H O M E P A G E

Una voce nel deserto

In un certo senso, il concerto di Bob Dylan, al secolo Robert Allen Zimmerman, me lo hanno rovinato. Il posto in cui si è tenuto si chiama Maryhill Winery ed è una vecchia casa vinicola posizionata in un punto dominante sulla valle del fiume Columbia. Pare che ci sia persino un mausoleo militare che sarebbe una copia esatta del cerchio di pietre di Stonehenge. Per fortuna, non ho il tempo per andare a verificare di persona se la copia è davvero conforme all'originale.
Il paesaggio è straordinario e crea un contrasto stridente con quello che si gode dal nostro Bed & Breakfast, a una trentina di chilometri di distanza, e più o meno da tutto l'Oregon. Le pareti di roccia attraverso cui scorrono le acque azzurre del fiume Columbia si spogliano d'improvviso e la terra dal verde intenso delle foreste passa a una tinta nuova, assumendo una colorazione giallo-grigia, a seconda dell'intensità della luce del sole. Sembra d'essere tornati nel deserto e la casa vinicola, che oggi ospita pure un museo - ma, se vi capiterà di farvi un giro per gli Stati Uniti, vi accorgerete che questi americani mettono tutto sotto teca e ci costruiscono attorno un bel museo - gode di una vista straordinaria sull'arida valle del Columbia, che qui chiamano Gorge, ovvero gola. Che fantasia letteraria! In realtà, non la si può nemmeno definire tale, viste le dimensioni ragguardevoli di questo fiume. Provate comunque a immaginarvi una grande vigna e un grande frutteto che spuntano, come per incanto, su una scogliera a strapiombo su un fiume florido che attraversa un deserto. Aggiungeteci una specie di anfiteatro quasi naturale, - se non fosse per un tappeto erboso rigoglioso che pare francamente fuori posto - un anfiteatro ricavato tra la strada e i filari. Questo è l'ambiente in cui ha suonato sua maestà Bob Dylan.
L'atmosfera che fa da sfondo al concerto o, per meglio dire, che lo prepara, è inusuale, forse speciale.
Il parcheggio è pieno e ci hanno fatto mettere la macchina in un secondo parcheggio distante circa un miglio dal primo. Ormai, anch'io mi esprimo nella misura americana. Un miglio è ben più lungo di un chilometro e così ci hanno fatto salire su un autobus giallo e, per una volta, mi sono di nuovo sentito alle elementari. Tanta fatica per niente, si potrebbe dire, visto che il trasferimento sarà durato sì e no due minuti.
L'atmosfera, dicevo. Un'atmosfera particolare. Più che a un concerto rock, sembrava di andare a una festa parrocchiale, con tanto di famiglie al completo che si portavano appresso l'occorrente per una cena al sacco, cioè vettovaglie, frigo portatile e sedie pieghevoli. C'erano anche vari gruppi di giovani e non solo attempati superstiti di una stagione irrimediabilmente tramontata. Tutti mangiavano e, soprattutto, tutti bevevano e, trattandosi di una casa vinicola, tutti acquistavano e consumavano il vino locale, in vendita a prezzi non esattamente popolari nei gazebo posti all'interno dell'anfiteatro: un furto legalizzato ma, a giudicare dai sorrisi compiaciuti degli avventori, anche una sorta di una gradita sodomia di gruppo. Insomma, una bella inculata, come si dice dalle mie parti, ben a sudest dello stato di Washington. Per farla breve, sembrava di andare allo stadio, allo stadio americano, naturalmente. In Italia, per andare allo stadio serve sempre di più la guardia del corpo e la licenza di uccidere. Immagino che presto il ministero dell'interno stabilirà l'obbligatorietà del casco per i minori. Per l'americano medio, invece, andare a una manifestazione sportiva è la migliore occasione per fare festa, un po' come andare a una gita dell'Azione Cattolica. Comunque, siccome l'esperienza deve aver insegnato che il vino è bevanda molto amata dagli americani, su una delle mescite compariva questa interessantissima scritta: "La direzione si riserva il diritto di rifiutarsi di servire chiunque appaia alterato." Questi americani non finiscono mai di stupirmi anche perché, durante tutto il concerto, il via vai alle mescite del vino non è mai cessato e non me la sento certo di giurare che tutte le persone a cui il vino è stato venduto fossero in grande stato psicofisico. A rendere l'atmosfera più intrigante, ci ha pensato il sole, visto che il concerto è iniziato quasi al tramonto. Per un bizzarro gioco di luce, l'ambiente da giallo ocra si è fatto verdognolo e poi di nuovo giallo. Strabiliante. Mi sono guardato intorno e ho visto che l'età media era altina, per non dire preoccupante. Dylan l'avevo visto per la prima volta a San Siro, se non sbaglio nel 1984, quando il suo tour toccò per la prima volta l'Italia. Da ragazzino quale ero e, soprattutto, quale mi sentivo e tuttora mi sento, mi sembrava che l'età media dai fan fosse altissima. Oggi, mi è parso quasi di stare in un raduno di pensionati vacanzieri. Pensionati hippie, naturalmente, con tanto di capelli lunghi, sandali, camice multicolori e, spesso, bicchiere in una mano e canna nell'altro. Insomma, una scena un po' deprimente e ancor meno edificante quando, dopo le prime note del concerto, un impenitente figlio dei fiori, che probabilmente era in classe col nonno di Dylan alle medie, si è messo a improvvisare una danza incomprensibile davanti a tutti, applaudito da una ragazza più giovane di lui ma altrettanto frastornata che indossava una maglietta con la scritta, "Bush lied. Thousands died." Fortuna che Dylan e la sua band andavano forte. I suoi musicisti erano vestiti rigorosamente di nero. Lui, invece, indossava una giacca che faceva molto Country & Western. Una giacca bianca e uno Stetson dello stesso colore, quasi che il menestrello di Duluth, borgo sperduto del Minnesota, abbia deciso di prendere definitivamente le distanze dal movimento protestatario e rivoluzionario che aveva visto in lui il proprio guru, per ribadire invece di essere l'ennesimo grande figlio della tradizione a stelle e strisce.
Fa un impressione vedere Dylan senza chitarra. Uno strano malanno gli impedisce di tenerla a tracolla e dunque oggi Dylan suona solo una tastierina che appare striminzita e imbarazzante. È un pianista approssimativo, direi quasi casinista. Sarebbe molto meglio non suonasse affatto ma Dylan è Dylan, un artista a volte sconcertante ma dotato di un carisma che certo non fa il paio con i suoi baffetti da portiere di notte di un alberghetto a ore.
Il concerto si è aperto sulle note boogie di una stravolta "Maggie's Farm" ed è su quella linea che è proseguito. Lui non ha detto una parola, come suo solito, e si è limitato a darci dentro con il blues e proprio con il boogie. Ho la sensazione che si sia convinto di dover prendere il posto del compianto John Lee Hooker. Sembra infatti un vecchio cantante di colore che si esibisce in una bettola. Questa non è una bettola e Dylan è più bianco del Dixan ma certo il suo è sempre più un percorso da bluesman e il concerto di stasera, che si è concluso con uno striminzito bis, lo ha dimostrato ulteriormente. Meglio così. Il blues e il folk restano. Il rock'n'roll, invece, a dispetto dell'ormai storico slogan "Rock'n'Roll will never die", è più che agonizzante. Lo dimostra il fatto che a vedere Dylan, oltre a qualche sparuto gruppetto di ragazzini, sono venute le stesse persone che lo seguono da sempre, me compreso. E pensare che io, classe '64, non posso certo essere considerato un suo fan degli esordi. Ma queste persone, me compreso, si divertono così e dunque tornano a vederlo, nonostante le magagne dell'organizzazione che, al termine del concerto, ha costretto di nuovo buona parte degli spettatori paganti a tornare bambini e a salire sugli scuolabus gialli per fare ritorno al parcheggio, dopo essersi mangiati un bel po' di polvere. Mi sembra di vedere scene da esodi forzati e non vorrei scomodare paragoni imbarazzanti. Se una cosa del genere fosse successa in Italia, sarebbe scoppiato senz'altro un parapiglia, scatenato dal furbo, o meglio, dai furbi di turno. Qui, invece, la gente è più inquadrata e la coda è una coda e, in quanto tale, la si segue rispettosamente. Ciò non toglie che l'attesa in mezzo alla polvere mi ha snervato e tolto un po' del buonumore che la musica era stata in grado di infondermi.
E meno male che, sulla strada del ritorno, ci ha attraversato la strada un grosso felino selvatico, forse un puma oppure una lince. Così mi è stato restituito il sorriso. È proprio vero che basta poco per tornare bambini. C'è chi lo fa salendo su uno scuolabus e chi, invece, adocchiando bestie più o meno feroci.

U.S.A. & GETTA di Seba Pezzani

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ultimo aggiornamento 27/12/2016