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Deserto libico: Carovana nel mare del non ritorno

Seconda parte

Sole caldo ... sole che penetra riscaldando le nostre membra, fino a dissolvere le nuvole grigie racchiuse intorno ai pensieri. Finalmente varchiamo la soglia dell'Acacus, attraverso la sua porta naturale d'ingresso "Takharkori Pass", wadi sabbioso circondato da pinnacoli rocciosi. Sostiamo sul ciglio superiore della cosiddetta "Duna del non ritorno" nella zona del Wadi Afaar, così chiamata perchè avendo un dislivello di 300 mt. è possibile percorrerla solo in un senso. Mabrùk, Nehjim, Omar e Masoud si divertono a spingerci per farci rotolare giù, per poi risalire e ripetere. In pochi minuti ci riappropriamo dell'infanzia, attraverso questo elementare divertimento. Iniziato anche un gioviale corteggiamento degli autisti verso le donne del gruppo, Gioacchino, amico comune delle più pretese viene dichiarato "segretario particolare". Ci chiediamo chi sarà la preferita dell'harem? Simona, Grazia o Isabella? Le risate a crepapelle rimbombano nell'eco di quel magico posto, con l'anfiteatro di dune gigantesche in successione e formazioni rocciose dai colori bruniti, costituenti le pareti di Uan Bubbu, preludio di una serie infinita di siti rupestri. Nelle vicinanze un'alta duna sorretta da due aspri contrafforti rocciosi attrae il nostro desiderio di scalata. Arranchiamo come granchi per il ripido pendio sabbioso senza sudare per la fatica, nonostante la temperatura sia molto alta ma secca, ammaliati dalla visione del panorama sottostante. Allah ha sicuramente disegnato come un quadro naif questo luogo di naturale e sconvolgente bellezza: le dune si succedono nella tavolozza di colori tra innumerevoli pennellate con sfumature di rosa, arancio e rosso. Tra i ghirigori che orlano i crinali dei fech fech (zone di sabbie molli ed instabili scolpite dal vento) sembra di leggere alcuni versetti coranici, espressi con caratteri cufici arabi, mentre tra le loro pieghe, dove le ombre si proiettano, la fantasia della nostra immaginazione associa sembianze sublimate di profili tuareg col capo avvolto da che-che. Il gioco e l'infanzia si riappropriano di noi, che gareggiamo ad immaginare nei profili di rocce circostanti, che si stagliano nel blu intenso del cielo, statue antropomorfe, sagome di teste coronate, cammelli a più gobbe, proboscidi d'elefante, esattamente come si fa osservando le nuvole.
In sintonia con tanta visione d'arte sublimata l’arco di Fozzigiaren, simile ad una enorme proboscide, ci appare nella sua mastodontica e statuaria bellezza. Simbolo stesso di tutto l'Acacus è un luogo famoso che abbiamo poco tempo di godere in esclusiva: l'arrivo chiassoso di numerose jeep di turisti proprio sotto l'arco riporta alla mente i motoscafi dei Vip ancorati davanti ai faraglioni di Capri. Lungo le pareti rocciose nelle sue immediate vicinanze, alcune grotte presentano dipinti in ocra di scene di vita quotidiana e graffiti con scritture Tifinagh, finchè al tramonto la duna ai piedi dell'arco accoglie il campo notturno. Ottime ghiottonerie culinarie a sera: Gioacchino, ormai integratosi nel territorio, invitato a cena intorno al fuoco dei nuovi amici, dai quali è affettuosamente chiamato "Jachini", non volendo dispiacere il cuoco Nicolò nè il proprio desiderio di nuove golose "scienze" assaggia da entrambi i menù dichiarando di gradire entrambi; poi si lascia scappare "però nella pasta degli autisti c'è troppa harissa!". Simona avvistato un gerbillo cerca di adescarlo con briciole di pane, facendolo avanzare poco alla volta a sè fino ad accarezzarlo, tra le grida isteriche di Grazia, sua amica. Questa inorridita richiama Mabrùk, affichè se la prenda per sempre, rinunciando alle velleità di preferita dell'harem. Tra risate ed ironici interventi, la serata prosegue con uno spettacolo "Son et Lumière". Nehjim precede a sorpresa l'arrivo di altri autisti, vestiti tipicamente con larghi pantaloni alla turca, camicione lungo con collo coreano e che-che sul capo, che avanzando in fila indiana suonano il flauto (creato con un paletto di tenda forato) e la ghirba (cornamusa ricavata dalla pelle di capra), cantando canzoni arabe. Sedendo intorno al fuoco, a turno si alzano invitando a ballare le donne, cingendole con la che-che per evidenziare il movimento ondulatorio del bacino. Sotto il naturale spettacolo di luci, la luna sorgente e le stelle, e tra percussioni su taniche vuote come tam tam e battimani in sincronia con esse, la festa continua fino a notte inoltrata, con degustazione della rara grappa di datteri, offerta da alcuni autisti ed unica eccezione ai rigidi divieti islamici.

Colori ... vivi e fusi intorno a noi, nei numerosi siti rupestri dell'Acacus. In questa magica cornice la fusione tra i due gruppi e gli autisti è completa:ogni cuore della carovana si è replicato intorno, scambiando con la controparte il background di emozioni e traspirando serenità, allegria, fiducia. Passando in rassegna l'importante galleria d'arte rupestre,da una grotta ad una parete rocciosa nel largo Wadi Teshuinat, conosciamo svariate ed interessanti rappresentazioni, attraverso dipinti e graffiti, di scene di vita quotidiana risalenti da 10.000 a più di 500 anni fa, distinte in 4 periodi. Amalia, esperta d’arte, fa notare alcuni particolari tra le diverse espressioni artistiche graffite e pittoriche. Il periodo delle "teste rotonde" con figure umanoidi fa ipotizzare che nel lontano passato gli extraterrestri siano passati di lì. Il periodo, che arriva fino al 2000 a.C., rappresenta elefanti, struzzi, giraffe, ippopotami, bovini e alcefali, indicanti che il Sahara era anticamente ricco di natura rigogliosa. Nel terzo periodo, con la comparsa nei dipinti di cavalli e cammelli, s'intuisce l'avvenuta desertificazione del luogo, mentre nel quarto periodo sono introdotti i caratteri dell'alfabeto Tifinagh. Splendida è la grotta con l'incisione dell'acconciatura, detta "dei parrucchieri", famosa per i graffiti erotici quella di Tin Lalan. L'ombra di una parete rocciosa nel Wadi Teshuinat permette di sostare al fresco, fare uno spuntino e recuperare alcune forze. Omar, affaccendandosi intorno ad una ruota, viene avvicinato da Isabella che, con l’intento di aiutarlo, dice spontaneamente ... "ho sempre sognato fare il meccanico". Questi, raggiante per avere come aiutante una donna, carina per giunta, ripete in italiano i nomi degli oggetti in uso "ammortizzatore...candela...boccola", che diventano rispettivamente "mottizatore.. kanella..borkole", tra l'ilarità dei presenti, che hanno iniziato una lotta serrata con le mosche, disturbatrici dell'ozio quotidiano. Il tour prosegue con il "gotico" arco di Tin Ghaliga, così definito dai virtuosi effetti cromatici dei suoi 4 pilastri ed archetti, che lo sorreggono. Esso segna il passaggio dall'Acacus, da cui fuoriusciamo con dispiacere, al Wadi Mathendush attraverso la difficile pista che taglia il pietroso deserto del Messak Mellet (bianco) e poi Settafet (scuro), per pervenire dolcemente alla rosse sponde di sabbia infuocate dai raggi del sole al tramonto dell'erg Murzuq. Ancora un'overdose di graffiti in seno al Wadi Mathendush, percorso sotto il sole inclemente con un minitrekking lungo un letto fluviale fossile, oggi fiume di sabbia mista a grandi pietre levigate e ciottoli, per ammirare i graffiti famosi della "fuga delle giraffe" a In Galguien e di "gatti mammoni, elefante con orecchie a farfalla, coccodrillo" alla fine dello stesso wadi. Strada facendo in cerca di un riparo dal sole dove fermarsi, Nehjim frena improvvisamente, sale sul tetto della sua jeep e, scrutato l'orizzonte, si rimette in moto seguito dalle altre 4x4 saettando tra massi affioranti. In quell'arida parte di deserto c'è un'unica acacia, alla cui ombra finalmente si può riposare. Uno spettacolo inusuale in quella zona è la visione di policromi colori, con cui si presenta una striscia di terreno verde intenso, tra il colore sabbia del deserto circostante e il rosa salmone sullo sfondo dell'Erg Berjuij. Non è un miraggio, ma solo lo straordinario bagliore ottico nei pressi di una fattoria, dove alcune oasi sperimentali di ricerca agricola sono coltivate a grano, sotto lo stillicidio di una innaffiatrice automatica circolare, che pompa acqua da una falda.

Paradiso sulla terra ... armonia nei cuori. Dopo una visita nei pressi di Germa all'antica Garama, città dei Garamanti oggi in rovina, il clou del viaggio si materializza con l'ingresso nella Ramlat Dawada. Erg di natura più consistente tentano invano di riempire gli occhi, che rincorrono disperatamente a cercare l'orizzonte dentro il mare di sabbia d'Ubari. Tra le ombre longitudinali disegnate dalle dune parallele sembra di vedere lunghe braccia di angeli alati strette ed invitanti a procedere verso esse. Durante la notte passata nella Ramlat fa la sua comparsa il ghibli capriccioso che riempie di sabbia i bagagli e tutto ciò che rimane fuori essi. Lo smontaggio tende è un po' più lento del solito anche a causa del recupero della tenda di Mario, che ha deciso di involarsi come un aquilone. E' anche l'ora della SALAT, uno degli obblighi coranici cui deve assolvere ogni buon musulmano e i nostri autisti, come ogni mattina, si inginocchiano in direzione della Mecca per pregare. La carovana avanza con sali e scendi tra dune e piccole oasi con ethel, palme e cespugli di tamerici a corona, preludendo la visione di alcuni paradisiaci laghi salmastri, Mahfou, Mandara, Om El Ma (la madre di tutti i laghi) e Gabraoun, sulle cui rive c'è un villaggio prima abitato dai Dawada mangiatori di vermi, gamberetti che usavano pescare nel lago per nutrirsi. Sostando presso un'area attrezzata all'ombra di una zeriba sul lago Gabraoun, esso vive e fa vivere emozioni grazie alla vegetazione lussureggiante delle palme da datteri e delle canne, che si riflettono in esso insieme all'alta duna rosa. Il villaggio abbandonato presenta ancora le sue umili case senza tetto, ma con mura imbiancate di calce bianca che conservano pitture geometriche colore pastello, che contrastano con l'aria spettrale del luogo. Un bagno ristoratore nelle sue calde acque è preludio di un relax collettivo sotto la zeriba, accanto i nostri amici autisti. Mabrùk fa un corso di fotografia, imparando ad usare macchina fotografica con cavalletto ed autoscatto sotto l'occhio vigile del "maestro Gioacchino", suo amico del cuore; io ritento con un corso avanzato di arabo con Masoud, ma sono fermamente deciso ad imparare a decifrare anche il "Tifinagh"! Nicolò scala la duna di fronte il lago (... da bravo trekker non vuol perdersela!), Alba e Carlo aggiungono pagine ai loro diari; Mabrùk, sempre lui, si fa trascrivere in italiano le parole che Gioacchino era solito ripetere alla vista di ciò che lo colpiva "Fantastico ... Eccezionale ... Magnifico", mentre con l'aiuto del vocabolario Italo-arabo di Amalia cerca la traduzione in arabo di "Peccato!!", interiezione di cui non è facile spiegare il senso non letterale. Durante questa sosta, sopraggiunge una carovana di tedeschi, accompagnati dagli autisti, ormai nostri amici di feste notturne sotto l'arco di Fozzigiaren. Tutti gli autisti improvvisano un festa con musiche già note e noi, come i "topi col pifferaio magico", siamo attirati a partecipare con balli, canti ed applausi. C’è una atmosfera magica ed una tale intesa che perfino quando si spostano nel campo dei "tedeschi", che invano cercano di coinvolgere, li seguiamo. Gli autisti sono euforici ed in particolare i nostri che, ricevendo i complimenti dai loro colleghi per la spontanea partecipazione del gruppo (cioè noi), replicano con il linguaggio non verbale dei gesti, facendo capire che con i turisti italiani il lavoro è un piacere. Indirettamente è un complimento per noi, che ne siamo orgogliosi. Tra foto di rito conclusive salutiamo allontanandoci dalla Ramlat.

L'itinerario carovaniero volge al termine. All'alba, dopo commossi ed affettuosi saluti con i nostri amici autisti, con reciproche promesse di scambi telefonici ed epistolari, ci aspetta un lunga tappa di avvicinamento a Tripoli e la visita della vicina città romana Leptis Magna e del suo spettacolare teatro, le cui origini risalgono ai primi secoli a.C., come "altrettanta magna" conclusione del viaggio nel deserto libico. Il deserto, nel cui immenso abbiamo perso il contatto con la realtà quotidiana, ci ha permesso di ritrovare i nostri arcani ricordi in attesa del verificarsi degli eventi, senza ipotizzare l'immediato futuro. La sabbia sottile del deserto, con le emozioni vissute sopra essa, shway shway (piano piano) ha smussato i nostri stereotipati comportamenti occidentali, da troppo tempo induriti, addolcendo gli animi, facendoci tornare "bambini dentro" e restituendoci l'equilibrio psicofisico. A Leptis Magna - ricordo - passeggiando sulla spiaggia davanti al mare prima di ripartire, ancora un saluto conclusivo alla "madre sabbia", a cui ci sentiamo profondamente legati, poi voltate le spalle andiamo. ...Sicuramente i nostri corpi vanno, ma i cuori nostalgici rimangono lì, prigionieri tra i granelli di sabbia " nel mare del non ritorno", con cui un giorno aspettano di ricongiungersi ... se Dio vuole! ... In sh'Allah!

Giuseppe Russo
Con la gradevole ed affettuosa partecipazione di Simona, Grazia, Mario, Gioacchino, Amalia, Nicolò, Carlo, Isabella, Alessio,Luisa ed Alba ... insieme ai "fantastici amici del deserto" Nehjim, Mabrùk, Omar e Masoud.


Prima Parte

Le mie fotografie del viaggio nell'Acacus libico.
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1998 - 2017 Marco Cavallini


ultimo aggiornamento 25/12/2016