H O M E P A G E

Tra Amazzonia e Mato Grosso (2^)

Mai tornavo indietro solo dalla cava a 37 Km da San Miguel dentro nella selva. Solo due volte alla settimana una specie di cor-riera fa servizio di trasporto pas-seggeri, se è che non si rompe. Approfittare di un passaggio po-teva risultare un aiuto prezioso, per il quale ci si metteva d’ac-cordo la mattina od il giorno prima facendo attese di ore. Ormai entrati in una certa confi-denza si facevano normali gli inviti a partecipare alle loro ricorrenze e riunioni o sempli-cemente mangiare un boccone con loro e partecipare a tutte le attivitá sociali, con un gran senso di amicizia, di fiducia, evidentemente guadagnato grazie alla forma di essere, al tratto rispettoso offerto e contraccambiato in forma amplificata. Solo un esempio: della mamma che mi chiede il favore di portare le sue bambine dalla nonna che vive nel paese. Io dovevo prima passare da un’altra parte e poi sarei andato al paese. ... “Non importa; che vadano con Lei, dottore...” ... da notare che questa gente non ha telefono per comunicarsi. Non credo che altre volte abbia tanto sentito la responsabilitá che mi prendevo. Oppure un altro esempio. ...”Dottore, dove lei va, vado io...” mi diceva uno dei lavoratori della cava, che, come tutti, si rendeva conto di tutto l’opposto che era il titolare della cava.
Amici veri, pronti a difendere. Contrabbandieri, avventurieri, tutto vale per farsi avanti, magari qualche delinquente (in paese, non nella selva) scappato dal Brasile che si è adattato alla sua nuova vita anche con documenti e nome falsi. È possibile comprare una camionetta 4x4 doppia cabina totalmente attrezzata, di un anno, per 5.000 dollari. Generalmente provengono dal Brasile, avendo passato la frontiera clandestinamente per qualche pista nella selva o con qualche buona mancia al polizia di frontiera, che così arrotonda sostanzialmente il suo ben povero stipendio di base. Oppure addirittura, lo stesso proprietario entra con la camionetta e la vende 3 0 4 mila dollari. Magari si fa “assaltare”, incatenare, ecc. Tutto teatro accordato. Così l’assicurazione gli paga la camionetta come rubata con un assalto e compensando il deprezzamento e così di nuovo i soldi per un’altra camionetta nuova. Nella zona di confine boliviana, si da una autorizzazione ufficiale a circolare, senza fare domande, grazie al fatto che non vi sono accordi tra Bolivia e Brasile.
Anche a me offrirono un mezzo così. Normalmente chi la compra non è del posto e se la porta via in altra zona, altrimenti potrebbero tornare a rubargliela per ritornare a venderla a qualcuno. Nel mio caso la avrei potuto comprare senza timore alcuno, pur restando in zona. Ero un “amico” degno di rispetto e mi trovavo in uno di quei pochi posti al mondo ove questi concetti avevano ancora valore. La avrei potuta lasciare giorno e notte anche aperta, come già facevo con la Hilux che avevo. Sempre più che impolverata con chili di terra, inevitabili per quelle strade. Come in tutto il mondo, probabilmente dei giovani, soprattutto il sabato di notte e magari con l’aiuto di una buona dosi di alcool, qualcosa devono farla. Il più innocente è di scrivere con il dito nella terra che ricopre i vetri. ... “Italiano Gamba” trovai scritto... E “Gamba” è la forma locale di nominare la gente del posto. Un “Gamba” è uno del posto degno di rispetto, in contrasto, nella zona della selva, con il “Cogia” termine molto disprezzativo, offensivo, che si da alla gente dell’altipiano, con i quali si mantengono grandi rivalità, così come enormemente differenti sono gli ambienti di vita. Dovremmo un poco ricordare i “Polentoni” e “Terroni” nella Italia di alcuni anni fa. Qui la cosa è più accentuata.
Ho ricevuto un grande aiuto e protezione a pieno stile “Western” direi con tutti gli elementi, meno sparatorie e morte, per fortuna, pur se con minacce... (non a me). Credo che sia da raccontare.
Il giacimento di granito nero che era rimasto nascosto nella selva e parte si stava iniziando a conoscere, si stava rivelando di eccellenti qualità e la cava che si stava aprendo pareva promettere molto bene. Però il titolare boliviano si andava mostrando sempre più come la persona più ignobile che abbia mai conosciuto. Pure gli italiani soci non erano per nulla dei santi ed, a parte di questo, in ciò che più hanno brillato fu l’incapacità. Alla fine persero tutto ed il boliviano (Ricordo il sistema di giustizia già raccontato) fu espulso dalla Comunità. Ciò significa che se mettesse piede nel loro territorio dovrebbe temere per la sua incolumità. Al contrario io ricevo inviti a tornare e di portare avanti la attività, ormai “in mano nostra”.

Erano quasi due anni che avevo iniziato l'apertura della cava in questo nuovo giacimento di granito nero ancora da scoprire. Attività assolutamente nuova per la zona. Vi lavorava gente della Comunità di cui faceva parte e del piccolo paese più vicino, San Miguel di 5.000 abitanti circa. Un piccolo paese tipico della selva e molto tranquillo, ove, come già raccontato, la gente esce di casa lasciando la porta aperta. Ove l’unica area pavimentata è la piazza centrale e tutto il resto sono vie in terra. L’asfalto piò vicino è a 240 Km di distanza. La piazza è costituita principalmente da un parco centrale con una prepoderanza di magnifici manghi, pericolosi in epoca di maturazione dei frutti che cadono sulle auto e persone, ma anche con altre piante, come l’albero bottiglia. Qui si trova una delle 4 chiese sparse nella selva, che i missionari francescani e gesuiti iniziarono a fare a partire del 1.600.
Sapientemente coinvolsero ed avvicinarono gli “indios” locali, interessandoli in attività edu-cative, attrattive per loro stessi, sviluppando l’artigianato, con tecniche e materiali locali. Queste chiese, al giorno d’oggi, ognuna in un paese diverso, sono di una bellezza impattante, soprattutto sor-prendendo anche il luogo ove si incontrano. Realizzate con i più pregiati e resistenti legni della selva locale, tutti intar-siati e decorati, per lo più indistruttibili ed i più pesanti e duri del pianeta; non è neanche possibile piantarvi chiodi. Il tutto è intensamente intarsiato e placcato con grande uso di oro, che ancor di più mostra tutta il suo splendore, grazie alla luce, fatta intelligentemente entrare lateralmente. Più che giustamente sono classificate dalla UNESCO come Patrimonio della Umanità e visitate da turisti, anche se in realtà non molti, per il fatto di trovarsi ove si trovano ... meglio così. Così non si altera la pace di questi posti.

Sicuramente, però, anche i missionari devono avere imparato molto dalla ereditaria saggezza di questi popoli, necessaria per vivere in armonia con la Natura. Non so chi abbia imparato di più dall’altro. Certo è che nella religione permane una miscela delle varie tradizioni. Come il presepe ove gli alberi sono palme ed il Gesù bambino è messo a dormire in una amaca, che tutt’ora in zona è forse più usata che il letto. Ricordo pure, per esempio, le piccole nicchie sacre che abbastanza spesso si incontrano ove sia morto qualcuno per un qualche incidente ed ove si portano fiori ed anche si offre acqua, in semplici bottiglie, per il refrigerio dell’anima nel suo viaggio. E questo ancora di più nelle aree desertiche.
In San Miguel, il medico del paese era anche proprietario della farmacia (c’è anche un piccolo centro di salute) ed anche di un alberghetto fresco e moderno nella sua semplicità, ove io stesso vi ho alloggiato per abbastanza tempo, per pochi soldi e sfruttando della permanenza come in ben pochi altri luoghi. La moglie del medico gestiva a lato un negozio di generi alimentari e casalinghi tipo supermercatino e lui è anche proprietario dell’unico distributore di combustibile, ove finalmente stava mettendo in funzione le pompe, mentre ancora lo distribuiva a mano dai bidoni.
In questo hotel venne anche il titolare boliviano della concessione, quando si fermava provenendo dalla città di Santa Cruz a più di 500 Km. In realtà non ha potuto rimanervi per molto tempo. Ripetutamente ubriaco, fu allontanato definitivamente dal medico proprietario.
Ovunque vi era gente a cui lui doveva poco o tanto. Ricordo come cercò disperatamente di affittare qualcosa in paese. Il detto “Paese piccolo, inferno grande” funziona molto bene: così che, per quanto facesse e promettesse, non riuscì a trovare nulla. Lui pensava ad un appartamento per lui ed una sua compagna dalla quale aveva avuto un figlio, in quel momento ancora abbastanza piccolo, mentre allo stesso tempo aveva la famiglia legittima in Santa Cruz con tre figli più grandi ... e non perdeva occasione per divertirsi con qualunque altra.
In quello stesso tempo io stavo pensando alla possibilità di far venire la mia famiglia dall’Uruguay. Avevo da scegliere quattro case, tutte con cortile. Perfino avevo già riservato alcune mascotte per i bambini; in particolare un grande pappagallo parlante ed una piccolissima scimmietta amazzonica della razza “Titti” (la più piccola del mondo) giá addomesticata. Mi ricordo come in occasione di questo evento, mi vollero rassicurare dicendomi: “Dottore, non si preoccupi, per lei la casa c’è, quella che vuole”. Il boliviano quando seppe che il capocava aveva il numero di telefono dei soci italiani che loro stessi gli dettero per ogni evenienza, volle creare un complotto per licenziarlo, dicendo che lui non voleva spie. Per il tipo di coscienza che aveva, lo credo. Voleva creare false situazioni per giustificare che non compiva con il lavoro. Fin quando ci sono stato io, non lo ha potuto licenziare e quando poi me ne sono andato, come ora racconto, ha chiuso tutta la cava fino a perderla definitivamente, come già detto.
Anche gli italiani che finanziavano, non erano certo dei santi. Un gruppo di fratelli proprietari di una impresa del settore. Il fratello incaricato di seguire l’attività brillava per incapacità. Macchine che inviarono come quasi nuove e così valorizzate nel bilancio economico, in realtà ben vecchie e quasi solo dipinte a nuovo... come se nella selva tutti fossero tonti ed incapaci di accorgersene (me compreso). Errore di ben più grave, in quanto ogni riparazione nel bel mezzo della selva, è molto più complicata e costosa che vicino ad un centro di assistenza.
La unica spiegazione che mi do è che probabilmente iniziarono a fare uno stupido doppio gioco, una volta costituita la società boliviana, per arrivare a rimanere i soli proprietari. Certo che gli è andata proprio male. Iniziarono a fare invii di denaro per la gestione, molto minore dei richiesti, necessari e giustificati per l’attività ed arrivavano sempre nel pomeriggio, perdendo così l’intero giorno in attesa del loro arrivo.
Li inviavano a me, affermando della mancanza di fiducia del boliviano (giustamente). Allo stesso tempo, poi, il fratello incaricato, raccontava al boliviano ciò che io raccontavo a loro su di lui, creando una guerra e facendo quindi che io non gli raccontassi più nulla... e che ne pagassero le conseguenze ... così come poi è stato. In questa situazione poi iniziarono a lamentarsi di me per il fatto che io, a detta loro, la unica cosa che facevo era di chiedere denaro, senza portare avanti la attività. Cosa più che ovvia dato che loro non lo mandavano.
Il boliviano nel frattempo sosteneva una guerra dentro di sè, tra l’odiarmi a morte perchè per colpa mia non aveva la libertà di fare tutto ciò che voleva a modo suo e, dall’altra parte, di tenermi in buona, prima perchè io ero l’elemento di unione con gli inversonisti, successivamente pensando che io potevo essere l’intermediario per ottenere nuovi contatti. In verità io avevo ben chiara questa situazione e cercavo di usarla a mio vantaggio. La bella relazione umana con tutta la gente del posto, che alcuni chiamerebbero “indios” o “avventurieri” del più profondo stile “amazzonico” e con i quali ho sentito un vero senso di amicizia, mi ha aiutato molto e perfino salvato.
Venni a sapere varie cose e la mia salvezza era quella di fare il tonto ed usare ciò come strategia di difesa. Il disprezzo che tutti avevano con il boliviano e gli italiani, hanno completato il contributo al grande appoggio che ho ricevuto. Pur rispettando la verità dei fatti, racconto ora le cose, lasciando in senso generale quanto eventualmente potrebbe compromettere qualcuno.
Sono venuto a sapere (a parte di averlo capito) anche il piano degli italiani, i quali decisero di iniziare a cercare situazioni per mettermi in colpa. Mentre inizi-arono ad inviarmi sempre meno denaro di quanto richiesto e necessario, così da non potere portare avanti correttamente l’attività, iniziarono a chiedere giustificazioni sul non procedere delle cose. Giocavano anche con i miei soldi personali.

Seppi che perfino si informarono sulla possibilità di incontrare in zona un sicario a poco prezzo. In zona è certamente possibile e, soprattutto pensando ai prezzi europei, realmente mercato, però abbastanza più difficile se si è rispettati e protetti. Il boliviano, senza che lo sapesse, però credo che un certo timore lo aveva, era ben tenuto sotto controllo. Mancò veramente molto poco a non ricevere alcun “avviso”. Lui si che faceva bene a non lasciare la camionetta così come la lasciavo io. Ricordo come una volta sollecitai agli italiani che per favore non tardassero ad inviarmi cuanto mi spettava, in conside-razione che lo necessitavo per il bambino ammalato. Ricevetti la risposta che come poteva essere che io continuavo ad insistere senza considerazione alcuna al fatto che loro (gli italiani) in quel mentre avevano la madre ammalata. Era vero, però mi chiedo chi dei due non aveva considerazione dell’altro... avessero compiuto semplicemente con il loro dovere di rispettare gli accordi, sarebbero rimasti in pace, solo che non volevano. ... O forse l’unico che avrei dovuto dire alla mia famiglia con tre bambini, che soffrissero la fame solo perchè la madre di 5 fratelli proprietari di una, a detta loro, grande impresa, era ammalata.... Quanta mala fede disgustosa!
Seppi con abbondante anticipo che mi avrebbero proposto una visita alla mia famiglia in Uruguay, che da tempo non vedevo, per mandarmi li senza un centesimo e lasciarmi abbandonato. Facevo il tonto, però già avevo deciso, anche appoggiato dalla “mia gente” che non avrebbe fatto passare liscio un trattamento tanto inumano ed irrispettoso verso di me e la mia famiglia, perfino delinquenziale. Cosí mi preparai. Giá avevo capito, come poi avvenne, che una volta assente, tutta l’attivitá sarebbe andata allo sfracello. Non è nel mio carattere di vantarmi ed il non dirlo a nessuno faceva parte della mia strategia. Solo un certo cura, con facoltà “extrasensoriali” che, come è tradizione locale, lo si consulta, aveva detto che io ero un pilastro essenziale, ma nessuno ci aveva fatto caso. Neanche funzionò molto l’opera dello stregone locale che offriva i suoi poteri con cerimonie basate con foglie di coca, candele, ed un sacco di altre cose tutte sue.
Di certo non potevo permettere i piani contro di me e certamente ormai non erano meritevoli di rispetto alcuno. Neanche potevo ritornare a casa di colpo, senza un centesimo, mettendo la mia famiglia in condizioni di soffrire la fame prima di riorganizzarmi. Perfino ricevetti avvisi dagli italiani ben prima che succedessero i fatti, che loro erano importanti nel settore della mia attività e ben difficilmente avrei potuto trovare altro da fare... in realtà sembra che la giustizia divina, che riconosce l’animo sano e quello che non lo è, pur facendo faticare il guadagnarsi le cose, attuò esattamente al contrario e mi trovo in condizione di dovere rinunziare ad alcune offerte di attività, per essere troppe.
... Così che giusto ben pochi giorni prima della prevista mia spedizione in Uruguay ed il giorno prima del quale avrei dovuto consegnare la camionetta Toyata Hylux ad un italiano dell’impresa, che stava arrivando (non mi avevano avvisato di questo, ma io lo sapevo)... ritornando come sempre dalla cava .. dei banditi mi assaltarono e mi sottrassero la camionetta, lasciandomi per strada... Successe a me ciò che in zona può succedere, come già raccontato.
È evidente che questa è una storia per nulla credibile e che se la avessi raccontata, rischiavo di rimanere preso, così, una volta raccontata per mail dovetti nascondermi. Passai pochi giorni così, sotto la protezione e passando da una casa all’altra dei miei amici.
Nel frattempo il boliviano, furioso contro di me (ormai non gli servivo più) e colpito nel suo falso orgoglio di essere stato preso in giro, mise tutte le sue energie per trovarmi, incolparmi ed incarcerarmi... ma non sapeva con chi aveva a che fare e come lui stesso era tenuto sotto controllo. Anteriormente io stesso gli avevo dato false piste, raccontandogli dei miei possibili interessi ed attività varie, ma senza dire assolutamente nulla di quelle vere.
Così che cominciò a cercarmi da tutte le parti, anche in un’altra cava, ovviamente sempre in luoghi ove io non c’ero e senza sapere come noi sapevamo tutte le sue mosse al millimetro... e neanche il pericolo che lui stesso correva, nel caso che fosse riuscito a concludere qualcosa. Grazie alle sue conoscenze di avvocati e simili, riuscì a fare emettere un mandato di cattura e chiusura delle frontiere per me, senza sapere quanto ben poco allarmante era, nella situazione nella quale mi trovavo.
Vi furono degli ordini di perquisizione in certe case ove io avrei potuto stare, e così fu in certi casi, però gli agganci con la polizia, coinvolta in questo stile di vita cosi come è in certi racconti, erano tali che sempre arrivava l’avviso con ampio anticipo, di dove sarebbero dovuti andare per ordine superiore e poi neanche andarono... quando una organizzazione funziona, funziona! Nel frattempo seppi che altri trasformarono totalmente la camionetta: cambio di colore, tappezzeria, paraurti; totalmente un’altra, che così si è potuta vendere con le modalità giá raccontate. Tolte le spese, i soldi furono offerti a me per potere ritornare tranquillamente a casa in Uruguay, preparare un mio ritorno tranquillo, e portare avanti le attività con altro spirito. Durante il tempo dell’attesa io avevo poco da fare, a parte di esercitarmi a firmare con una firma uguale ad un documento brasiliano con una foto più o meno simile alla mia. In Brasile il documento di identità, sufficiente per stare in Bolivia, si fa una sola volta, da giovani, cosí che la foto di una persona giovane compensa possibili differenze. In realtà questo documento non mi fu mai necessario; però, per ogni evenienza ero diventato provvisoriamente un brasiliano (di cui non dico il nome) ovviamente solo in Bolivia... una volta in Brasile potevo ritornare senza problemi ad essere io stesso. La unica limitazione alla mia uscita dalla Bolivia era che, invece di farla in aereo, sarebbe stata via terra, raggiungendo il vicino Brasile ed, una volta lì, essere nuovamente “uomo libero” assolutamente in regola.
In questa zona di confine amazzonico e di contrabbando, con la polizia che arrotonda il suo misero stipendio, partecipando a queste operazioni, ben poche cose sono più facili. Qualunque punto della frontiera di centinaia di chilometri nella selva, è potenzialmente buono per passare da un lato all’altro senza controllo, con o senza mercanzia.
Però questo per me non è stato necessario, passando tranquillamente per la frontiera legittima. Anzi, arrivando in Brasile, ove mi presentai alla polizia di frontiera brasiliana per fare una entrata legale, non mi accettarono perchè tutti coloro che entrano in Brasile dalla Bolivia devono essere vaccinati contro la febbre gialla. Io lo ero, però il certificato che avevo era il boliviano e non l’internazionale. Così che dovetti ritornare nel lato Boliviano... Era domenica; il centro sanitario era chiuso. Ugualmente, informandomi, raggiunsi il funzionario addetto a casa sua. , In cambio di una mancia fu ben contento di aprirmi la porta del suo ufficio e rilasciarmi il corrispondente certificato internazionale. Con questo ancora una volta passai la frontiera entrando così legalmente in Brasile.
Come arrivai alla frontiera e dove? Amici mi organizzarono il viaggio di circa 200 Km fino alla cittadina ove passa la linea di treno a metá cammino tra la capitale della provincia, Santa Cruz de la Sierra, e la cittadina di confine con Brasile, Puerto Suarez. Si chiama “Porto” perchè effettivamente vi è un porto, anche se nel cuore del Continente Sud Americano. Dopo circa 3.000 Km lungo il rio Paranà, permette l’uscita al mare, nel Rio della Plata, viaggiando verso il Sud, attraversando tutto il Mato Groso. Un porto essenzialmente di chiatte e barconi, le navi più grandi non arrivano fin lì (sì più a Sud), comunque una via comunicazione soprattutto delle merci.
Il viaggio in camionetta con questi amici fino alla accennata stazione del treno, fu il più normale e tranquillo, per poi proseguire in treno per altre 10 ore circa fino la frontiera. Puerto Suarez è uno di quei centri abitati di frontiera, che sorgono metà da un lato e metà dall’altro lato. Conosco vari altri centri in questa situazione anche in altre parti. Anche se c’è un posto di controllo, la circolazione è pra-ticamente libera, ed ancora di più la pedonale, e la gente si mescola senza problemi da una e l’altra parte. Così anch’io sono andato a mescolarmi tra i brasiliani, come la più normale delle cose, come passeggiare per le vie del centro di una qualunque altra cittadina del mondo. A parte il giá detto problema del certificato di vaccinazione, mi presentai la seconda volta alla dogana Brasiliana, alla quale non interessa per nulla la forma di uscita dalla Bolivia, per proseguire legalmente con il mio nome ed attraversare in regola tutto il Brasile verso il Sud. Due giorni interi di viaggio, senza soste, in comode e moderne corriere, furono necessari per raggiungere la frontiera con Uruguay e quindi (con altre 6 ore per attraversare l’Uruguay fino a Montevideo al Sud) la mia famiglia... mentre il boliviano ancora mi stava disperatamente cercando! Ora i miei amici mi stanno aspettando. La selva tra quelle parti è ricca di minerali e pietre più o meno preziose, a parte del granito nero, altri graniti e marmi. Tra le pietre preziose e semipreziose vi sono smeraldi e topazio, oltre la famosa bolivianite, agata, ametista e varie altri e perfino smeraldi oro, platino ecc.
La gente della selva in alcune zone ancora più isolate, raccoglie le pietre preziose e semipreziose e si pensò, una volta selezionata qualche zona, di aiutarla per farlo meglio. Allo stesso tempo organizzare centri di raccolta presso di loro per comprare a prezzo molto basso o barattare in forma molto conveniente. Per esempio, in cambio di una vecchia bicicletta, purchè funzionante, che si trova a ben poco prezzo, però molto ambita, si può ottenere minerale per un valore commerciale di mille dollari.
Questo per me è rimasta solo una possibilità per seguire con nuove cose. Adesso sto portando avanti molte attivitá nel Perù che vado percorrendo dalle più alte cave del mondo nell’altipiano, fino ai 4.500 metri, fino al deserto della costa, dal Nord, al Sud, con varie attività nello stesso tempo.
Però non ho perso i contatti con i miei amici, veri amici che in questo mondo non è facile trovare ed ai quali dedico, per lo meno con il mio pensiero, questo scritto che ho cercato che rispettasse la realtà il più possibile. Così come è possibile che riesca ad organizzare le cose per avviare nuovamente l’attività del granito nero, questa volta, portata avanti con ben altro spirito, in un ambiente che, nel mezzo della gente semplice della selva anche se circondato, per lo meno come visto dal di fuori, da contrabbandieri e mafiosi, risulterebbe un esempio per il mondo intero.

Sergio Cucchiara


Prima Parte

Le foto del Perù interno di Sergio Cucchiara


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ultimo aggiornamento 26/12/2016