, promette molto bene.
Un timido scoiattolo che corre qua e là velocissimo in preda all'agitazione ci dà il benvenuto sulla stradina che conduce alle gabbie dei grandi felini. Il leone è in siesta pomeridiana, così come la tigre, che a malapena apre gli occhi sentendoci arrivare, ancora pesantemente assonnata. I ghepardi sono un po' più attivi ma si muovono in modo artefatto, ripetendo gli stessi movimenti ossessivamente, probabilmente molto sofferenti per la loro condizione di prigionia. Un simpatico gatto selvatico sta dormendo appollaiato in cima ad un albero, con l'espressione beata che hanno tutti i gatti durante il sonno. Ce n'è per tutti i gusti: le alci con le loro ramificate corna, i cammelli dal morso e dallo sputo facile, le povere gazzelle costrette in poche decine di metri quadri di spazio, dove non possono certamente correre alla velocità di cui sono capaci nella savana. I canguri con le loro zampette anteriori così corte che usano solo per raccogliere il cibo, e la loro buffa andatura saltellante. Gli emù, grossi uccelli molto simili agli struzzi ma dal piumaggio molto più scuro, che ci guardano con un'espressione bellicosa. I vanitosi pavoni, in stato di sorprendente semilibertà, che davanti a noi non si degnano di mostrare la variopinta ruota, riservata unicamente ad impressionare gli esemplari femminili. Gli scortesi lama, notoriamente di carattere difficile, che scappano non appena ci vedono arrivare. Gli enormi bisonti, dal peso che può raggiungere la tonnellata, intenti a masticare tranquillamente la loro paglia. Particolarmente divertente il branco di babbuini dal sedere rosso e prominente, estremamente agili nell'arrampicarsi su qualsiasi appiglio trovino. Il loro urlo è lancinante e stridente, a volte iniziano tutti insieme a gridare senza alcun apparente motivo, fracassandoci i timpani. Uno degli animali si porta dietro un pezzo di legno per minuti e minuti credendo di aver trovato un tesoro, per poi lanciarlo a terra spezzandolo. Rimaniamo a guardarli per diverso tempo, fino a quando la porticina metallica si apre permettendo ai babbuini di entrare nella giungla artificiale, dove amano darsi la caccia gridando come ossessi e rotolando sulle reti appositamente studiate per le loro acrobazie. All'interno degli edifici, in grosse gabbie di vetro, troviamo gli animali amazzonici ed africani: gli orribili scarabei ammassati a centinaia, grossi come una noce se non di più, che farebbero scappare terrorizzato anche il più coraggioso degli esploratori. I serpenti boa, in grado di stritolare un uomo in pochi secondi, ma fortunatamente inoffensivi e anche piuttosto pigri dietro i vetri. Poi una serie innumerevole di animali marini, ragni, crostacei ed echinodermi, ma purtroppo non c'è più tempo e dobbiamo scappare a prendere il traghetto per il ritorno.

La nave
Un plotone di fotografi, che ci salutano mostrando tutti e trentadue i denti in un sorriso radioso, ci invitano a farci fotografare poco prima di salire.
Impossibile rifiutare, dato che hanno messo le macchine fotografiche in posizione strategica; probabilmente tutto ciò serve ad avere un qualcosa di identificativo nel caso qualcuno si perda o abbia dei problemi di qualche genere. Due pagliacci ed un trampoliere vestiti nei modi più strani ci accolgono calorosamente, e finalmente riusciamo ad accedere al settimo piano, quello dell'imbarco. Subito ci guardiamo intorno increduli di ciò che vediamo da ogni lato: centri commerciali mastodontici, l'insegna di un casinò in fondo al corridoio, degli ascensori con la parete trasparente in cui vediamo le persone salire e scendere da ogni dove. Per la gioia degli amanti del gioco d'azzardo, c'è una quantità smisurata di videopoker e macchinette ripiene di monetine in bilico sul bordo magnetizzato e protetto dall' Intelligent Crash, che cadranno solamente quando verranno spinte da sufficienti altre monete inserite una dopo l'altra da chi pensa di essere abbastanza abile e fortunato. Un ottimo modo per perdere i propri soldi! Mentre camminiamo, un mimo vestito di bianco e nero luccicante e con la faccia pittata degli stessi colori intercetta la camminata di Davide, piazzandosi dietro di lui e seguendo ogni suo movimento, in modo insistente e piuttosto irritante. Il nostro eroe per un po' fa finta di niente sperando che il buffo personaggio molli la presa, ma non sembra proprio che se ne voglia andare.finchè riesce a liberarsene simulando un impatto contro una ringhiera e piegandosi in due, da cui il mimo per seguire quella posizione creerebbe situazioni imbarazzanti! Congratulandosi per la trovata, l'amico IT finalmente lo lascia in pace e va ad importunare qualcun altro. La nostra cabina è al quinto piano, il più basso a cui si trovino le cuccette: si trova in fondo ad un dedalo inestricabile di corridoi tutti uguali in cui si rischia seriamente di perdersi, ma almeno le indicazioni sono chiare e la troviamo velocemente. E' un buco claustrofobico, ovviamente senza finestre, con due letti a castello e pochissimo spazio vitale, ma ci accontentiamo volentieri. Sempre meglio che dover dormire sul ponte come avremmo dovuto fare se avessimo scelto l'altra compagnia, tralaltro pagando addirittura di più.
Un australiano dai spiccati lineamenti orientali entra con noi, rivelando di essere il nostro compagno di stanza: è molto discreto e non dà mai fastidio, così come noi non ne diamo a lui. Non vogliamo rimanere troppo a lungo in quel container claustrofobico, la nave è troppo grande e piena di sorprese per non essere esplorata da cima a fondo. Il settimo piano è dotato di ogni comodità possibile e immaginabile: c'è perfino un negozio "tax free" in cui non si paga l'IVA sui prodotti, istituito apposta per i turisti. Sugli scaffali troviamo delle bottiglie di vodka da due litri fatte pagare come quelle da 70 centilitri, pacchetti di caramelle come minimo da mezzo chilo l'uno, fino a dei terrificanti chupa chups giganti da 180 grammi, praticamente delle clave. Sembra la fiera dell'esagerazione, praticamente non esistono confezioni medie o piccole, solo enormi. Le sorprese non finiscono qui: sulla nave ci sono anche uffici di cambio soldi, negozi di vestiti d'alta moda, ristoranti costosissimi. Sembra di essere finiti su una crociera di lusso. Ad un certo punto delle nostre peregrinazioni notiamo una bacheca sulla quale sono appese tutte le foto che ci sono state fatte alla partenza: troviamo anche le nostre! Le preleviamo subito senza chiederci se siano a pagamento o meno, vedendo che così fan tutti. Il piatto forte però arriva soltanto alla sera: non possiamo certo perderci una serata al casinò che campeggia in bella vista in fondo al corridoio con la sua grossa insegna luccicante.

Gioco d'azzardo
Il notevole fascino del gioco d'azzardo fa sì che sia molto difficile smettere di giocare una volta iniziato: di venti centesimi in venti centesimi, alla coloratissima macchinetta del videopoker, ci promettiamo ogni volta un tetto massimo di spesa oltre il quale non andare. Tale tetto viene però ridefinito continuamente, schiacciato dall'eccitazione e dalla voglia di rischiare di più. Ci rendiamo conto di quanto sia pericoloso lasciarsi tentare da questo tipo di giochi, se già con pochi centesimi di euro è difficile darsi un freno. Avendo conosciuto personalmente gente che si è rovinata col gioco d'azzardo, l'effetto che mi fa è ancora più forte. Dall'altra parte della sala, due croupier stanno decidendo le sorti di accaniti giocatori, in gran parte giapponesi, al black jack e alla roulette. Le loro dita sciolte manipolano abilmente le carte distribuite una alla volta e lentamente scoperte sotto gli occhi ansiosi di chi ha puntato. I soldi giocati vengono fatti sparire, talvolta per sempre, inghiottiti in apposite buche nel tavolo verde. La pallina lanciata senza sbavature in direzione contraria al senso di rotazione della roulette decreterà presto se i portafogli dei giocatori si alleggeriranno o appesantiranno a fine serata, in un tiro della sorte completamente imprevedibile e per questo estremamente tentatore. Banconote da dieci, venti, cinquanta euro passano continuamente sotto il nostro naso fin nelle mani dei croupier, dall'espressione di ghiaccio e completamente indifferente a tutto quel movimento di soldi e a quella febbre del gioco. È affascinante guardare queste scene di tensione silente, che talvolta esplode in contenuti gesti di stizza e di rammarico per le centinaia di euro appena buttate via, e talvolta scatena gioiosi abbracci per le cospicue vincite ottenute. Nessuno purtroppo sta giocando al poker con le vere carte, spettacolo a cui assisteremmo molto volentieri, da cui torniamo ad aggirarci nei dintorni delle macchinette in cerca d'avventura. Un videopoker vuoto da qualche minuto attira la nostra attenzione: ha un bottone rosso lucente, che normalmente è spento. Schiacciamo il pulsante, solo per curiosità, e magicamente scendono cinque monete da un euro. Ci guardiamo increduli: com'è possibile che le abbiano lasciate lì? Le prendiamo mettendole in tasca senza dare nell'occhio e passiamo alla macchinetta successiva, anche lei col pulsante di ritorno del credito stranamente illuminato: altri tre euro guadagnati senza sforzo. Da quel momento in poi non facciamo altro che aggirarci come avvoltoi tra le slot machine, cercando qualche monetina dimenticata da poter puntare. Approfittiamo di quell'insperata vincita per giocarcene una parte, stabilendo però un tetto massimo invalicabile da non superare per nessun motivo, stavolta rispettato. A volte puntando venti centesimi, altre volte quaranta, si perdono un po' di soldi e poi se ne riguadagnano il triplo, per poi perderne il quadruplo. Un andatura altalenante che ogni volta che sembra stia per finire in realtà ricomincia in modo del tutto inaspettato, vincendo cinque volte tanto dopo che l'ultima monetina utile è stata puntata. Come prevedibile, in finale perdiamo tutto quello che abbiamo deciso di puntare, ma riusciamo ancora a recuperare altri due o tre euro, lasciati direttamente nel piatto metallico sotto le macchine da qualche distratto utente che si è dimenticato di riprendersi i suoi spiccioli.
La mezzanotte è ormai passata da un po' e si vedono le prime scene di palese ubriachezza: un finlandese piuttosto pingue, con i capelli biondi a spazzola, sta dormendo beatamente a sghimbescio sulla sua sedia, con il bicchiere di Bailey's ancora pieno fino all'orlo. Il suo compagno sta tentando inutilmente di svegliarlo battendo sempre più forte col bicchiere sul tavolo, senza però darsi troppa pena per il fallimento della missione. Il ragazzone viene poi svegliato in qualche modo da altri finlandesi che scuotendolo e incitandolo riescono perlomeno a farlo rimettere seduto dritto, ma non vorrei essere tra quelli che poi tenteranno di farlo alzare. Altri individui poco raccomandabili cominciano ad aggirarsi nei dintorni, da cui vista anche l'ora tarda decidiamo di uscire dal casinò e tornarcene in cuccetta. All'entrata dei nostri corridoi vediamo un altro finlandese collassato sul fondo delle scale, completamente ubriaco, poi un altro in piedi con la faccia rossa come un peperone e l'espressione stranita che ci fissa dall'imboccatura del nostro corridoio. Prudentemente deviamo per la strada più lunga, per evitare di passargli davanti. Riusciamo a raggiungere la nostra camera senza essere aggrediti da ubriachi vaganti, la banda magnetica fa un po' di bizze prima di consentirci di entrare, ma alla fine pulendola bene con i fazzoletti la tessera fa il suo dovere e siamo finalmente al sicuro.

Stoccolma
E' impossibile capire che ore siano, se non uscendo dalla cabina o avendo sottomano un orologio: la totale assenza di finestre è un po' fuorviante, potrebbero tranquillamente essere le quattro di mattina come le due di pomeriggio e non ce ne accorgeremmo ugualmente. In piena notte mi sveglio sentendo degli strani rumori: tendo l'orecchio per capire cosa siano quegli scricchiolii e quei suoni di paratie che paiono aprirsi e chiudersi come per una sosta in cui caricare o scaricare qualcosa. Effettivamente, la nave sembra essersi fermata. Apprendo solo ora di questo scalo notturno alle isole Åland, poste a metà tra Helsinki e Stoccolma. Guardo l'orologio: sono più o meno le tre. Mi riaddormento subito dopo, senza più preoccuparmi dei rumori della nave. Alle otto ci svegliamo tutti e due con la sveglia che suona insistentemente, e presto ci leviamo dalle piccole ma comode brande per fare una veloce colazione prima di scendere dalla nave, che di lì a poco sarà a destinazione. Una volta mandati giù i soliti due biscotti e tre sorsi di succo, facciamo un'altra veloce ispezione nella zona del casinò, sperando che sia ancora aperto per raccogliere i frutti di un'intera notte di gente che ha lasciato monetine nei videopoker. Come immaginato, è tutto chiuso. Nelle macchinette sul largo corridoio centrale però rinveniamo ancora qualche centesimo, subito giocato e logicamente subito perso, prima di veder campeggiare la scritta "Fuori servizio", annunciata da un rumore tremendo della macchinetta stessa che mi fa sobbalzare. Probabilmente si sono dimenticati di spegnerla la sera prima, dato che è l'unica funzionante. Soddisfatti di quest'ultimo raid mattutino, recuperiamo tutti i bagagli e ci apprestiamo a seguire la marea di gente che si sta ammassando alle uscite, tutti in attesa di visitare questa città così famosa e lungamente descritta come una splendida capitale. Il nostro compagno di stanza ci saluta augurandoci buona fortuna, ricambiamo e lo vediamo sparire lungo un'anonima rampa di scale.
Prima di potercene rendere conto la nave ha già attraccato al porto di Stoccolma: siamo tornati in Svezia. Ripercorriamo velocemente i corridoi sospesi per raggiungere la metrò, la famosa Tunnelsbana, molto decorata e ricca di vetrine con esposizioni artistiche, praticamente un misto tra una metropolitana ed un museo! Il tunnel però non ci esalta, in quanto l'arrivo è piuttosto caotico e stressante: la città e in particolare la metrò sono affollatissime, fa abbastanza caldo e intercettiamo continuamente passeggini che ci sbarrano la strada e ci rallentano pesantemente incastrandosi dappertutto, specialmente ai girellini della metropolitana. Chiedendoci come sia possibile che tutta questa gente abbia così tanti figli piccoli e se li porti sempre in giro, prendiamo il primo treno diretto alla zona del centro storico, famosa per la sua densità di edifici antichi e dall'indiscutibile fascino. L'isoletta di Gamla Stan, il vero nucleo centrale della città risalente al Medioevo, è colma di edifici sontuosi come la chiesa mortuaria di Riddarholmen, la cui svettante ed appuntita guglia di ferro tocca la ragguardevole altezza di novanta metri. Lastricata internamente di pietre tombali che ospitano i resti di tutti i re svedesi fino all'epoca contemporanea e con stampigliati sulle pareti tutti gli stemmi e trofei dei cavalieri dell'ordine dei Serafini, dà proprio l'idea di un luogo di eterno riposo. Poi viene la monolitica Residenza Reale, l'edificio più importante e rappresentativo di Stoccolma. È la vecchia abitazione dei re, che però vediamo solo dall'esterno, giallognola e squadrata. La città ha alle spalle una grande storia, e questo quartiere ne è la dimostrazione. Una carrozza trainata da cavalli che sta passando proprio in quel momento in mezzo alla piazza contribuisce ad aumentare l'aria di medioevo che aleggia densa attorno a noi.
Ammirati da questo quartiere così particolare, proseguiamo la nostra visita verso il gigantesco municipio, con un'alta torre che domina il mare appena adiacente. Riusciamo a salire in cima dopo un'ora intera di coda: si può entrare solo in pochissimi alla volta. Il panorama visibile dalla cima comprende tutta la città, la più grande e famosa tra le capitali nordiche, peccato solo che il tempo non sia esattamente soleggiato. Ci aspetta poi la visita all'enorme Palazzo Reale, dove dei soldati vestiti di verdognolo con gli stivali bianchi stanno pronunciando ordini in lingua incomprensibile, comandando il cambio della guardia e marciando a passo sicuro mentre nutrite schiere di turisti osservano curiose. L'ingresso dei quattro musei lì ospitati è presieduto da una guardia solitaria, armata di fucile a baionetta, che ha l'ordine di non muoversi nè parlare. Nonostante ciò un turista sta intavolando con lui una specie di conversazione, nella quale però le proporzioni sono fortemente sbilanciate: la guardia si limita a rispondere con qualche parola seccata, trasgredendo agli ordini per la disperazione, mentre il curioso e logorroico importuno non accenna proprio a smettere di fare domande. Deve essere già particolarmente noioso stare ore e ore in piedi senza potersi muovere, in balia di qualsiasi condizione atmosferica e senza nemmeno poter andare al bagno.se poi si aggiungono anche le seccature dovute ai turisti è davvero il colmo!
L'interno del palazzo è magnifico: le stanze sono enormi, spaziose, riccamente decorate con ogni genere di affresco e statue bronzee incastonate negli spigoli delle pareti, che sembrano tenersi con le mani alle due travi d'angolo. Ve ne sono quattro a formare un cerchio che abbraccia tutta la stanza. Tanta ricchezza è impressionante, tutto questo sfavillare d'oro quasi abbaglia la vista. Nei sotterranei possiamo invece ammirare delle corone e spade tempestate di diamanti e pietre preziose in ogni centimetro quadrato, oggetti straordinari dall'altissimo pregio che osserviamo senza pronunciare parola. Finita la visita ai ricchissimi musei, è tempo di visitare altri gioielli, come la cattedrale di Storkyrkan. I suoi colonnati sono in mattone rosso a strisce biancastre che sorreggono le tre lunghe navate, mentre spicca il maestoso altare argentato con la consueta e splendida vetrata colorata circolare sulla cima. Perla finale è la complessa e finemente rifinita statua rappresentante la lotta tra San Giorgio e il drago, terminatasi con la sconfitta di quest'ultimo secondo la leggenda raccontata dai tempi delle Crociate. Finisce qui la prima parte della scorpacciata di storia e cultura locale che troviamo in questa affascinante città, per occuparci di cose più banali, come cercare un posto dove poter mettere qualcosa sotto i denti senza essere sorpresi dalla pioggia che continua beffardamente ad andare e venire. A complicare le cose ci si mette anche il vento freddo che spira dal mare, portando più nuvole invece di spazzar via quelle presenti. L'unico posto tranquillo e riparato che ci viene in mente per mangiare in santa pace è la stazione centrale dei treni, non avendo ancora un ostello disponibile. Per poterci riposare dovremo infatti aspettare la sera, cambiare un treno ed un bus per raggiungere una zona molto fuori Stoccolma, dove si trova il nostro ostello. Sempre sperando che il codice elettronico comunicatoci per telefono dal gestore sia funzionante e ci permetta davvero di entrare, poiché essendo il fine settimana non ci sarà nessuno ad accoglierci e dovremo fidarci unicamente di quelle quattro cifre. Accantonata temporaneamente la preoccupazione e riempito lo stomaco, ripartiamo per una visita nelle vie del centro, in particolare nel lunghissimo viale dei negozi, dove se ne vedono davvero di tutti i colori: prima tappa è il negozio di articoli rock e metal che subito puntiamo e setacciamo da cima a fondo con estremo interesse per trovare qualcosa di memorabile da portarci a casa, ma usciamo senza comprare nulla, un po' scoraggiati dai prezzi alti. Anche una puntatina al negozio di souvenir ci può stare, nell'insieme. Snobbiamo tranquillamente invece i numerosissimi negozi di vestiti ed i ristoranti tipici italiani, visti i loro prezzi astronomici. Non vogliamo certo spendere chissà quanti soldi per mangiare una banale pizza che tra pochi giorni potremo gustare di nuovo a metà prezzo in terra d'origine. Per quanto riguarda il vestire, i pantaloni che abbiamo indosso ormai da venti giorni sono più che sufficienti.
Le strette viuzze centrali, con qualche guglia che spunta all'improvviso altissima da dietro un caseggiato che fino a poco prima ne ha nascosto la vista, sono un piacere da percorrere, nonostante la stanchezza delle gambe. Ci concediamo un altro momento di riposo sui gradini di una statua nella piazza adiacente al golfo, dove dall'altro lato è ormeggiato l'Af Chapman, il vecchio vascello a vela ormai trasformato in ostello. Non sarà il nostro: avremmo dovuto prenotare come minimo due settimane prima per trovare posto! Proseguendo troviamo un concerto rock, che sembra fare concorrenza all'Opera che ha traslocato sotto un tendone a poche centinaia di metri, suonando il "Và pensiero". Perfino in Svezia sentiamo cantare italiano! Il direttore d'orchestra si affanna con la sua bacchetta, piegandosi e facendola volteggiare qua e là senza sosta, mentre i musicisti, visibilmente concentratissimi, eseguono i loro pezzi in modo magistrale. Applausi scroscianti.

Tumba
Finito il coro, proviamo a buttarci in un'altra strada, decisamente affollata: un concerto di dimensioni enormemente più grandi si sta preparando, non sappiamo chi dovrà suonare ma dall'aspetto dei milioni di ragazzini che si sono riversati in strada possiamo capire che sarà qualche plastificato idolo del pop, che non ci attira per niente. Spintonando e sbuffando riusciamo a liberarci dalla calca nella quale imprudentemente ci siamo addentrati, e una volta faticosamente liberi constatiamo che è tardi e ormai i musei sono tutti chiusi. Si sta facendo sera, siamo stanchi e dobbiamo pensare a come raggiungere i nostri giacigli per la notte: meglio muoversi, dovendo fare non poca strada. Alla stazione centrale non viene accettato il biglietto interrail per la tratta fino a Tumba, dove si trova il nostro alloggio. Mi pare strano che non conoscano il biglietto, non saremo certo i primi che vedono muniti di interrail, forse non hanno ancora aderito all'iniziativa, o forse più banalmente stanno tentando di fregarci. Vorremmo protestare ma non abbiamo molta scelta, dobbiamo fare i biglietti velocemente perchè tra pochi minuti il treno partirà senza di noi. Da cui paghiamo la salata tariffa senza obiettare.
Tumba è un altro paese un po' come Luleå, sperduto nella campagna svedese, e ancora una volta non conosciamo nulla di esso, se non poche informazioni confuse dateci per telefono dagli ostellanti. Venti minuti di treno, col rosso tramonto visibile dai finestrini di sinistra, ci portano al primo cambio di mezzo. Appena scesi possiamo subito vedere l'autobus numero 708 che sta facendo il giro della piazza per posizionarsi sul suo spazio, pronto a caricare i passeggeri: è uno di quelli che possiamo prendere per arrivare in zona ostello. Un'altra corsa forsennata per arrivare giù in tempo, solo per sentirci rispondere dal nero autista, per giunta in italiano: "Qui non si fanno biglietti". Scornati e maledicenti quell'autista così impietoso, anche se non è colpa sua se non possiamo salire subito, ritorniamo sul sovrappassaggio per cercare un punto che venda biglietti dei bus. Si comprano nello stesso punto da cui siamo passati uscendo: anche qui l'interrail non ha alcun effetto per ridurci le tariffe, e dobbiamo pagare l'esorbitante cifra di diciotto euro per un tragitto di pullman della durata sì e no di un quarto d'ora.
Decisamente arrabbiati per la fregatura presa, dato che con tutti quei soldi spesi per niente avremmo potuto dormire in un albergo per giunta in pieno centro, scendiamo con passo svelto per aspettare l'autobus. Speriamo che come minimo quel biglietto valga anche per il ritorno, dato che è stampato su entrambi i lati. L'autista che arriva venti minuti dopo è molto più gentile e disponibile, timbra il biglietto in corrispondenza del secondo riquadro (su sedici totali, ma noi non abbiamo assolutamente chiesto un abbonamento!), e ci rassicura di essere sull'autobus giusto. La nostra fermata è in un posto che definire isolato è un eufemismo: dobbiamo scendere in una rientranza di un lunghissimo stradone, con alberi e campagne ad entrambi i lati e pochissimo altro, se non fosse per un enorme cartello che segnala un ostello della gioventù sulla sinistra. Il simbolo della casetta e dell'abete è inequivocabile. L'autista ci dà addirittura indicazioni su come arrivare, ci profundiamo in ringraziamenti e ci mettiamo in cammino, ancora imprecando per la situazione in cui ci siamo andati a cacciare. Di nuovo ci viene il dubbio: e se per caso il codice, datoci sottoforma di indovinello calcistico dalla simpatica ragazza che aveva preso la nostra telefonata, non fosse valido per entrare? Meglio non pensarci. Davide indovina subito il punto in cui tagliare a sinistra, e di lì a poco scopriamo che l'ostello è parte di un camping molto ben organizzato e composto da decine di edifici, tra cui ristoranti, parchi di divertimenti e chissà cos'altro che non possiamo vedere bene data l'ora tarda. Seguendo le indicazioni arriviamo ad una costruzione un po' dismessa, ma tutto sommato di aspetto invitante, con la fatidica tastiera sullo stipite della porta per digitare il codice. Primo numero valido, secondo e terzo validi, con un leggero batticuore...quarto numero valido. La serratura lampeggia di verde e possiamo entrare. Appesa nell'anticamera notiamo subito una busta con scritto un sorprendente "Welcome!" seguito dal mio nome. Tale busta contiene le chiavi della camera e le istruzioni su come pagare, lasciando il mio numero di carta di credito, che verrà registrato e utilizzato lunedì, quando riaprirà la reception. In quale altro Paese si fiderebbero a fare una cosa del genere? Chiunque potrebbe tranquillamente lasciare fin dall'inizio un numero di telefono falso, dormire abusivamente ed andarsene senza pagare! Ma evidentemente qui non è consuetudine.
La camera è riservata per noi, ben riscaldata e pulita, il che ci ripaga in piccola parte della scarpinata e dell'esorbitante costo del biglietto che ancora non sappiamo se servirà anche per il ritorno. Ci incoraggia il pensiero che probabilmente non lo dovremo rifare, non esistendo quasi certamente nulla nelle vicinanze in cui si vendano biglietti. Una veloce ottimizzazione dei bagagli e del cibo per potersene andare quanto più velocemente possibile la mattina seguente, poi ci infiliamo sotto le coperte. Io da incosciente mi copro solo col lenzuolo trascurando il piumone, convinto che faccia già abbastanza caldo: grave errore di cui pagherò le conseguenze, svegliandomi l'indomani con un incipit di raffreddore.

Ostello galleggiante
I terribili biscotti alla menta e cioccolato comprati il giorno prima volano ancora incartati tra i rifiuti dopo pochissimi morsi, sono immangiabili. Ce ne andiamo curandoci di non lasciare nulla: per nessuna ragione al mondo vogliamo tornare in questo posto. Gli autobus, come abbiamo avuto modo di vedere la sera prima, passano molto spesso anche la domenica, per cui non ci preoccupiamo troppo degli orari. Ad aspettare il bus, su quella fermata in mezzo al niente, siamo solo noi due, infastiditi da un vento forte e continuo, e dall'attesa che comincia a farsi lunga. Abbiamo pensato anche a come cavarcela nel caso in cui il nostro biglietto venisse rifiutato: la prima tattica è fare gli gnorri, fingendo di aver ricevuto informazioni sbagliate sulla sua validità, per poi tentare di impietosire l'autista, al limite sfoderando l'improbabile arma segreta: il misconosciuto biglietto interrail. Per fortuna non è necessario niente di tutto ciò: l'autista timbra il quarto spazio, lasciando il terzo inspiegabilmente vuoto così come quello della scorsa sera ha lasciato vuoto il primo, e ci lascia salire senza dire una parola. In tutto, la bellezza di ventotto euro solo per il trasporto. Un furto.
Ora è tempo del trasferimento bagagli al nuovo ostello, stavolta non lontanissimo dal centro della città: dopo una fermata di metrò arriviamo nella via in cui dovrebbe essere, ma il suo numero civico non esiste. Un cartello lo indica sulla destra, dove non c'è assolutamente nulla: si vedono solo una vaga rimessa per auto e l'entrata di un parcheggio coperto. Piove, fa freddo e ci stiamo irritando notevolmente per queste informazioni così fuorvianti. Dopo aver girato in lungo e in largo cercando questa fantomatica via, al colmo della frustrazione, chiediamo aiuto ad un ragazzo che sta passando: dove diavolo è questo Red Boat House? Risposta: esattamente dalla parte opposta che pensiamo! Non abbiamo idea di che posto sia, dal nome possiamo intuire che abbia a che fare con le barche, e una volta raggiunto scopriamo che è proprio una barca! Un vecchio battello da pesca abbastanza grazioso, con la cassaforte dei bagagli in legno situata appena davanti al ponte di collegamento. Sul tetto di questa buffa rimessa cresce un bel tappetino erboso. L'ostello non sarà certo l'Af Chapman, ma è comunque una nave, quindi una cosa nuova! Solo questo salva l'ostello dalla nomina di uno tra i peggiori visitati: apparentemente carino fuori, ma dentro decisamente disagevole. Le scale per scendere al piano inferiore, dove si trova la camera a noi assegnata, sono ripidissime, strette e pericolosamente scricchiolanti. C'è un unico orinatoio per tutta la nave, munito di lavandino, mentre l'altrettanto unica tazza, in un altro bugigattolo, ne è invece priva. Che senso ha non metterlo proprio dove ce n'è più bisogno? Sorvoliamo su questo dettaglio e parliamo delle docce, praticamente aperte. L'unico barlume di privacy è dato dalla tenda che si può tirare, ma non esiste porta: di conseguenza, praticamente nessuno nell'ostello fa la doccia, tantomeno noi. La camera è l'apoteosi: due letti a castello in uno spazio che definire claustrofobico è un complimento, chi dorme sopra non ha nemmeno una scaletta per arrampicarsi ma solo un vago gradino completamente liscio ed inclinato a 45° che risulta completamente inutile. Oltretutto, una volta arrivato in cima lo sventurato può a malapena girarsi nel letto: lo spazio tra materasso e soffitto è così ridotto che scendere diventa un problema, non potendo gettare il peso in avanti. Per non parlare di quando l'occupante del medesimo letto tenta di sollevare il busto: può farlo al massimo per una ventina di centimetri prima di battere il capo sull'irregolare soffitto, intonacato in modo a dir poco grezzo. Gli oblò sono microscopici, tenuti costantemente chiusi dalla coppia di francesi che alloggia con noi: così facendo viene completamente azzerato il ricircolo d'aria e peggiora notevolmente la situazione delle mie cavità nasali, che tra non molto presenteranno il loro conto da pagare.

I musei
Sistemati gli zainoni negli unici vani in cui riescono a passare, ce ne andiamo preparandoci ad una intensa e mentalmente faticosa giornata di visite culturali: abbiamo ben tre musei da visitare. Il National Museum, un altro di arte moderna e, dulcis in fundo, il famoso museo del vascello denominato Vasa Museum. Il primo è il più classico, dedicato a quadri ed oggetti di uso comune dal primo Novecento agli anni Settanta, incluse delle macchine da scrivere che mi fanno venire una gran voglia di usarle come facevo molti anni fa per stendere i miei primi timidi pensieri da bambino decenne. Notevoli anche gli splendidi orologi intarsiati con metalli preziosi di ogni forma e colore, una delizia per gli occhi. Il secondo museo è un insieme di arte astratta e bizzarra, ma che lascia intravedere significati nascosti molto profondi, in particolare di un'opera che mi colpisce moltissimo: un insieme di centinaia di foto di persone comuni, prese dalla strada, appese sul muro a formare un collage. Sotto tutte queste fotografie, campeggiano altrettanti fogli di carta con stampata la descrizione di ognuna: c'è la persona che ha appena perso l'aereo pagato profumatamente perchè le indicazioni del centro turistico erano sbagliate, l'ex alcolista affidato agli assistenti sociali che ogni mattina passano a recapitare la busta con il cibo senza suonare il campanello perchè hanno paura di lui, l'uomo a cui hanno appena tolto il rene sbagliato, la donna che ha appena perso il figlio in un incidente stradale, lo studente a cui è stata rifiutata la tesi preparata in due faticosi anni, la ragazza che ha scoperto solo dopo sposata di essere sterile, e così via per centinaia di pietose situazioni tutte apparentemente slegate tra loro, ma con un denominatore comune: l'impietosa varietà delle sofferenze che si possono provare e soprattutto l'incomunicabilità della condizione umana, dove ognuno è abbandonato a se stesso senza che il resto del mondo si curi di lui. Ognuno deve portarsi il suo fardello in silenzio senza poter contare sull'altrui comprensione, che non arriverà mai ad essere totale.

Il vascello
Il terzo ed ultimo museo contiene un'enorme vascello del diciassettesimo secolo ancora quasi completamente intatto, lungo almeno settanta metri. C'è da rimanere senza fiato ad osservare le sue statue di legno incastonate a poppa, le reti su cui i marinai si arrampicavano per arrivare in cima all'albero maestro a fare da vedette, i paurosi fori quadrati sulle fiancate da cui i marinai nemici si vedevano spuntare le bombarde, nel terrore più puro. Ci sono più di dieci piani su cui salire, da ognuno si vede la nave in un' angolazione diversa e sempre più suggestiva, finchè dalla cima si può ammirare l'intero vascello in tutta la sua stupenda grandezza. Come abbiano fatto a trasportare questo mostro e rinchiuderlo dentro quattro mura e un tetto è un vero mistero. Ai lati ci sono tutte le rappresentazioni in miniatura della nave e delle sue stanze, rendono abbastanza bene l'idea ma preferiamo osservare la nave vera e propria. Non ci si può salire sopra per ovvi motivi, ma non è necessario: dall'altro lato si può vedere il ponte a brevissima distanza, e ancora una volta mi sembra di essere in una scena di Capitani Coraggiosi. Come il libro, anche questa splendida nave davanti ai miei occhi riesce a farmi sognare per qualche minuto.

Raffreddore
Le mie elucubrazioni mentali vengono interrotte quando sento un saporaccio in fondo alla gola che so bene essere il preludio di un raffreddore forte. Deve proprio scoppiare adesso, non può ritardare di qualche giorno, accidenti? La sera torniamo a rintanarci prima apposta, per evitare di ammalarmi troppo. Metto in atto appena arrivato in ostello le mie misure preventive sempre molto efficaci per ridurre la potenza del malanno incipiente o già conclamato: bere tantissima acqua per accelerare lo smaltimento delle tossine e stimolare la circolazione nelle zone infiammate, sopportando l'effetto fastidioso che ha sulla gola malata. Evito invece il più possibile gli antinfiammatori come l'aspirina, meno prendo farmaci e meglio è. La cura funziona: il naso inizia a colare un po' meno e mi sento fiducioso di poter stare bene l'indomani. In qualche modo, nonostante il naso chiuso e il continuo fastidio del soffiarselo, riesco a prendere sonno.
In un orario imprecisato attorno alle due di notte mi sveglio col naso completamente chiuso, da non riuscire più a respirare se non con la bocca, e questo fa crollare un po' di miei propositi per il giorno che viene. Rimango un po' seduto per cercare di riaprirmi le narici, con un discreto successo, finchè riesco a riaddormentarmi. Alle sei mi sveglio di nuovo, questa volta definitivamente. Maledico il virus che mi ha ridotto in questo stato, e questa volta sto seduto più a lungo, per evitare di intasarmi nuovamente. Mi accorgo del caldo soffocante che c'è nel nostro angusto ambiente: i due francesi hanno lasciato entrambi gli oblò chiusi, con le tendine tirate che lasciano passare pochissima luce. Vrrei alzarmi per aprirli ma non ho voglia nemmeno di fare quei quattro passi necessari. Posso resistere, inoltre quel calduccio mi fa bene, se non altro il naso non mi cola. Mano a mano che sto seduto, ascoltando il rumore del respiro dei miei compagni di stanza e cercando di aprirmi il naso il più possibile, mi torna un po' di sonno, ma non cedo alla tentazione di sdraiarmi di nuovo: se mi riaddormentassi, all'ora della sveglia alle otto avrei il naso completamente intasato e sarebbe una tortura andare in giro in quelle condizioni. Così rimango seduto e mi immergo nei miei pensieri, che nelle due ore che passano prima che Davide si svegli spaziano davvero dappertutto. Un pensiero è prevalente sugli altri: la vacanza ormai sta finendo, oggi è il nostro ultimo vero giorno di interrail, è stato tutto splendido e denso di emozioni completamente nuove, ma tra poco sarà tempo di tornarsene a casa e riprendere la vita normale, con i suoi pro ed i suoi contro. Perdendomi in questi pensieri il tempo passa molto velocemente: alle otto, come previsto, il mio compare si è svegliato, insultando vivacemente i vicini di letto per l'ambiente asfissiante da loro creato. Abbandoniamo la fornace di caldo e sudore il più velocemente possibile.

Heavy Metal
La pioggerellina lieve ma costante non ci risparmia nemmeno oggi: le speranze di passare almeno l'ultimo giorno di visita con il sole crollano definitivamente, una volta usciti all'aria aperta e dato un occhio al cielo, quasi interamente coperto da nuvoloni larghi e grigiastri. Dopo una veloce colazione sulle scale di pietra vicino alla strada, ci concediamo un rilassato un giro panoramico in una zona sopraelevata della città da cui si vedono benissimo spuntare tutti gli edifici storici. Poco distante si trova la chiesa di Santa Sofia: un grazioso luogo sacro con le panche disposte a semicerchio attorno all'altare, dove assorbiamo un po' di benefico calore ed approfittiamo per meditare ancora un po' sulle nostre odierne sorti.
L'unica cosa che ci rimane da vedere di Stoccolma è il Globen, dall'altra parte della città. Si tratta di un'enorme costruzione sferica, bianca e reticolata, la più grande costruzione a forma di globo del mondo intero. Ospita molti negozi al suo interno (circa centocinquanta!), in un centro commerciale enorme che usiamo solo per mangiare i nostri panini al formaggio spalmabile, individuata per pura fortuna un'unica panchina libera. Nulla di più da vedere: tra tutti quei negozi non ce n'è nemmeno uno di articoli rock o di qualcosa che ci possa stuzzicare la fantasia, da cui ci rimane solamente da ripercorrere il vialone centrale, dove potremo comprarci qualcosa che ci ricorderà per sempre questo viaggio. La scelta cade sulle magliette che raffigurano le effigi delle nostre band metalliche preferite. Una volta individuate quelle giuste, ignorando beatamente il prezzo leggermente elevato, finalmente ci togliamo anche quest'ultima soddisfazione. Curiosando un po' nei vari negozi del viale troviamo in vendita veramente di tutto: è divertente confrontare i prezzi e pensare a quante stupidate siano in vendita per non pochi soldi, come le orribili statuette dei troll delle quali gli scaffali fortunatamente non si svuotano mai dato che non le compra praticamente nessuno. Ormai sufficientemente soddisfatti e stanchi da non voler strafare, ci liberiamo da qualsiasi impegno per quel che resta della giornata, complice anche il mio naso che sta ricominciando a colare violentemente sotto l'effetto del vento e del freddo. Convinco Davide a tornare presto in ostello, non riesco più a controllare le mie secrezioni, mi sento la febbre e sto consumando fazzoletti uno dopo l'altro. Il calduccio mi cura nuovamente, fino a scivolare in un sonno leggero.
L'indomani prendiamo il treno per l'aeroporto di Arlanda, ormai la nostra odissea è finita. Ci rivediamo sul prossimo treno, destinazione ignota.

Daniele


Terza Parte


V i a g g i | K u r d i s t a n | F o t o I t a l i a | P r o v e r b i | R a c c o n t i
C i n e m a & v i a g g i | L i n k s | F i d e n z a & S a l s o | P o e s i e v i a g g i a n t i
B a n c o n o t e | M u r a l e s & G r a f f i t i | L i b r i O n l i n e | P r e s e n t a z i o n e
H O M E P A G E

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ultimo aggiornamento 07/11/2016